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lunedì 17 gennaio 2011

Biologico: come dietro ad un aggettivo si possono fare affari

Ci sentiamo sempre più minacciati da quello che non è naturale. Messaggi che arrivano da ogni parte, ci incutono il sospetto che quanto mangiamo non è naturale. Poco a poco si è introdotto il termine "biologico", come a salvaguardia di valori che non abbiamo chiari, ma ci fa essere alla moda.

Biologico, appunto. E qui tocchiamo l'altra parola chiave, il nuovo tabù. Abbiamo un po' temporeggiato, per la verità, perché c'è da aver paura. Chi può parlarne male oggi? Chi può attaccare il nuovo impero che regna sovrano su tutte le melanzane? Chi può scalfire l'egemonia culturale del peperone senza conservanti né coloranti? L'Italia vanta il primato in Europa per quanto riguarda l'agricoltura biologica. Il biologico va, funziona, piace, sfonda. I giovani imprenditori puntano sul biologico.

Finché bio vorrà. E chi li ferma più? Negli ultimi tempi, per la verità, c'è stato un leggero rallentamento. Piccoli segnali, piccole crisi, qualche dietrofront che ha sorpreso un po' tutti. «È colpa dell'ideologia che si è messa di mezzo. I fondatori del biologico si sentono più militanti dell'anticapitalismo che imprenditori» attacca già nell'autunno 2004 Roberto Pinton, coordinatore del portale verde Greenplanet e profondo conoscitore del mondo bio. «Questo ha prodotto una classe dirigente in gran parte inadeguata e autoreferenziale, malata di protagonismo e di personalismo, incapace di affrontare le esigenze emerse dalla crescita del mercato.» Bella analisi. Ma come si conclude il dibattito? «Bisogna costruirsi una nuova identità» dicono i titolari di un gruppo d'imprese, scrivendo al ministro delle Politiche agricole. Una nuova identità? Sì, forse. Ma intanto si costruiscono nuovi timbri, .nuovi marchi, nuovi piani di sostegno. In pratica, si chiedono nuovi soldi.

L’agricoltura biologica è una ideologia, non una scienza

Ma poi il biologico fa davvero bene a chi lo mangia? Sul fatto si comincia da più parti a sollevare dubbi. Anthony Trewavas, professore di biochimica all'università di Edimburgo, ha pubblicato uno studio che fin dal titolo la dice lunga: Miti urbani sull'agricoltura biologica. «L'agricoltura biologica è un'ideologia, non una scienza», dice. E spiega: «L'ideologia deriva dal presupposto che le cose naturali sono buone e le cose artificiali difettose». Ma è davvero così? Le tenie, i pidocchi e le zanzare che portano la malaria non sono forse naturali? E gli antibiotici, i vaccini e gli anestetici non sono forse artificiali?

«I pesticidi sintetici sono usati da cinquant'anni» scrive Trewavas «e in questo periodo l'incidenza del cancro è diminuita del 15 per cento e quella del cancro allo stomaco, tipica patologia alimentare, è diminuita del 50 per cento.» «I cibi biologici non sono più salutari o sicuri di quelli prodotti dall'industria agroalimentare convenzionale» scrive il «Diario» al termine di una documentata inchiesta (Che bio ce la mandi buona). E persino l'Unione Europea ammette i limiti del biologico, pur continuando a finanziarlo lautamente. Infatti fa normativa comunitaria che disciplina il settore (regolamento Ce 2029/91) all'articolo 10 recita: «Nell'etichettatura e nella pubblicità non possono essere inserite affermazioni che suggeriscano all'acquirente che l'indicazione di alimento biologico costituisce una garanzia di qualità organolettica, nutritiva o sanitaria superiore».

Ma allora, se non c'è garanzia di qualità organolettica, nutritiva eccetera superiore, perché dobbiamo portare soldi alla causa biologica? Perché, in altre parole, dobbiamo pagare zucchine e pomodori molto di più? «Non ci sono basi per affermare che il cibo biologico sia più sano, ma i nostri consumatori lo credono» ha detto alla Conferenza europea sull' agricoltura biologica, con uno slancio di sincerità, il responsabile di Sainsbury, una grande catena di supermercati inglesi. Lo credono, e tanto basta per far diventare tutto più caro. Quando va bene i prodotti biologici ci costano il doppio, ma possono arrivare tranquillamente a costare tre volte di più (come nel caso dei meloni e dei pomodori, per restare al nostro esempio). Soldi, insomma. Perché spenderli, se ciò che acquistiamo non ci dà nessuna «garanzia di qualità organolettica o nutritiva superiore»?

«La mania del cibo biologico è costruita su un mito» scrive sul «Times» di Londra Dick Taverne, presidente del Sense About Science. «Essa ha preso avvio da una bufala scientifica, ha continuato a imperversare senza ragione, perché per nessuna delle affermazioni fatte in merito a questo argomento sono addotte delle prove valide. E se continuerà a prendere piede in questo modo, arriverà a danneggiare la popolazione. Alcuni sostengono che non è un problema se il cibo biologico costa di più, fino a quando i consumatori saranno disposti a pagare e i coltivatori saranno disposti a trame guadagno. E invece questo è un problema: se la frutta e la verdura biologiche saranno così costose, infatti, e se i prodotti biologici conquisteranno una fetta sempre maggiore di mercato, le famiglie a basso reddito saranno costrette a mangiare sempre meno frutta e meno verdura. Così facendo perderanno il loro sistema protettivo nei confronti del cancro.»

Sarebbe un bel paradosso. O, per lo meno, un altro bell’esempio di effetto perverso. Si mitizza il naturale a tutti i costi per stare meglio, e si ottiene, complessivamente, di stare peggio. Si celebrano i prodotti che non fanno venire il cancro, e poi invece si rischia che il cancro colpisca ancor di più. Questo succederà se si continuano a vantare i meriti (inesistenti) del bio per poter vendere frutta e verdura a prezzi più alti.

Nessun beneficio per l’ambiente

Secondo le ricerche di Bruce Ames, il più autorevole studioso americano della materia, il 99,9 per cento delle tossine che ingeriamo derivano dalle piante stesse e non dai prodotti utilizzati in agricoltura. Mediamente, dice Ames, una tazza di caffè contiene una quantità di tossine naturali superiore al quantitativo di quelle sintetiche che ingeriamo in un intero anno. Avete capito bene: una tazzina di caffè è più tossica di tutta la chimica che ingurgitiamo tramite insalata e pomodori non biologici. Il bio più sano? «L'argomento non è sostenibile» risponde persino Enrico Erba, direttore dell' Associazione italiana agricoltura biologica. «Infatti l'agricoltura biologica non nasce per un problema di salute. Nasce, invece, per un problema ambientale.»

