Ricerca personalizzata

giovedì 11 agosto 2011

Socialmente falliti

Facciamo finta.
Facciamo finta che c’è un ragazzo.
Facciamo finta che questo ragazzo è nato e cresciuto nell’indigenza, che ha visto i propri genitori lavorare tutta la vita, li ha visti spremuti, li ha visti cotti e bolliti, li ha visti invecchiare e appassire, li ha visti spegnersi e gradualmente morire. Li ha visti razionare il cibo – il cibo! – dopo quarant’anni di lavoro. Li ha visti rimproverati da una padroncina medio borghese perché pagavano in ritardo l’affitto. Ha visto licenziare in tronco la propria sorella dopo vent’anni di lavoro in una catena di supermercati solo perché, dovendosi operare le mani – le stesse mani che quel lavoro ha ripetutamente consumato – ha superato i giorni di mutua “tollerati” dal contratto nazionale. E questa sorella ha due figli – si è dovuta indebitare, è stata minacciata di sfratto, si deve accontentare di otto mesi di un sussidio di disoccupazione sommamente ridicolo. Facciamo finta.

Facciamo finta che questo ragazzo – per tali e tanti altri motivi – abbia operato delle scelte, tra cui quella (piuttosto bizzarra, quasi una bestemmia) di mantenersi pulito, dignitoso. Etico. Una scelta piuttosto ovvia: non vendere vini o pentole o contratti telefonici alle vecchiette (“Toccate il cuore, e arriverete al portafogli”: ecco il modus operandi di quella feccia, non me lo sto inventando), oppure evitare il più possibile di contribuire, con il proprio lavoro, con il proprio consumo, ad alimentare quello stato di cose che fondamentalmente detesta. Quel ragazzo è laureato, anche a pieni voti – ma tanto lo sappiamo, la laurea oggi come oggi la prendono cani e porci. Quasi è uno smacco avercela – sapete, le normative europee… Bene.

Quel ragazzo esce una sera e va in centro. In centro. C’è il concorso di Miss Maglietta Bagnata, in centro. Ci sono i dehor pieni zeppi di gente. Ci sono i SUV parcheggiati. C’è un buon profumo nell’aria. C’è gente che paga 7 euro una bionda media annacquata. Il ragazzo deve sgranarsi sul palmo le monetine. Sono tutti ben curati, ben vestiti – sono tutti bellissimi. Ci sono i figli del padrone e i figli dei servi, ma si confondono tra di loro. Perché vogliono tutti la stessa cosa, la stessa solita vecchia minestra. I figli dei servi desiderano la tivù al plasma, un bel divano. Un cane a sorpresa. Le Pringles sempre disponibili. I soldi per fare una gitarella in qualche bella capitale. Il nostro, invece, no. Non desidera niente. Non lotterebbe affatto per ottenere più lavoro, lavoro più sicuro etc. Lotterebbe affinché la necessità del lavoro cessasse definitivamente. Lotterebbe affinché quella carneficina che maciulla ogni essere umano s’arrestasse. Lotterebbe per ripristinare l’Uomo, che oggi è un miracolo caduto. Loro lottano per le Pringles. Capite? Il mondo lotta per le Pringles.

Ci arrivate? Poi cosa succede? Succede che scatta la scintilla. Qualcosa prende fuoco. E chi vuol capire, capisca.

venerdì 22 luglio 2011

Introduzione a HTML 5

Come già sapete, in HTML abbiamo una gamma di elementi per costruire la struttura del nostro sito web, piuttosto limitata. Abbiamo elementi per costruire listati, paragrafi, abbreviazioni, unioni, tavole, divisioni... Ma non abbiamo niente per strutturare notizie, storie o ricette per esempio.

Altri linguaggi di markup come XML, ci offrono la possibilità di creare tutti gli elementi di cui abbiamo bisogno. Cosi ché se abbiamo bisogno di un elemento ricetta, dobbiamo solo crearlo. L'unico problema è che dovremo anche creare un parser che sappia quello che significa l'elemento ricetta. In HTML abbiamo una serie limitata di elementi a nostra disposizione. Questi elementi sono implementati nei browser che sanno interpretarli. Se potessimo creare i nostri propri elementi, sarebbe un caos assoluto.

HTML è provvisto di un meccanismo che facilita ai web designer d'aggiungere più livelli di semantica attraverso l'attributo class che ci permette di etichettare istanze specifiche di un elemento come un tipo o classe speciale di quel elemento. I browser non capiscono quello che aggiungiamo nell'attributo class e quindi la cosa non incide minimante nel rendering della pagina. Effettivamente, le classi non solo servono per il CSS e per il JavaScript, se le classi seguono una convenzione adeguata nei loro nomi, possono essere usate per più cose

Microformati

I microformati sono un pacchetto di convenzioni stipulate dalla comunità. Questi microformati utilizzano l'attributo class di HTML per colmare alcune delle sue lacune più evidenti:

* hCard per i dettagli dei contatti

* hCalendar per eventi

* hAtom per notizie e simili

* ...