Perfetto, ma l'ambiente davvero trae beneficio dalla diffusione del bio? Citiamo ancora il «Diario», settimanale non certo sospettabile di simpatie antiecologiste: «I fertilizzanti naturali usati in agricoltura biologica, come il letame e i liquami, oltre a essere un concentrato di batteri, contengono azoto che può essere dannoso per il suolo, le acque e gli ecosistemia.Studi condotti in Olanda, Germania e Gran Bretagna hanno mostrato come l'uso intensivo di letame e liquami porti all' eutrofizzazione di laghi e fiumi. Al contrario esistono prodotti chimici come il Round Up, il diserbante più usato al mondo, considerati totalmente innocui dall'Organizzazione mondiale della sanità («È peggio ingerire un cucchiaio di sale che un cucchiaio di Round Up» spiega Enrico Sala, professore di Biotecnologie alla Statale di Milano, uno dei maggiori esperti italiani in materia agroalimentare). Conclusione: «Confrontata con l'agricoltura convenzionale condotta secondo i principi della buona pratica agricola» sostiene Trewavas, «l'agricoltura biologica non ha alcun effetto benefico sull'ambiente».

Fra l'altro, pochi lo sanno, ma nell'agricoltura biologica sono ammessi anche i pesticidi. Solo che si tratta di pesticidi naturali. Tra quelli che si usano comunemente segnaliamo: un batterio chiamato Bacillus Thuringiensis, che secondo ricerche condotte in Francia e Canada causa infezioni polmonari letali nei topi; un insetticida chimico di origine vegetale, il Rotenone, che provoca ai topi il morbo di Parkinson; e il solfato di rame (l'antico «verderame») che da sempre ha rovinato il fegato dei viticoltori. Senza contare il rischio di contaminazione con micotossine, che cresce perché le piante non sono trattate con fungicidi: il mais biologico, per esempio, arriverebbe a contenere, per colpa dei funghi, sostanze cancerogene come le aflatossine in misura fino a venti volte superiore rispetto al mais tradizionale. «Le aflatossine sono il cancerogeno più potente in natura» spiega l' oncologo Umberto Veronesi. «Possono finire nella polenta che mangiamo, ma anche nella carne e nel latte perché di mais si nutrono gli animali.» Nel novembre 2003 la Lombardia ha buttato, per questo motivo, il 20 per cento del suo latte.

Ma, a parte questi casi clamorosi, da cronaca, restano i dubbi su tutta la produzione bio. «Il cibo di cui si nutrono a scuola i nostri figli è biologico» scrive il professor Franco Battaglia dell'Università di Roma Tre. «E che cosa significa? Significa, ad esempio, che se la vacca da latte si è beccata un'infezione, viene certificato che questa sarà curata con l'omeopatia. Non so voi con i vostri figli, ma io evito accuratamente di curare con l'omeopatia un'eventuale infezione di mia figlia. Se poi il prodotto fosse addirittura biodinamico ci verrà certificato che è stato seminato eseguendo movimenti circolari antiorari, assicurandosi che Terra, Luna e Giove fossero ben allineati, e che al seme deposto sia stata cantata la ninnananna.» Ma come si fa a essere davvero sicuri, seguendo il criterio della ninnananna?

Come è facile essere bio

L'unica sicurezza che esiste sul bio è che ci sono molti enti che dovrebbero certificarne la sicurezza. Sono molti quelli ufficialmente autorizzati dal ministero delle Politiche agricole ma a che cosa servono davvero? In realtà hanno un vizio d'origine: sono finanziati da chi dovrebbe essere controllato. Gli agricoltori che chiedono la certificazione, infatti, versano al certificatore una quota d'apertura pratica e una quota annuale variabile, oltre che una percentuale sulle vendite. Fatte le debite proporzioni, è lo stesso meccanismo che regola le società di revisione, quelle che certificano i bilanci delle aziende quotate in Borsa: per avere informazioni su quanto tutto ciò funzioni chiedere ai risparmiatori Cirio e Parmalat.

Ma se anche i controllori volessero essere severi, in contrasto con la loro natura e soprattutto con gli interessi del loro portafoglio, non ci riuscirebbero: si trovano infatti a fare i conti con codici e commi sempre più permissivi. Per ogni norma, c'è una deroga. I bovini veramente bio, dicono le leggi, devono disporre di pascoli, ma solo «tutte le volte che questo sia possibile». Gli animali non possono stare alla catena, ma in alcune aziende invece ci possono stare. I conigli devono stare in libertà, ma non si esclude «l'allevamento in gabbia». E quando persino queste flebili norme sembrano troppo rigide, non è difficile aggirarle.

Il bio è trendy, il bio è ecologista, pacifista, no global, difensore delle piante, della natura e dei poveri disperati. E pazienza se nel sito ufficiale dell'Associazione italiana per l'agricoltura biologica compare la pubblicità della Gemeaz Cusin, multinazionale del cibo, quotata in Borsa, 830 ristoranti, 46 milioni di pasti erogati all'anno, una potenza della finanza cibo, che con i no global non ha nulla a che fare. Pazienza, perché il letame puzza, il denaro dello sponsor evidentemente no.

Ma era davvero così bello il mondo antico?

Contraddizioni? Sì, il biomondo è pieno di contraddizioni. Ma a noi che importa? Siamo tutti molto naturali, naturalisti, biodinamici e certificati senza pesticidi. Al mattino prima di andare a lavorare mangiamo tre kiwi (non troppo maturi) con tre bicchieri d'acqua (a temperatura ambiente) perché fa molto chic. Poi magari andiamo ai ristoranti dove servono frittate di ginestra e biscotti di papavero, pollo ai fiori di acacia, spaghetti alla calendula, viole e gerani come se fossero pane e grissini, perché la cucina con i fiori è l'ultima moda very very vip. E se ci ammaliamo, facciamo come il principe Carlo, seguiamo la terapia del medico Max Gerson: cinque clisteri di caffè al giorno, succo di carota, broccoli e mela, oltre che iniezioni di estratto di fegato. E se non serve a nulla, come dice la scienza ufficiale, che importa? Magari andiamo al Creatore, però lo facciamo in modo ecologicamente corretto.

Il principe Carlo, fra l'altro, sull'ecologia ha costruito un piccolo impero economico. Riesce a far passare come prodotto ambientalista anche l'acqua minerale proveniente dal castello della regina in Scozia. E poi sforna, attraverso 40 diverse aziende, una serie di prodotti principescamente bio: biscotti all' avena, allo zenzero e agli agrumi, selezioni di cioccolato al limone e alla mela, frollini al burro, gelati alla vaniglia e alla fragola, miele e Christmas pudding. Non è forse questo uno splendido ritorno alla vita dei nostri nonni? Carlo s'entusiasma e si presenta in modo regale al Salone del Gusto di Torino (ottobre 2004). Colazione con brioche e robiola di Roccaverano, per cena pollo alla cacciatora e peperoni alla bagna cauda, per concludere un caffè della moka. Il principe è contento: in fondo, si sa, lui, come dice uno dei ristoratori che lo serve, «ama le cose all'antica». Per questo si dedica a Camilla e al biologico.

Ma il biologico sarà davvero un ritorno all'antico? O solo una moderna assurdità? Tutta questa fantasia sul Mulino Bianco, lo Scaldasole, la campagna delle favole, il castello della regina con l'acqua minerale e le stalle dove si consumavano «castagne e vino» e «si alimentava il senso di comunità» ... Ma che senso di comunità? Quello che mandava i bambini a lavorare a sei anni? Quello che se arrivava la peronospora dovevi emigrare in Australia? Quello che se veniva giù una grandinata i contadini morivano di fame? Ma era davvero così bella, la vita di una volta? Quanto resisterebbero le anime belle e nostalgiche se fossero davvero proiettate nel passato? Forse nemmeno qualche minuto.

sabato 15 gennaio 2011

L'acqua del Pianeta

Il nuovo secolo si è aperto all'insegna dell'emergenza acqua. Nel mondo oltre 1 miliardo e 200 milioni di persone non hanno acqua potabile ed altri 800 milioni non dispongono di un rubinetto in casa. Ogni anno quasi 10 milioni di individui muoiono per mancanza d'acqua o per avvelenamento idrico, bevendo cioè acqua inquinata o contaminata.

Secondo alcuni esperti, se non si corre subito ai ripari, entro il 2025, su una popolazione mondiale di 8 miliardi di persone, 2 miliardi e 300 milioni non avranno acqua potabile; secondo alcuni la situazione diventerà gravissima nel giro di un decennio, perché oltre la metà della popolazione del pianeta soffrirà per la carenza di acqua potabile e per usi agricoli.

Per comprendere bene il problema, va tenuto presente che ogni anno nel mondo si consumano 3.500 chilometri cubi d'acqua dolce e che nel 2025 ne serviranno almeno 2.000 in più. I due terzi dell'acqua finiscono nell'agricoltura, il 23% va all'industria e solo l'8% è usato per scopi domestici. Ben metà dell'acqua utilizzata in agricoltura va dispersa a causa di sprechi, di perdite delle condotte idriche e per inquinamento; questo problema riguarda in maggiore o minore misura tutti i paesi del mondo. Nel nostro paese sono ancora utilizzati vecchi acquedotti ormai diventati "colabrodo", che disperdono preziosa acqua lungo il tragitto dalle fonti ai rubinetti di casa, costringendo in molte zone meridionali, durante i mesi più caldi, un drastico razionamento della fornitura. In zone come la Puglia, ad esempio è attualmente in progetto la costruzione di un grande acquedotto sottomarino proveniente dall'Albania.

E' interessante notare come il consumo d'acqua nel mondo ricalchi perfettamente le condizioni economiche e sociali dei vari paesi: un americano, ad esempio, consuma in media ben 425 litri d'acqua al giorno mentre un europeo 165 litri.

Ogni italiano consuma mediamente 380 litri d'acqua al giorno, ma c'è una bella differenza tra le regioni del nord e quelle del sud, minacciate quest'ultime dalla desertificazione. Attualmente vi è una scarsissima informazione sul problema delle risorse idriche mondiali e questo ci lascia perplessi, considerato che l'acqua è un bene assolutamente essenziale per la vita; si pensi che una persona adulta può sopravvivere senza cibo per un mese, ma senz'acqua solo una settimana.

Un rimedio per procurarsi più acqua potrebbe essere quello di destalinizzare l'acqua del mare, ma questa operazione comporta un tale spreco di energia che solo i paesi produttori di petrolio possono permettersi; in ogni caso, poi l'acqua così ottenuta avrebbe un costo esagerato. Una possibile soluzione, decisamente più economica, è quella di riciclare tutta l'acqua dolce usata nei centri urbani e che va a finire nelle fogne, disperdendosi. A tale riguardo già oggi in Israele il 70% degli scarichi, al termine di un particolare trattamento, viene usato in agricoltura, per l'irrigazione dei campi. Qualcosa del genere hanno tentato di fare anche il Messico ed il Cile, ma l'errore di non aver provveduto a depurare preventivamente le acque reflue ha causato gravi epidemie di tifo.

Un provvedimento da adottare subito è quello di razionalizzare l'erogazione idrica in vaste regioni, in modo da evitare che alcune zone abbiano acqua a sufficienza, ma grandi perdite lungo il percorso, mentre altre soffrano la sete. Questo comporta seri problemi sul piano politico. L'Egitto, ad esempio, attinge la sua acqua dal Nilo ma le sorgenti del fiume sono in Uganda, Etiopia e Sudan; questa situazione favorisce le costanti pressioni ed i ricatti da parte dei paesi che controllano di fatto l'apertura e la chiusura dei "rubinetti".

L'Egitto fra 25 anni conterà una popolazione di 220 milioni di abitanti e, perciò, avrà bisogno di sempre più acqua per usi civili e, agricoli, ma questa necessità andrà contro gli interessi dell'Etiopia, altrettanto impegnata a sviluppare la sua agricoltura e certamente non sarà vista di buon occhio dagli altri stati africani custodi delle sorgenti.

Un altro esempio ci viene dalla regione mediorientale: la Turchia è impegnata in un processo di distensione con Giordania, Libano ed Israele e, in cambio di pace con annesse varie concessioni dei vecchi nemici, è disposta ad offrire la sua acqua facendola viaggiare sulle strade del petrolio; anche Iran ed Iraq, altri paesi assetati, potrebbero partecipare ai negoziati. L'Iraq, in particolare, accusa la Turchia di aver imbrigliato il fiume Tigri con una serie di dighe, riducendolo ad un rigagnolo quando entra in territorio iracheno.

La popolazione curda non riesce ad ottenere la tanto sospirata indipendenza anche perché si troverebbe a controllare sia il Tigri che l'Eufrate che offrono acqua ad un vasto territorio. Gli stessi rapporti fra Israele e Siria dipendono dall'acqua: il fiume Giordano, che attraversa la regione, scende dalle alture del Golan occupato dagli israeliti a spese dei siriani attraverso la "guerra dei sei giorni" del 1967; il Golan infatti, ha il potere di aprire e chiudere il rubinetto ed è perciò molto forte ai tavoli delle trattative.

Lo stesso discorso vale per il conteso lago di Tiberiade. L'acqua, insomma, per certi aspetti è diventata più importante del petrolio e qualcuno l'ha già ribattezzata l'oro blu. Se ritorniamo ancora più indietro nel tempo, ci rendiamo conto che intere civiltà sono scomparse a causa dell'esaurimento delle loro fonti idriche e del conseguente processo di desertificazione: l'Impero mesopotamico, la Cina del fiume giallo, la civiltà Arrapan del fiume Indo, il regno Chimu in Perù, la cultura Hohokam in Arizona (USA), sparirono perché le loro economie si basavano evidentemente sull'agricoltura e quando le fonti idriche si esaurirono il deserto ingoiò tutto.

Con il progressivo impoverimento delle falde acquifere e con tutte quelle fonti d'inquinamento parlare di acqua potabile vuol dire essere degli inguaribili ottimisti. Fra il 17 ed il 22 marzo 2000 si è svolto all'Aja un forum mondiale sull'acqua, che ha adottato il significativo slogan "From Vision to Action". La conferenza ha chiesto ai Governi mondiali un radicale cambiamento nella gestione dell'emergenza idrica affidando la captazione, la distribuzione, la gestione integrata fino al riciclo a società internazionali specializzate in grado di garantire la qualità dell'acqua e la sua distribuzione a tutte le popolazioni; questo comporterà certamente costi aggiuntivi ma servirà a garantire a tutti un bene primario, razionalizzando l'uso mondiale dell'oro blu.