Poiché esiste un consenso nella comunità su che nome di classi usare, ora esistono parser ed estensioni per i browser che sono in grado di lavorare con questi specifici modelli. Per saperne di più si può dare un'occhiata al loro wiki.

I microformati non pretendono di risolvere ogni caso possibile di utilizzo. Sono progettati con la filosofia di coprire l'ottanta percento dei casi usando il venti percento dello sforzo (questo è conosciuto come la formula 80/20). Alcuni sviluppatori sostengono che HTML deve essere infinitamente estensibile dato che la formula 80/20 non è sufficiente e si dovrebbe fornire una soluzione in tutti i casi e non solo nella maggioranza di essi.

Esistono tecnologie come RDFa che è un insieme di estensioni proposte da W3C per introdurre più semantica nei documenti HTML e che utilizza namespaces rendendo possibile l'introduzione di un’infinità di formati:

....

Il fatto di usare namespaces ha avviato un intenso dibattito nella comunità dato che alcune persone pensano che l'uso di namespaces porterà con sé una possibile destandardizzazione ed aggiunge un livello di complessità del tutto inutile potendo utilizzare le classi per questo.

Mark

HTML5 introduce una nuova serie di elementi in linea solo che ora non vengono chiamati elementi in linea, bensì text-level semantics o semantica a livello di testo nella lingua dell'impero. Uno di essi è l'etichetta mark.

Quando realizziamo una ricerca in certi siti, gli elementi incontrati nella pagina appaiono evidenziati per facilitare la loro localizzazione. Questo è stato fatto con etichette span con una sorta di classe che produce l'effetto desiderato, ed è corretto, ma non è semantico. Possiamo utilizzare em o strong ma nemmeno questo sarebbe molto semantico perché non vogliamo aggiungere importanza né enfasi alla parola cercata, solo vogliamo contrassegnarla in qualche modo.

È lì dove entra in scena la nuova etichetta mark:

Questi sono i risultati della sua ricerca: disegnatores...

JL Design: disegno web profesional

Non abbiamo dato nessuna rilevanza alla parola, solo l'abbiamo contrassegnata.

Time

Uno dei più popolari microformati è hCalendar perché risolve un problema molto comune; permettere agli utenti di aggiungere eventi ai propri calendari. L'unico problema con hCalendar è che serve per descrivere date ed ore in modo tale da essere compreso da una macchina. Tuttavia, gli umani hanno la brutta abitudine di descrivere le date con cose come 17 luglio del 2011

o la prossima domenica ma il parser si aspetta di ricevere una data in formato ISO: YYYY-mm-DDThh:mm:ss ad esempio.

La comunità per questo ha sviluppato alcuni soluzioni eleganti come per esempio quella di usare l'etichetta abbr:

17 gennaio del 2011

In HTML5 questo problema lo risolviamo con la nuova etichetta time:

17 gennaio del 2011


L'elemento time può essere usato per date, ore o una combinazione di entrambe:

9pm>
12 settembre del 2011>
12 settembre del 2011 alle 1:30pm,


Meter

L'elemento meter può essere usato per marcare misure definendo che tali misure fanno parte di una scala con valori massimi e minimi. Esistono attributi come min, high, low ed optimum per regolare la cosa. É anche possibile occultare il valore attuale:


Quello che vuoi è che una tigre mi mangi è che una tigre mi mangi...



Progress

Mentre meter va bene per descrivere qualcosa che è già stato definito, l'elemento progress ci permette di evidenziare un valore che sia in processo di modifica:

Il tuo profilo è al 70% completato, aggiunge una foto al tuo profilo.

Ovviamente si può utilizzare una API JavaScript per modificare i valori al volo:

Progress: 20%

Elementi strutturali


Per molti anni, abbiamo utilizzato div con classi specifiche per definire —da regola generale— un header, un footer, navs ed altre entità molto comuni allo sviluppo di qualunque sito web.

Si sperava che un giorno, tutte queste entità facessero parte del linguaggio e quel giorno è oggi, grazie alla nuove specifiche del linguaggio HTML5.


Section

Il nuovo elemento section ha come compito quello di raggruppare elementi relazionati tra loro in forma tematica. È molto simile all'uso che è dato all'elemento div ma con la differenza che l'elemento div, non ha nessun peso semantico e non c'informa sul tipo di contenuto che ospita. L'elemento section si usa in forma esplicita per raggruppare un contenuto relazionato.

La regola per sapere quando usare il nuovo elemento section è semplice, basta solo farsi questa domanda, "tutto il contenuto che viene incluso è relazionato tra sé?:

L’elemento section si usa per raggruppare contenuti relazionati fra loro.