Già attualmente intorno all'acqua ruota un business di 500 mila miliardi di lire annue tra acquedotti, dighe, depuratori, impianti di riciclo e quant'altro; ciò significa la necessità di un oculato controllo internazionale di una risorsa indispensabile per la vita. La FAO ha un dipartimento che si occupa di frumento,terra e acqua.

L'Italia ha offerto un importante contributo al forum, proponendo per bocca del Ministro dell'Ambiente che l'annullamento del debito dei paesi poveri da parte di quelli ricchi avvenga in cambio della realizzazione di mirati progetti ambientali,riguardanti anche il saggio uso delle risorse idriche, specialmente in caso di loro alterazione a seguito di inquinamento. Il nostro futuro dipende, dunque, anche dall'acqua e, soprattutto, dalla possibilità di accesso ad acqua pulita da parte di tutte le popolazioni.

Dove non c'è acqua o ve ne è in minima quantità e, per giunta, inquinata, si diffondono rapidamente fame e malattie; pertanto, riuscire a gestire le risorse idriche a livello di organizzazioni internazionali significa contribuire alla crescita dei paesi del terzo e del quarto mondo. In fondo, a ben guardare, salvare loro significa salvare anche noi stessi.

Si tratta di un affare che si basa sulla vendita di un bene vitale e pubblico che raramente si dovrebbe pagare. Le multinazionali coinvolte si appropriano dell'acqua dei Paesi dove si stabiliscono. Così, Danone, Nestlè o Coca-Cola, stanno facendo il grosso dell'affare con l'acqua di altri Paesi, e in misura molto inferiore con la propria acqua. Il che significa, a seconda della legislazione di ogni paese, che l'acqua con la quale le multinazionali trafficano passa da proprietà della nazione a proprietà privata.
Questo non è un affare qualunque, soprattutto se si considera che il mercato dell'acqua in bottiglia è maggiore di quello del petrolio. Come affermò il precedente Presidente della Perrier (una marca della Nestlè): "Tutto quello che si deve fare è portare l'acqua in superficie e poi venderla ad un prezzo maggiore del vino, del latte o anche del petrolio".

A livello mondiale, questo mercato è stimato in 22 miliardi di dollari all'anno, da qui ne consegue una competizione"accanita" (come l'ha definita Nestlè per il caso del mercato nord americano).
Uno dei motivi per cui il mercato dell'acqua in bottiglia ha avuto tanto successo è per la presunta sicurezza di poter consumare acqua potabile di qualità. Anche se l'Organizzazione Mondiale per l'Agricoltura e l'Alimentazione (FAO) delle Nazioni Unite, ha dichiarato che l'acqua in bottiglia non è migliore di quella del rubinetto.

La conclusione di uno studio del Consiglio per la Difesa delle Risorse Naturali (in inglese NRDC) del 1999 assicura, secondo Barlow e Clarke, che almeno un terzo delle 103 marche di acqua in bottiglia che sono state studiate è contaminata; incluso residui di Escherichia coli e arsenico. Un quarto dell'acqua in bottiglia, aggiunge lo studio, è presa direttamente dal rubinetto e poi processata e purificata fino ad un certo punto, ma in molti Paesi, l'acqua in bottiglia è soggetta a esami e standard di purezza meno rigorosi di quella del rubinetto.

venerdì 8 ottobre 2010

Acqua minerale Vs acqua da rubinetto

Ci siamo occupati sul tema dell'acqua in diverse occasioni, più o meno attuali e più o meno tecniche.

Sale sui media ultimamente il messaggio di consumare la normale acqua di rubinetto. Un testimonial del calibro di Luciana Litizzetto cerca di convincere i consumatori ad usare fonti idriche più vicine in controtendenza a quanto ormai radicato nelle menti, che l'acqua minerale di quella o quell'altra marca è più salutare, più buona, ecc.

Gli Italiani sono fra i consumatori di acqua minerale in bottiglia, al terzo posto nel mondo. Così che la Coop ha pensato di sottolineare il messaggio dove l'uso di questa risorsa, deve essere compatibile alle specifiche ambientali riducendo costi ed inquinamento.

Il tutto condito con accenni morali ed etici, tali da rendere immediato il senso dello spot.

Non che sia una novità; da anni un comico ci rende edotti sull'idiozia di consumare acqua proveniente da luoghi remoti, mentre quella che abbiamo vicino a casa viene rivenduta altrove.
Con un aumento sproporzionato dei costi di trasporto di cui le ditte incaricate hanno fatto la loro fortuna.

Insomma, pare un cambio di rotta decisamente per il meglio dove un consumo intelligente, eviterebbe conseguenze che sono negative economicamente per tutti.

Ma...

Le compagnie multinazionali che hanno proliferato fin oggi a questo tipo di commercio, poco a poco, davanti ai nostri occhi e senza che noi ce ne sia importato gran che, hanno acquisito i diritti sull'acqua in svariati modi. O direttamente appropriandosi delle fonti, o detenendone i diritti di fornitura attraverso appalti in concessione a enti locali poi trasformatesi in SpA e successivamente scalate attraverso il sistema borsistico e camuffate di facciata con il giochino delle scatole cinesi.

In sostanza ad oggi, le fonti pubbliche non sono più tali! Ciò che era una necessità di vita, prima di un diritto, è stata trasformata in merce e da utenti siamo diventati consumatori. Ma sembra non ce ne freghi nulla. Abbiamo il calcio alla TV, il frigo è fornito e se vogliamo diversivi, ce ne sono a iosa. Chi non si allinea o è un terrorista, o un pedofilo o ... ???

Rileggendo la notizia, si può vedere di come la Coop, che nel tempo è stata quotata in borsa e di casareccio rimane solo il ricordo rimarcato nelle sue stucchevoli pubblicità, ma anche delle sue correlate borsistiche, visto che gli asset aziendali vanno ben oltre a quanto uno creda, è preoccupata dei SUOI costi di gestione.

Automezzi, carburanti e personale da tagliare, tagliare e tagliare. Aprite il rubinetto e bevete da lì l'acqua. Ormai è più conveniente per tutti.

Col tempo poi, ci saranno aumenti, ci saranno restrizioni e magari avremo rubinetti separati per l'acqua. Quella da bere e quella per consumi diversi. Con sistemi di fornitura separati dove acque depurate, verranno utilizzate per lavatrici, servizi igienici, giardini, ecc. Tanto il costo già ci viene girato sulla bolletta/fattura dell'acqua sotto forma di addizionale. In futuro avremo nuove utenze da pagare e i prezzi saranno allineati, sicuro.

Il bello che questi servizi li avremo già pagati noi in origine, ed in base alle leggi attuali sugli investimenti da effettuare per mantenere gli appalti e le licenze comunitarie, son di fatto già di proprietà di queste società, con tanto di soddisfazione da parte nostra.

Ma non serve ora adirarsi e cercare il "mostro" responsabile o gli approfittatori. Nel tempo queste società si sono automatizzate al punto che agiscono di loro conto. Come se avessero vita propria. Sistemi interni che licenziano, assumono, comprano e vendono, manovrano senza che nulla esternamente piloti la cosa. Da fuori solo si può affinare eventuali filtri o cambiare le variabili delle formule. Diversamente la macchina stessa, licenza e blocca l'incauto che cerchi di fermare il sistema. Non ci sono padroni da portare in processo, solo investitori (azionisti) che sono anonimi o meglio, le azioni della società sono anonime; chiunque può averle.

L'umanità è riuscita a crearsi un meccanismo perverso nato dalla cupidigia, per avere la famosa gallina delle uova d'oro. Poco importa dove questa gallina recuperi la materia prima per produrre l'oro.

Facciamocene una ragione. I colpevoli sotto sotto, siamo noi; ma forse ci va bene così e quello che qui viene scritto in chiave di critica, viene invece letto come conquista benefica dai più. Tanto anche se in sintonia col post, non ci possiamo fare niente... giusto?

... O no?

venerdì 14 maggio 2010

La crisi; continuerà fino ad obiettivi raggiunti.

Sui giornali e mezzi di comunicazione c'è sempre più attenzione sopra l'attuale crisi, che a detta dei comunicatori, vede l'Europa in quanto istituzione economica, sotto attacco speculativo. Arrivano notizie, riportate come agenzie stampa, dove la credibilità dei paesi dell'Euro, è minata dal deficit pesante che gli stessi soffrono da lungo tempo.

La manovra con la quale si è istituito un fondo a garanzia dei titoli di stato emessi dai vari governi componenti l'area europea, ha dato sollievo alle contrattazioni sul mercato azionario, a fronte di pesanti manovre economiche, che vengono imposte ai cittadini dei vari paesi.

Mentre si elencano tutte le varie spiegazioni che mostrano come a fronte di un debito necessariamente deve esserci un sacrificio tradotto con aumenti di tasse e abbassamenti degli stipendi, poco a poco per gli ignari cittadini europei, viene cancellato il fatto che l'Euro sta precipitando nelle sue quotazioni.

Questi personaggi, non eletti da nessuno, che si sono messi a "consigliare" i vari governi, indicano nella politica restrittiva, il giusto cammino da seguire per risollevare la stabilità del mercato. La prima domanda che sorge quasi spontanea è come mai le correttive applicate siano viste come "giuste" mentre poco prima non si sapeva bene quali strade prendere. Solo scaricare sui vari amministratori colpe di avvertimenti non ascoltati...

Il fatto che sta scomparendo sapientemente messo in secondo piano, è che differentemente da quando ogni stato per garantire le proprie esportazioni commerciali, svalutava la sua moneta, con l'avvento dell'Euro, il giochino non si può fare.

Una delle prime accuse, oggi dimenticate, era l'eventuale operazione di squali economici, che hanno puntato sulla parità Euro-Dollaro, scommettendo nel frattempo sull'operazione opposta immettendo titoli drogati sul mercato azionario che garantivano proprio la stabilità.

I nostri politici assicurano che tale speculazione è stata fermata dall'istituzione del fondo cui sopra.

Niente di vero! Infatti l'Euro prosegue sulla sua corsa verso la parità col Dollaro, garantendo nel frattempo buone esportazioni, di cui gli effetti al rialzo borsistico su alcuni titoli, e imponendo manovre non sindacabili vista la crisi raggiunta.

Interessante come nonostante queste variazioni virtuali di valore, il petrolio continui a salire facendo sentire i suoi effetti alla pompa, che vedrete, avrà il prezzo ritoccato ancora più in su visto il facile gettito in entrata, tramite imposte che già alcuni stati (Spagna, Portogallo, Grecia,) possono gustare con l'aumento dell'IVA.

Per avere un'idea di quanto senza saperlo sia stato perso, basiamoci su cambi monetari diversi da quelli Euro/Dollaro e che per loro natura, hanno un valore nominale basato sulla vera ricchezza del paese e non da contrattazioni borsistiche. Prendiamo in esame il Guaranì, moneta del Paraguay che essendo paese appartenente al MercoSur e non inserito fra i paesi ricchi ma di cosiddetto "terzo mondo", non può soffrire di variazioni sulle parole, ma solo adeguandosi.

A fine anno 2009, la moneta europea era cambiata a 7100/7300. Oggi siamo a 5800/5600 e con tendenza al ribasso. Un ribasso del 20% in sei mesi (40% annuo).

I mercati del Forex hanno fatto un buon bottino. Immaginate di aver comprato 6 mesi fa moneta paraguaia per 100.000 €. Rivendendola oggi avreste un capitale di 122.413€, ovvero, 22.000 in sei mesi. Non male vero?

Questo per monete non sospette. Amplificate il tutto con il serpente monetario mondiale, e avrete un' idea di quanto guadagno "sporco" c'è nei retroscena delle nostre crisi locali.

Come mai paesi quali Gran Bretagna si sono defilati dall'istituzione del fondo europeo? Hanno sempre detto di non voler appartenere alla sfera monetaria, quindi coerentemente, non hanno aderito al "salvataggio". La domanda è: Ma se sono fuori dall'Euro, che ci facevano sul tavolo delle manovre economiche della moneta?

Ma intanto al popolo bue, deve arrivare il messaggio che è a rischio il suo stipendio, che la birra in frigo sarà rara, che la macchina forse, non potrà usarla ecc., per poi rifilargli la manovra con la quale vede per lo meno salvo il posto di lavoro.

C'è un piccolo particolare che molte persone in Europa, il posto lo hanno già perso e per quelli che ancora lo tengono, il fatto che lo stipendio non potrà garantire il mutuo della casa se non a fronte di nuove contrattazioni bancarie ed indebitamento sforando il termine per abbassare il rateo, l'idea che le vacanze dovranno essere passate lavorando per ritoccare l'entrate, mentre i "bottegai" aumenteranno i prezzi della merce causa crisi, pare non tocchi minimamente l'anima di chi sta alle leve di comando.

Pare, perché costruire in Europa una popolazione non più borghese, ma allineata con gli stipendi dei suoi immigrati extra comunitari e con una moneta debole, è un piano che poco a poco si è concretizzato dall'inserire nella moneta unica, paesi dell'est europeo, non certo in grado di mantenere gli ormai dimenticati parametri di Maastricht.

Le multinazionali e gli squali economici americani, sanno molto bene che il giochino delinquenziale protratto nel tempo nei paesi asiatici e sud americani, non può più essere effettuato grazie all'esclusione di questi elementi dai loro mercati. Di sicuro per incapacità tecnologica, non può nemmeno essere attuato nei paesi africani. Ed ecco che viene imposto all'Europa. Una volta partner ed ora cibo.

lunedì 18 gennaio 2010

Siuna, H1N1 bufala?