Può essere usato come un sostituto al elemento div in certe circostanze



Header

Secondo la nuova specifica, "L'elemento header rappresenta un gruppo di aiuti d’introduzione o di navigazione." Esiste una differenza chiave tra l'elemento header e l'uso abituale del termine header o testata, utilizzato comunemente per situare gli elementi d’intestazione di un sito web.

Una pagina web deve definire una header principale dove normalmente andrà il logo o il nome del sito e sicuramente un menù di navigazione, ma inoltre può —e deve— definire altri elementi header all’interno degli elementi section. La specifica descrive l'elemento section, come "un raggruppamento tematico di contenuti solitamente con un intestazione" o cose analoghe, con un header:

Quando Frodo Baggins delle pipe vide la lontana carovana di Sandal il Bigio...

...

E così fu come i nostri eroi abbandonarono le baracche.

Così, l'elemento header appare normalmente come regola generale all'inizio di un documento o section ma realmente non ha un perché. Si definisce più per il suo contenuto che per la sua posizione. Quest’ultimo induce all'errore alcuni designer poco pratici con la nuova specifica.


Footer

Come succede con l'elemento header, l'elemento footer pare come se indicasse la sua posizione ma come con header, quello che definisce è il suo contenuto. L'elemento footer deve aver incluse le informazioni del suo elemento contenitore: chi l'ha scritto, informazioni di proprietà intellettuale, link, ecc.

Di base è lo stesso uso astratto che tutti gli sviluppatori e sviluppatrici web abbiamo in mente quando pensiamo ad un footer, solo che ampliato al contesto che ogni section può contenere uno:

Quando Frodo Baggins delle pipe vide da lontano il calesse di Sandal il Bigio...

...

E così fu come i nostri eroi abbandonarono la baracca.

Di J.R.R. Torke Mada


Aside

Come succede con altri elementi della nuova specifica, quando parliamo dell'elemento aside o di un sidebar non stiamo riferendoci ad elementi che appaiono alla sinistra o la destra del contenuto principale, ma a ciò che contiene ed è quello che importa e non la sua posizione.

L'elemento aside si deve utilizzare per raggruppare contenuti riferiti tangenzialmente nel contesto e che la loro relazione col contenuto principale non è riferita direttamente se non in forma laterale. Se ci sono contenuti che consideriamo devono essere separati del contenuto principale, allora, dobbiamo utilizzare per loro un elemento aside.

Una regola semplice per sapere quando può essere necessario utilizzare un elemento aside è quando la risposta alla domanda: “se si elimina il contenuto che raggruppa l'elemento aside, si diminuisce il significato del contenuto principale?” è negativa.

Solo perché il design di un contenuto dica che visivamente deve vedersi ad un lato del contenuto principale, non significa che debba essere racchiuso dentro un elemento aside. È comune ubicare informazioni sull'autore del contenuto —ad esempio— nella sidebar. Ma semanticamente, quel tipo di contenuto deve essere rinchiuso in un elemento footer, di fatto la specifica menziona in modo esplicito che tipi di contenuto come, informazioni sull'autore e simili, devono essere incorniciati dentro un'etichetta footer.

Nel novanta percento delle volte, un header si posizionerà all’inizio di una sezione, un footer alla fine ed un aside ad un lato, ma ricordare che questi elementi non sono stati creati per dare senso ad un layout bensì per aumentare la semantica della strutturazione dei nostri documenti. Per i layout si usa sempre CSS che esiste per questo.


Nav

L'elemento nav contiene informazioni sulla navigazione per il sito web, solitamente una lista di collegamenti con l'attributo display inline. Questo elemento deve essere utilizzato solo per la navigazione principale del sito e non ad esempio per collegamenti esterni.

Normalmente l'elemento nav appare dentro un elemento header. Questo dà senso all'affermazione della specifica sull'elemento header quando dice questo: "gruppo di aiuti d’introduzione o di navigazione."


Article

L'elemento article è come una specializzazione dell'elemento section. Deve usarsi per definire contenuto autonomo ed indipendente, con previsione di essere riutilizzato in modo isolato. Il trucco, sta nel decidere cosa significa "autonomo."

Se il nostro contenuto può essere ridistribuito in RSS o in Atom feed e continua a mantenere integro il suo significato, allora, probabilmente l'elemento article è il contenitore appropriato da utilizzare nel nostro documento. Di fatto, l'elemento article è specialmente indicato per la distribuzione di contenuti.

Se ricordate i punti anteriori, possiamo utilizzare l'elemento article assieme all'elemento time e all'attributo pubdate, per indicare che il contenuto ha inclusa una data di pubblicazione:


Quando i piccoli "jobits" partirono per la terra di Bayor (Ximo Bayor) con il loro

amico il Legolas...

Pubblicato Il 03 luglio del 2011 alle 12:16;

por J.R.R. Torke Mada



Se c’è più di un elemento time in un articolo, solamente ad uno di essi si può aggiungere l'attributo pubdate. L'elemento article è specialmente utile per post nei blog, notizie stampa digitali, commenti e post nei forum. Copre esattamente gli stessi casi che il microformato hAtom.