L'influenza A, le cui conseguenze per settimane hanno tenuto in allarme milioni di persone, in realtà era una "falsa pandemia" orchestrata dalle case farmaceutiche pronte a fare miliardi di euro con la vendita del vaccino: l'accusa arriva da Wolfang Wodarg, il presidente tedesco della commissione Sanità del Consiglio d'Europa.

Wodarg ha anche accusato esplicitamente le industrie farmaceutiche di aver influenzato la decisione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di dichiarare la pandemia. Pesante il j'accuse di Wodarg, ex membro dell'Spd, medico ed epidemiologo, secondo cui le multinazionali del farmaco hanno accumulato "enormi guadagni" senza alcun rischio finanziario, mentre i governi di tutto il mondo prosciugavano i magri bilanci sanitari spendendo milioni nell'acquisto di vaccini contro un'infezione che in realtà era poco aggressiva.

Wodarg ha fatto approvare una risoluzione nel Consiglio d'Europa che chiede un'inchiesta sul ruolo delle case farmaceutiche; e sulla questione il Consiglio d'Europa terrà un dibattito a fine mese. La denuncia, riportata con grande evidenza dal Daily Mail, arriva qualche giorno dopo quella secondo cui i governi di mezzo mondo stanno cercando di sbarazzarsi delle milioni di dosi di vaccino, ordinate all'apice della crisi. Il Mail ricorda che, in Gran Bretagna, il ministero della salute aveva previsto 65.000 decessi, creato una linea-verde e un sito web per dare consigli, sospeso la regola che vieta di vendere anti-virali senza prescrizione medica; furono allertati gli obitori e persino l'esercito, che doveva essere pronto a entrare in campo qualora si fossero verificati tumulti tra la popolazione a caccia dei farmaci.

Secondo Wodarg, il caso dell'influenza suina è stato "uno dei più grandi scandali sanitari" del secolo. Le maggiori aziende farmaceutiche, secondo Wodarg, sono riuscite a piazzare "i propri uomini" negli "ingranaggi" dell'Oms e di altre influenti organizzazioni; e in tal modo potrebbero aver persino convinto l'organizzazione Onu ad ammorbidire la definizione di pandemia, il che poi portò, nel giugno scorso, alla dichiarazione di pandemia in tutto il mondo.

"Per promuovere i loro farmaci brevettati e i vaccini contro l'influenza, le case farmaceutiche hanno influenzato scienziati e organismi ufficiali, competenti in materia sanitaria, e così allarmato i governi di tutto il mondo: li hanno spinti a sperperare le ristrette risorse finanziari per strategie di vaccinazione inefficaci e hanno esposto inutilmente milioni di persone al rischio di effetti collaterali sconosciuti per vaccini non sufficientemente testati".

Wodarg non fa alcun nome esplicito di persona in conflitto di interessi; ma lo scorso anno il Daily Mail aveva rivelato che Sir Roy Anderson, uno scienziato consulente del governo britannico sull'influenza suina, fa parte del consiglio d'amministrazione della GlaxoSmithKline. L'azienda farmaceutica, che produce antinfluenzali e vaccini, ha immediatamente replicato alle accuse, definendole "sbagliate e infondate".

Fonte AGI

mercoledì 6 gennaio 2010

Buon anno, decenza

Nel mondo d'oggi, i valori sono rivoltati. Magari non ce rendiamo conto ma, sono finiti i tempi dei nostri nonni, dove la decenza ed il buon gusto d'allora, ci venivano trasmessi fin da piccoli.

In tutto ci dev'essere equilibrio, chiaro. Alcune imposizioni dovute solo a credenze bigotte e moraliste, ci hanno reso amaro il gusto della vita. "Non crederai davvero di uscire conciato in quel modo, vero?"; "In questa casa non entrarà mai una persona che porti i capelli in quel modo..."; "Come?,.. Che lavoro hai detto che fa?... Dimentica in assoluto, per te va bene la figlia/o di ..." "A che ora hai detto che voui rincasare?... Alle 22?... Ma come ti permetti, fintanto vivi sotto questo tetto, tu devi..."; "Devi andare a messa, sbrigati, sennò la gente..."

Poi siamo passati per tempi più permissivi. Avevamo tutti il gusto della ribellione giovanile. Magari alcuni ricordano di quando si cambiavano i vestiti in casa di un amico/amica, solo per essere al pari dei propri coetanei o per essere più alla moda. E le gonne? Quante giovani uscivano con le sottane lunghe, per accorciarle una volta fuori avendo una certa invidia per le amiche che non avevano bisogno di sotterfugi, grazie ad una famiglia... più moderna.

Alla fine sempre più siamo passati dal gusto della libertà alle trasgressioni più o meno spinte, fino a scendere in spiaggia praticamente nudi, e frequentando compagnie più o meno equivoche, che fanno tanto tendenza. E visto che ci siamo, dallo spinello degli anni '60 alla cocaina e droghe più o meno affini, che danno quel non so che di "in", ma che poi sono l'inferno di chi deve uscire da questo tunnel.

Mentre i nostri politici, mirando alla sicurezza e alla salute, impongono regole sempre più strane, per chi di una certa età e liberatorie per chi giovane e ribelle, ma senza causa. Siamo passati dall'approvazione del divorzio, alla legalizzazione dell'aborto e il diritto alla vita sessuale privata che più ci fa comodo, senza quasi accorgersene.

Negli anni '80-'90 c'erano ancora discussioni sulla questione omosessuale, scivolando sul lecito ma di mal gusto, la visione di una vita con queste tendenze che mal si associavano alla vita dei tempi. Oggi i diversi, gli emarginati, sono quelli che la pensano in modo "naturale", e che vedono di mal occhio coppie formate dallo stesso sesso. Sono indicati di razzismo e omofobia, obbligati ad accettare loro malgrado, la convivenza e l'integrazione socio-politica, in un ambiente sempre più simile a Sodoma e Gomorra di bibliche memorie.

A causa della sicurezza, viene approvato lo scanner totale negli aeroporti. Non ci saranno più eventuali perquisizioni corporali. Fra breve passeremo nudi, sotto gli attenti sensori della macchina, mostrando le nostre intimità a persone più o meno sconosciute e non sapremmo nemmeno se le immagini saranno registrate e conservate, per ragioni di sicurezza, in chissà quali archivi.

Ovviamente è causa del terrorismo. Gli sempre più indomabili esponenti di qualche fazione che non vedono l'ora di portarci tutti verso dimensioni alternative. Pare che le ultime performance di questi individui, abbiano accelerato l'approvazione di tali dispositivi, negli aeroporti europei. Cosa buffa, dato che erano pronti da un anno ma dovevano passare per le obiezioni dei soliti politici moralisti. Adesso meglio sicurezza che intimità: hanno detto.

Mi chiedo che misure adotteranno quando questi "terroristi", inseriranno esplosivi o quant'altro, nelle loro aperture naturali, occultando i congegni in zone anatomiche interne ed intime dato che per immolarsi per la gran causa non hanno certo attenzioni per il loro corpo fisico.

Ci saranno già allo studio macchine per la rettoscopia, vaginoscopia di dimensioni e manualità confacenti per essere approntate ai varchi d'imbarco? Se sì, fra non molto avremo i primi tentativi di attentati con questi sistemi che portaranno all'approvazione celere di detti mezzi di controllo.