La specifica HTML5 aggiunge inoltre che l'elemento article deve essere usato per widgets autonomi come; calcolatrici, orologi, inserti del clima e cose simili. Questo trasforma all'elemento in qualcosa di abbastanza confuso e poco intuitivo. Come sempre bisogna analizzare se il contenuto di un widget è autonomo, indipendente e può essere riutilizzabile e perfino distribuito.


Chiarimento:

Quello che più preoccupa è che gli elementi article e section sono molto simili. L’unica cosa che li differenzia è la parola "autonomo." Decidere quale usare dipende in molti casi dell'interpretazione che faccia il progettista o web designer e la cosa migliore è utilizzare il buonsenso ed adoperare quello che in un certo contesto, ci sembri il più semantico.

Modelli di Contenuto

Nelle versioni anteriori della specifica, gli elementi si dividevano in due categorie: inline e block. Nella nuova specifica del linguaggio, si usa una gerarchia molto più ampia suddividendole in un numero maggiore di categorie.

Ora gli elementi inline hanno un modello di contenuto chiamato "text-level semantics" o semantica a livello di testo nella lingua dell'impero. Molti dei vecchi elementi block, si trovano ora sotto la denominazione di "grouping content" o contenuti di raggruppamento. Quali sono le liste, i div ed i paragrafi fra gl’altri.

I formulari contano con il loro proprio modello di contenuti. Gli elementi img, audio, video e canvas appartengono alla categoria "embedded content" o contenuto incorporato.

I nuovi elementi strutturali formano un nuovo modello di contenuto denominato "sectioning content" o contenuto di sezione.

Sessione di Contenuti

Possiamo definire un schema di documento HTML utilizzando gli elementi h1 a h6:

Editori

Leggere tutti i capitoli di questi manuali.

Adrian Lopez

Appassionato di tecnologia lavora a Lima...

Jorge Caula

Ingegnere Tecnico Informatico di sistemi per la...

Juan Llul

Ha 33 anni e vive nella città di Algeciras Cádiz...

Gli editori sono tutti degli geek da 15 punti

Questo genera il seguente schema:
Dev Engadget

|_ Editori
|_ Adrián Lopez
|_ Jorge Caula
|_ Juan Llul


Questo funziona bene, ogni contenuto che appare dopo un elemento hX è associato a detto elemento. Ma, che cosa succede con l'elemento small?. Deve essere associato a tutto il documento, ma il navigatore non ha forma di sapere ciò. Non esiste un modo per definire che l'elemento small deve associarsi al documento completo e non all'intestato "Juan Llul."

La nuova sezione di contenuti di HTML5 c'offre la possibilità esplicita di segnare dove incomincia e dove finisce un contenuto specifico:

Editori

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Adrian Lopez

Appassionato di tecnologia lavora a Madrid...

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Juan Llul

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Ora è chiaro che l'elemento small appartiene all'intestazione "Introduzione" a HTML 5 e non a "Juan Llul." Possiamo essere molto più semantici se vogliamo:

Editori

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Jorge Caula

Ingegnere Tecnico Informatico di sistemi per la...

Juan Llul

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Come si può apprezzare, la sezione dei contenuti c'offre molte più possibilità di quanto non era mai stato possibile prima in HTML. Inoltre in HTML5 ogni pezzo di sezione di contenuto, dispone del suo proprio schema autonomo il che significa che possiamo utilizzare sempre un intestazione di tipo h1 senza preoccuparci in che livello d’intestazione si trovi:


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In versioni anteriori della specifica questo avrebbe prodotto un schema di documento HTML impreciso:

Introduzione a HTML 5
Editore
Adrián Lopez
Jorge Caula
Juan Llul

tuttavia in HTML5 lo schema è completamente accurato:

|_ Editori
|_ Adrián Lopez
|_ Jorge Caula
|_ Juan Llul

hgroup

In alcune occasioni vorremo utilizzare un elemento di intitolazione o intestazione ma non vorremo che alteri lo schema del documento. Per ciò possiamo usare l'elemento hgroup che serve precisamente per quello:

Passione per il Web Design

In questo caso h2 è uno slogan del primo h1 e non si tiene in conto per lo schema del documento. Dentro un elemento hgroup, solo la prima intestazione contribuisce a costruire lo schema del documento e non c’è motivo che sia necessariamente un h1, può essere un qualsiasi altro livello.

Gli elementi fieldset, blockquote e td non sono tenuti per niente in considerazione nell'algoritmo di schematizzazione del documento. Per ciò, questi elementi sono chiamato "sectioning roots" e si può dire che sono invisibili o innocui allo schema del documento.

I cambiamenti introdotti dalla specifica del nuovo linguaggio forniscono ai progettisti e web designer di un potente mezzo col che iniziare la redazione di documenti web più logici e semantici. Sta nelle nostre mani l'utilizzare questi mezzi in modo intelligente per creare contenuti di qualità e migliorare il modo di scrivere e comprendere il web.

martedì 15 marzo 2011

Terremoti & vulcani

Terremoti, tsunami, esplosioni d'impianti nucleari; come se la popolazione del Giappone non ne avesse già abbastanza su cui far fronte, ecco che un vulcano inizia ad eruttare il 13 marzo 2011.

Centinaia di persone sono state costrette a fuggire quando il vulcano Shinmoedake nell'isola meridionale di Kyushu che ha iniziato a sputare cenere e massi. L’attività eruttiva del vulcano, di oltre 1.420 metri, è iniziata in sordina il 26 gennaio, ma si sta configurando come la più forte degli ultimi 50 anni. Intanto, riferisce la stampa nipponica, sono cominciati i preparativi per le possibili operazioni di evacuazione nelle aree più direttamente minacciate, come a Miyakonojo che si trova a 10 km dal cratere.

L'esplosione causata dall'eruzione si sarebbe sentita a miglia di distanza con un pennacchio di cenere che si eleva per oltre 3 chilometri d'altezza nel cielo. L'eruzione esplosiva del Kirishima ha scagliato bolidi di lava a distanza di oltre 2 chilometri, e pietre laviche ad oltre 8 chilometri dal picco di Shinmoedake.
Gli scienziati dicono che la massa magmatica stava aumentando già da due settimane

Shinmoedake, uno dei numerosi picchi vulcanici nella catena montuosa Kirishima, è 950 miglia dall'epicentro del terremoto Venerdì e gli scienziati non erano sicuri se il terremoto avesse innescato l'eruzione.

lunedì 7 marzo 2011

Imageshack: quando le cose cambiano

Uno dei servizi host che vengono usati per la maggiore per dare la possibilità d'inserire immagini sul proprio blog, forum, sito, ecc. fino ad oggi è: Imageshack

Da un po' di tempo però, sui vari siti che ne fanno uso (e sono davvero molti) appare una bella rana, al posto delle immagini, che siano di avatar o altre non importa. Solo il laconico messaggio che il sito non è registrato e quindi le immagini sono bloccate.

A legger in giro, la soluzione che viene proposta è appunto registrasi su Imageshack e... le cose non cambiano, se non per alcuni. Come mai? Semplice, la registrazione serve solo per legare il dominio del prorio sito web e conseguentemente, poter usfruire del servizio di hosting. Agli utilizzatori non cambia nulla. Funziona solo per quelli che usano il servizio come registrati, ammesso che siano "loggati" e possono dunque vedersi in tranquillità qualunque immagine "hostata" su Imageshack.

Indagando (si fa per dire), esistono commenti che fanno vedere Imageshack come intenta a bloccare gruppi IP provenienti da alcuni paesi, cosa assolutamente non vera dato che il problema è spalmato in Italia e altri paesi del mondo ed è facile con opprtune ricerche di Google, rendersene conto. Ci sono indizi seri, che vi sia in atto una nuova politica per obbligare a registrare il proprio sito presso il servizio di hosting, pena il blocking dell'immagine.

In pratica, pur rimanendo a titolo gratuita l'iscrizione, se il sito dove vengono linkate non è "registrato" presso il servizio, le immagini linkate, anche se appartenenti ad un utente registrato, non vengono visualizzate.

Un passo falso da parte di Imageshack, perchè obbligare tutto il mondo a registrarsi, anche a chi non userà mai il servizio e che comunque avrà il problema di non visualizzare che rane se il sito non è registrato ma usa il servizio di hosting, senza per altro specificare correttamente la natura del problema, fa presagire nulla di buono.

Che ci sia stato un cambio ai vertici e che cerchino di monetizzare la cosa? Di per se non è un delitto, ma lo diventa se s'iniziano queste mosse poco chiare, obbligando magari in un secondo tempo gli utenti registrati, a pagare una quota (magari modesta), per continuare a usufruire del servizio.

Da come si presenta la cosa, pare un test propedeutico a nuove entrate economiche; se fosse solo una svista o un errore, la cosa avrebbe dovuto essere risolta dato che il problema è datato.

Incredibile però, come parecchi pur di mantenere le proprie immagini o visualizzare quelle linkate nei vari forum, blog, ecc., s'iscrivano senza pensarci su bene, col rischio di dover pagare poi, per le proprie immagini, che c'è da scommetterci, non saranno più di loro proprità ma verranno etichettate come copyrigth e vesseggiate da tutte quelle simpatiche leggi sui diritti d'autore che già sono applicate ai ex-nostri video ecc.