Pensiamoci, in fin dei conti il sistema è usato gia da tempo dai vari contrabbandieri di sostanze stupefacenti, che rischiano la propria vita per pochi denari. Qui si tratta solo di rischi ben calcolati. La perdita della vita, non è proprio uno dei problemi di questi individui.

Sono state abbattute di fatto le obiezioni di alcuni europarlamentari, che volevano capire se questi scanner siano o meno dannosi alla salute e non ci marciavano sopra alle paure anglosassone-statunitensi. Ora diverrà obbligo sottoporsi a spogliarelli elettronici.

sabato 12 dicembre 2009

Microsoft e OEM

Che Microsoft sia antipatica a molti, non è una novità. Vuoi per il suo sistema che imperando come SO fra quelli installati nei computer del mondo, è il più attaccato da virus, troyan ecc.; vuoi perché si blocca spesso con errori del cui significato a volte non basta nemmeno essere appartenenti a chissà quale setta di oscuri misteri; vuoi perché molti dei suoi aggiornamenti o installazioni di nuovi programmi, prevedono il riavvio della macchina; vuoi perché molte delle cose proprie (foto, video,...) vengono etichettate come "sospette" e non più visionabili dal sistema con gli applicativi inclusi dato che possono incorrere nella violazione dei diritti di copia; varie et eventuali.

Insomma, di motivi per scegliere un altro sistema operativo, si trovano con una certa facilità. Nonostante ciò, Windows rimane il sistema che viene scelto nella maggioranza dei casi. Di certo c'è un po' di complicità da parte delle grandi catene di distribuzione, che offrono computer con il SO già pre installato e che per comodità si tratta quasi sempre di Windows. L'utente finale ci ha fatto quasi il callo. D'altronde moltissime delle nuove applicazioni, girano solo su questo sistema per non parlare dei video giochi che solitamente sono preclusi ad altre piattaforme a meno di non essere smanettoni.

I computer pre assemblati che si trovano nelle catene distributive, soffrono spesso di configurazioni penalizzanti sulle prestazioni. A fronte di memoria aggiuntiva per rendere più snello il sistema, le macchine montano alimentatori al limite delle loro capacità, costringendo in un secondo momento, la sostituzione degli stessi con componenti più prestanti e facendo lievitare il prezzo. Oppure la scheda grafica dell'assemblato non è all'altezza del nuovo gioco, detiene un sistema audio di bassa qualità, non può connettersi con alcune periferiche (tipico il caso dei portatili ASUS, che sono assemblati senza la componentistica BlueTooth, nonostante questa venga dichiarata negli adesivi della macchina).

Da quanto sopra e per altri motivi, molti scelgono di auto assemblarsi la propria macchina, cercando componenti di qualità e che quasi sempre, il prezzo finale supera di molto di quanto si può trovare sul mercato. Un utente fai da te che sarà poi l'utilizzatore del sistema, quasi sempre immette nel suo assemblato un SO meno oneroso e che gli permetta di essere nello stesso tempo, in linea con le ultime novità. Se invece, vuole essere conforme a programmi Windows oppure l'utente finale è l'amico, si acquista una copia di Windows che sia la più economica sul mercato (a meno che non si opti per una soluzione non regolare, che poi darà i suoi problemi).

La versione meno cara acquistabile sul mercato è la cosiddetta OEM. Questa licenza è installata su quasi tutti i computer acquistabili nei negozi. Grosso modo, l'utente viene informato che il SO montato è valido solo sulla macchina in cui gira e detiene molti algoritmi che verificano che sia installato sul sistema nativo. Cercando in rete si trovano molti siti che offrono tale licenza scaricabile online, del cui prezzo il risparmio è notevole. Non ultimo si può acquistare anche in negozi di computer specializzati con lieve sovraprezzo ma comunque garantendo un certo risparmio rispetto le versioni complete.

Una volta installata sulla macchina, la differenza non si nota quasi, e viene da chiedersi se Microsoft non sia leggermente ingenua vendendo una soluzione OEM, meno cara di quelle ufficiali.

Ma la licenza OEM include delle clausole contrattuali scritte in vero "legalese" e che nel tempo sono andate perse e difficilmente reperibili in rete, ma che sono attualissime e applicate.

Questa licenza permette solo l'installazione su una macchina che DEVE essere venduta all'utente finale. Solo una regolare ditta d'assemblaggio, può far valere la completa applicazione contrattuale. Un privato non può associare i termini di licenza all'uso del SO installato. Che il sistema sia installato da un amico o personalmente o da negozio non abilitato, per Microsoft conta come End User e questi non è abilitato all'uso rendendo illegale quanto fatto con conseguenze pesanti se Microsoft intendesse avvalersi dei suoi diritti.

Nonostante questa limitazione, le versioni OEM sono regolarmente vendute; anche per il neonato Windows 7, si trovano facilmente queste versioni. Anzi, cercando di capire se la cosa sia regolare, si viene pilotati verso forum della stessa Microsoft che assicurano la regolarità della versione OEM. I siti on line non sono di sicuro prodighi di informazioni più accorte, e riportano le informazioni Microsoft, opportunamente mirate a tranquilizzare i dubbi sul regolare utilizzo offrendo cospicui sconti se si scarica il prodotto attraverso il link proposto.

Microsoft dal canto suo, non è generosa d'informazioni in merito ed anzi, ha fatto quasi sparire dalla rete questa non di poco conto delucidazione. Applicando sempre più versioni che confondono, con prezzi allarmanti e rendendo poco chiara la scelta da fare per installare il suo sistema operativo.

Potete trovare maggiori approfondimenti qui.

mercoledì 2 dicembre 2009

Un mondo assetato

Poco a poco, nonostante i vari episodi che hanno visto e vedono le conseguenze dell'insana idea di dare in mano alle multinazionali, il servizio dell'acqua, a suon di modifiche di legge, a suon di messaggi mirati queste associazioni di profit, nascoste spesso da nomi come multiservizi, si stanno appropriando dell'elemento base della vita.

L'acqua è un bene prezioso, l'acqua deve essere gestita al meglio, evitate gli sprechi d'acqua, l'acqua si sta esaurendo...

Slogan, con i quali poco a poco hanno convinto che l'acqua sia un bene, quindi commerciabile e gestibile. Errore indotto con malafede. L'acqua è una necessità! Non un bene.

Cosa sta per accadere? La nuova legge in arrivo, prevede che gli enti pubblici possono essere co-titolari del solo 30% delle azioni dell'impresa privata a cui viene concesso il servizio. Inoltre stabilisce, come se fosse un garanzia, che la rete di distribuzione resta in mano al comune o ente pubblico.

Una bella mucca solo da mungere per bene, e senza dargli nessun alimento. L'acqua, che il buon Dio ha messo per permettere la vita, diviene di proprietà dell'azienda, la quale ne trae profitto distribuendola all'utente finale, mentre non è tenuta a risolvere eventuali problemi sulla rete distributiva perché non di sua proprietà. Quindi eventuali manutenzioni e danni sonno a carico del contribuente, i guadagni della distribuzione sono incamerati meno la quota in mano all'ente pubblico.