Unico consiglio sensato: cambiate hosting.

lunedì 17 gennaio 2011

Biologico: come dietro ad un aggettivo si possono fare affari

Ci sentiamo sempre più minacciati da quello che non è naturale. Messaggi che arrivano da ogni parte, ci incutono il sospetto che quanto mangiamo non è naturale. Poco a poco si è introdotto il termine "biologico", come a salvaguardia di valori che non abbiamo chiari, ma ci fa essere alla moda.

Biologico, appunto. E qui tocchiamo l'altra parola chiave, il nuovo tabù. Abbiamo un po' temporeggiato, per la verità, perché c'è da aver paura. Chi può parlarne male oggi? Chi può attaccare il nuovo impero che regna sovrano su tutte le melanzane? Chi può scalfire l'egemonia culturale del peperone senza conservanti né coloranti? L'Italia vanta il primato in Europa per quanto riguarda l'agricoltura biologica. Il biologico va, funziona, piace, sfonda. I giovani imprenditori puntano sul biologico.

Finché bio vorrà. E chi li ferma più? Negli ultimi tempi, per la verità, c'è stato un leggero rallentamento. Piccoli segnali, piccole crisi, qualche dietrofront che ha sorpreso un po' tutti. «È colpa dell'ideologia che si è messa di mezzo. I fondatori del biologico si sentono più militanti dell'anticapitalismo che imprenditori» attacca già nell'autunno 2004 Roberto Pinton, coordinatore del portale verde Greenplanet e profondo conoscitore del mondo bio. «Questo ha prodotto una classe dirigente in gran parte inadeguata e autoreferenziale, malata di protagonismo e di personalismo, incapace di affrontare le esigenze emerse dalla crescita del mercato.» Bella analisi. Ma come si conclude il dibattito? «Bisogna costruirsi una nuova identità» dicono i titolari di un gruppo d'imprese, scrivendo al ministro delle Politiche agricole. Una nuova identità? Sì, forse. Ma intanto si costruiscono nuovi timbri, .nuovi marchi, nuovi piani di sostegno. In pratica, si chiedono nuovi soldi.

L’agricoltura biologica è una ideologia, non una scienza

Ma poi il biologico fa davvero bene a chi lo mangia? Sul fatto si comincia da più parti a sollevare dubbi. Anthony Trewavas, professore di biochimica all'università di Edimburgo, ha pubblicato uno studio che fin dal titolo la dice lunga: Miti urbani sull'agricoltura biologica. «L'agricoltura biologica è un'ideologia, non una scienza», dice. E spiega: «L'ideologia deriva dal presupposto che le cose naturali sono buone e le cose artificiali difettose». Ma è davvero così? Le tenie, i pidocchi e le zanzare che portano la malaria non sono forse naturali? E gli antibiotici, i vaccini e gli anestetici non sono forse artificiali?

«I pesticidi sintetici sono usati da cinquant'anni» scrive Trewavas «e in questo periodo l'incidenza del cancro è diminuita del 15 per cento e quella del cancro allo stomaco, tipica patologia alimentare, è diminuita del 50 per cento.» «I cibi biologici non sono più salutari o sicuri di quelli prodotti dall'industria agroalimentare convenzionale» scrive il «Diario» al termine di una documentata inchiesta (Che bio ce la mandi buona). E persino l'Unione Europea ammette i limiti del biologico, pur continuando a finanziarlo lautamente. Infatti fa normativa comunitaria che disciplina il settore (regolamento Ce 2029/91) all'articolo 10 recita: «Nell'etichettatura e nella pubblicità non possono essere inserite affermazioni che suggeriscano all'acquirente che l'indicazione di alimento biologico costituisce una garanzia di qualità organolettica, nutritiva o sanitaria superiore».

Ma allora, se non c'è garanzia di qualità organolettica, nutritiva eccetera superiore, perché dobbiamo portare soldi alla causa biologica? Perché, in altre parole, dobbiamo pagare zucchine e pomodori molto di più? «Non ci sono basi per affermare che il cibo biologico sia più sano, ma i nostri consumatori lo credono» ha detto alla Conferenza europea sull' agricoltura biologica, con uno slancio di sincerità, il responsabile di Sainsbury, una grande catena di supermercati inglesi. Lo credono, e tanto basta per far diventare tutto più caro. Quando va bene i prodotti biologici ci costano il doppio, ma possono arrivare tranquillamente a costare tre volte di più (come nel caso dei meloni e dei pomodori, per restare al nostro esempio). Soldi, insomma. Perché spenderli, se ciò che acquistiamo non ci dà nessuna «garanzia di qualità organolettica o nutritiva superiore»?

«La mania del cibo biologico è costruita su un mito» scrive sul «Times» di Londra Dick Taverne, presidente del Sense About Science. «Essa ha preso avvio da una bufala scientifica, ha continuato a imperversare senza ragione, perché per nessuna delle affermazioni fatte in merito a questo argomento sono addotte delle prove valide. E se continuerà a prendere piede in questo modo, arriverà a danneggiare la popolazione. Alcuni sostengono che non è un problema se il cibo biologico costa di più, fino a quando i consumatori saranno disposti a pagare e i coltivatori saranno disposti a trame guadagno. E invece questo è un problema: se la frutta e la verdura biologiche saranno così costose, infatti, e se i prodotti biologici conquisteranno una fetta sempre maggiore di mercato, le famiglie a basso reddito saranno costrette a mangiare sempre meno frutta e meno verdura. Così facendo perderanno il loro sistema protettivo nei confronti del cancro.»

Sarebbe un bel paradosso. O, per lo meno, un altro bell’esempio di effetto perverso. Si mitizza il naturale a tutti i costi per stare meglio, e si ottiene, complessivamente, di stare peggio. Si celebrano i prodotti che non fanno venire il cancro, e poi invece si rischia che il cancro colpisca ancor di più. Questo succederà se si continuano a vantare i meriti (inesistenti) del bio per poter vendere frutta e verdura a prezzi più alti.

Nessun beneficio per l’ambiente

Secondo le ricerche di Bruce Ames, il più autorevole studioso americano della materia, il 99,9 per cento delle tossine che ingeriamo derivano dalle piante stesse e non dai prodotti utilizzati in agricoltura. Mediamente, dice Ames, una tazza di caffè contiene una quantità di tossine naturali superiore al quantitativo di quelle sintetiche che ingeriamo in un intero anno. Avete capito bene: una tazzina di caffè è più tossica di tutta la chimica che ingurgitiamo tramite insalata e pomodori non biologici. Il bio più sano? «L'argomento non è sostenibile» risponde persino Enrico Erba, direttore dell' Associazione italiana agricoltura biologica. «Infatti l'agricoltura biologica non nasce per un problema di salute. Nasce, invece, per un problema ambientale.»

Perfetto, ma l'ambiente davvero trae beneficio dalla diffusione del bio? Citiamo ancora il «Diario», settimanale non certo sospettabile di simpatie antiecologiste: «I fertilizzanti naturali usati in agricoltura biologica, come il letame e i liquami, oltre a essere un concentrato di batteri, contengono azoto che può essere dannoso per il suolo, le acque e gli ecosistemia.Studi condotti in Olanda, Germania e Gran Bretagna hanno mostrato come l'uso intensivo di letame e liquami porti all' eutrofizzazione di laghi e fiumi. Al contrario esistono prodotti chimici come il Round Up, il diserbante più usato al mondo, considerati totalmente innocui dall'Organizzazione mondiale della sanità («È peggio ingerire un cucchiaio di sale che un cucchiaio di Round Up» spiega Enrico Sala, professore di Biotecnologie alla Statale di Milano, uno dei maggiori esperti italiani in materia agroalimentare). Conclusione: «Confrontata con l'agricoltura convenzionale condotta secondo i principi della buona pratica agricola» sostiene Trewavas, «l'agricoltura biologica non ha alcun effetto benefico sull'ambiente».

Fra l'altro, pochi lo sanno, ma nell'agricoltura biologica sono ammessi anche i pesticidi. Solo che si tratta di pesticidi naturali. Tra quelli che si usano comunemente segnaliamo: un batterio chiamato Bacillus Thuringiensis, che secondo ricerche condotte in Francia e Canada causa infezioni polmonari letali nei topi; un insetticida chimico di origine vegetale, il Rotenone, che provoca ai topi il morbo di Parkinson; e il solfato di rame (l'antico «verderame») che da sempre ha rovinato il fegato dei viticoltori. Senza contare il rischio di contaminazione con micotossine, che cresce perché le piante non sono trattate con fungicidi: il mais biologico, per esempio, arriverebbe a contenere, per colpa dei funghi, sostanze cancerogene come le aflatossine in misura fino a venti volte superiore rispetto al mais tradizionale. «Le aflatossine sono il cancerogeno più potente in natura» spiega l' oncologo Umberto Veronesi. «Possono finire nella polenta che mangiamo, ma anche nella carne e nel latte perché di mais si nutrono gli animali.» Nel novembre 2003 la Lombardia ha buttato, per questo motivo, il 20 per cento del suo latte.

Ma, a parte questi casi clamorosi, da cronaca, restano i dubbi su tutta la produzione bio. «Il cibo di cui si nutrono a scuola i nostri figli è biologico» scrive il professor Franco Battaglia dell'Università di Roma Tre. «E che cosa significa? Significa, ad esempio, che se la vacca da latte si è beccata un'infezione, viene certificato che questa sarà curata con l'omeopatia. Non so voi con i vostri figli, ma io evito accuratamente di curare con l'omeopatia un'eventuale infezione di mia figlia. Se poi il prodotto fosse addirittura biodinamico ci verrà certificato che è stato seminato eseguendo movimenti circolari antiorari, assicurandosi che Terra, Luna e Giove fossero ben allineati, e che al seme deposto sia stata cantata la ninnananna.» Ma come si fa a essere davvero sicuri, seguendo il criterio della ninnananna?

Come è facile essere bio

L'unica sicurezza che esiste sul bio è che ci sono molti enti che dovrebbero certificarne la sicurezza. Sono molti quelli ufficialmente autorizzati dal ministero delle Politiche agricole ma a che cosa servono davvero? In realtà hanno un vizio d'origine: sono finanziati da chi dovrebbe essere controllato. Gli agricoltori che chiedono la certificazione, infatti, versano al certificatore una quota d'apertura pratica e una quota annuale variabile, oltre che una percentuale sulle vendite. Fatte le debite proporzioni, è lo stesso meccanismo che regola le società di revisione, quelle che certificano i bilanci delle aziende quotate in Borsa: per avere informazioni su quanto tutto ciò funzioni chiedere ai risparmiatori Cirio e Parmalat.

Ma se anche i controllori volessero essere severi, in contrasto con la loro natura e soprattutto con gli interessi del loro portafoglio, non ci riuscirebbero: si trovano infatti a fare i conti con codici e commi sempre più permissivi. Per ogni norma, c'è una deroga. I bovini veramente bio, dicono le leggi, devono disporre di pascoli, ma solo «tutte le volte che questo sia possibile». Gli animali non possono stare alla catena, ma in alcune aziende invece ci possono stare. I conigli devono stare in libertà, ma non si esclude «l'allevamento in gabbia». E quando persino queste flebili norme sembrano troppo rigide, non è difficile aggirarle.

Il bio è trendy, il bio è ecologista, pacifista, no global, difensore delle piante, della natura e dei poveri disperati. E pazienza se nel sito ufficiale dell'Associazione italiana per l'agricoltura biologica compare la pubblicità della Gemeaz Cusin, multinazionale del cibo, quotata in Borsa, 830 ristoranti, 46 milioni di pasti erogati all'anno, una potenza della finanza cibo, che con i no global non ha nulla a che fare. Pazienza, perché il letame puzza, il denaro dello sponsor evidentemente no.

Ma era davvero così bello il mondo antico?

Contraddizioni? Sì, il biomondo è pieno di contraddizioni. Ma a noi che importa? Siamo tutti molto naturali, naturalisti, biodinamici e certificati senza pesticidi. Al mattino prima di andare a lavorare mangiamo tre kiwi (non troppo maturi) con tre bicchieri d'acqua (a temperatura ambiente) perché fa molto chic. Poi magari andiamo ai ristoranti dove servono frittate di ginestra e biscotti di papavero, pollo ai fiori di acacia, spaghetti alla calendula, viole e gerani come se fossero pane e grissini, perché la cucina con i fiori è l'ultima moda very very vip. E se ci ammaliamo, facciamo come il principe Carlo, seguiamo la terapia del medico Max Gerson: cinque clisteri di caffè al giorno, succo di carota, broccoli e mela, oltre che iniezioni di estratto di fegato. E se non serve a nulla, come dice la scienza ufficiale, che importa? Magari andiamo al Creatore, però lo facciamo in modo ecologicamente corretto.

Il principe Carlo, fra l'altro, sull'ecologia ha costruito un piccolo impero economico. Riesce a far passare come prodotto ambientalista anche l'acqua minerale proveniente dal castello della regina in Scozia. E poi sforna, attraverso 40 diverse aziende, una serie di prodotti principescamente bio: biscotti all' avena, allo zenzero e agli agrumi, selezioni di cioccolato al limone e alla mela, frollini al burro, gelati alla vaniglia e alla fragola, miele e Christmas pudding. Non è forse questo uno splendido ritorno alla vita dei nostri nonni? Carlo s'entusiasma e si presenta in modo regale al Salone del Gusto di Torino (ottobre 2004). Colazione con brioche e robiola di Roccaverano, per cena pollo alla cacciatora e peperoni alla bagna cauda, per concludere un caffè della moka. Il principe è contento: in fondo, si sa, lui, come dice uno dei ristoratori che lo serve, «ama le cose all'antica». Per questo si dedica a Camilla e al biologico.

Ma il biologico sarà davvero un ritorno all'antico? O solo una moderna assurdità? Tutta questa fantasia sul Mulino Bianco, lo Scaldasole, la campagna delle favole, il castello della regina con l'acqua minerale e le stalle dove si consumavano «castagne e vino» e «si alimentava il senso di comunità» ... Ma che senso di comunità? Quello che mandava i bambini a lavorare a sei anni? Quello che se arrivava la peronospora dovevi emigrare in Australia? Quello che se veniva giù una grandinata i contadini morivano di fame? Ma era davvero così bella, la vita di una volta? Quanto resisterebbero le anime belle e nostalgiche se fossero davvero proiettate nel passato? Forse nemmeno qualche minuto.

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