Un affare per i comuni, che già hanno delegato il servizio ristrutturazione delle tubature a qualche ben pensata cooperativa di comodo. Se poi l'acqua non arriva o è di bassa qualità, non rientra nelle loro responsabilità. Rivolgersi all'impresa che detiene il servizio. Bel rimpallo. Aggiungesi il fatto che quasi sempre, la qualità dell'acqua da bere al rubinetto, subisce aumenti anche del 30% (strano questo numero vero? assomiglia alla quota detenuta dal comune) e si abbassa come qualità rientrando però, nei limiti stabiliti dalla legge. Legge indicata e conforme alle indicazioni europee, asseriscono, che guarda caso, sono decise da privati o loro rappresentanti eletti, con lo scopo di sollevare l'economia (la loro). In realtà l'Europa a proposito dice ben altro:
”Risoluzione europea 11 marzo 2004, “Strategia per il mercato interno, priorità 2003- 2006” , al paragrafo 5 cita: “Essendo l’acqua un bene comune dell’umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno”

Sebbene ormai gli effetti si facciano sentire, al popolo bue pare basti la tele, il frigo con qualche birra e poter lamentarsi senza conseguenze. Se poi proprio si supera i limiti, iscriversi a qualche associazione consumatori delegando a questa la lunga battaglia che è sbagliata in partenza, dato che l'acqua non è un bene di consumo, ma una necessità!

Si scriveranno ancora pagine e pagine di denunce, commenti e lamenti ma il risultato sarà che l'acqua sarà di esclusiva proprietà di qualche multi ben nascosta nei meandri delle scatole cinesi del mercato borsistico. Tanto poi, una bella guerra civile come in Colombia, risolverà eventuali problemi legali, lasciando i malviventi responsabili, liberi di perpetuare crimini contro l'umanità sicuri di non pagare mai il conto anzi, sapendo che questo verrà girato verso la vittima stessa.

Ma mi raccomando, continuate a frequentare e comprare nei centri commerciali. Bellissimi, pieni di cose luccicanti a prezzi interessanti. Poco importa se intrisi del sangue di qualche minorenne costretto a lavorare in paesi dove le leggi sono permissive. Poco vale se quanto acquistato, non vale il tempo della nostra vita.

Tutto è così "in".

giovedì 19 novembre 2009

IBERIA: compagnia poco seria

Non chissà quanto tempo fa, viaggiare in aereo era prerogativa di persone con un certo margine economico. I viaggi erano organizzati in modo tale da limitare il più possibile i disagi che i clienti potessero avere. Si veniva trattati con un certo riguardo in fase d'imbarco e si era oggetto d'attenzione durante i voli. A bordo si trovavano pronte ad accogliere, comode poltrone con spazi sufficienti per le gambe, hostess che fornivano di quando in quando generi di conforto ed un equipaggio che s'informava, a volte anche in modo eccessivo, delle nostre condizioni. Sia che si viaggiasse in prima classe, che in classe turistica.

Bei tempi...

Oggi le compagnie aeree fanno a gara a chi sia più scortese, truffaldino, maleducato e speculatore.

In fase di cheek in, troviamo zelanti operatrici che controllano quasi al grammo il peso dei nostri bagagli, invitandoci a regolarizzare il sovrappeso pagando profumatamente allo sportello della compagnia aerea e facendoci rifare la fila. Le regole di quanti bagagli siano ammessi, non sempre sono chiare ed hanno la tendenza di cambiare fra la prenotazione e l'usufrutto del volo con la conseguente "sanzione". Le proteste o la richiesta spiegazioni all'inserviente, sono inutili e vengono respinte prima in modo gentile invitandoci a recarci, scrivere ecc., ai preposti sistemi per terminare se insistenti, in frasi e indicazioni, non proprio da galateo.

Il passaggio alla zona d'imbarco è sempre più simile al transito che possono fare gli animali destinati al macello o la loro vendita. Sebbene alcuni articoli siano permessi, di solito vengono sequestrati senza troppe spiegazioni, mostrare agli addetti la lista delle cose permesse, ha la conseguenza d'irritare il personale che in seguito può fare di tutto per farci perdere tempo, spogliarci ecc., al rischio di perdere il volo. Ma questo è dovuto, dicono, alle norme sulla sicurezza e deve essere imputato ai terroristi, e alla gestione dell'aeroporto. Le compagnie aeree in questa fase non possono intervenire, se non approfittando speculandoci sopra in caso di problemi (se perdete il volo a causa di questi controlli, grazie per aver pagato il volo e comprate un altro biglietto se volete raggiungere la destinazione).

Nella zona d'imbarco si scopre sovente che la vostra tessera di fedeltà, serve solo a prendervi in giro. I servizi offerti sono sempre rivolti a classi superiori e le classi superiori vi si accede attraverso ignoti sistemi non dichiarati ai comuni mortali. Inoltre le norme della vostra carta fedeltà, cambiano a posteriori negandovi quanto promesso in fase di contrattazione. Anche qui se volete protestare, dovete rivolgervi ai sistemi indicati dalla compagnia e che ovviamente, non potete accedervi che una volta ritornati a casa. Se lo si fa, quasi sempre si viene pilotati in giro per i servizi a pagamento dei centralini, per raggiungere un operatore o che non capisce, o vi mette in attesa (stranamente dopo 10 minuti la linea cade...) e che vi cataloga con un numero di reclamo invitandovi ad attendere la risoluzione. (che non avverrà quasi mai, o perchè non compresa fra le norme, o perchè indirizzata verso un numero diverso di classificazione reclamo o ignorata proprio).

In fase d'imbarco si scopre che il turno per salire, quasi sempre è diverso dalla fila fatta. L'operazione viene gestita dalla compagnia per accelerare i tempi (animali che devono essere gestiti) nonostante, l'aereo parte sempre con ritardo rispetto a quanto indicato sul biglietto e le cause sono fra le più svariate.

A bordo si scopre che la poltrona non solo è scomoda ma spesso non permette nemmeno di usarla senza che le ginocchia premano su quella della fila anteriore. Stendere le gambe è impossibile. Dopo vari sorrisini di proforma, il personale tende a vietarvi tutto. Il posto per il vostro bagaglio a mano, è sottodimensionato rispetto ai limiti di sagoma riportati. Va bene se usate misure un po' più piccole. Se cercate di sfruttare la massima sagoma, dovrete sistemarlo sovente, molto lontano da dove siete seduti. Qua non si capisce un mistero... Se il bagaglio a mano per persona è limitato ad una sola unità, come mai alcuni riescono a salire con 3 e più? Perché gli spazi per i bagagli a mano non sono conformi ai numeri dei posti disponibili nell'apparecchio? Che centri forse con il fatto che per farci stare più gente possibile si siano usate file di poltrone sempre più ammassate fra loro al punto di superare l'equilibrio posti disponibili/bagagli in cabina?

Durante il volo niente è permesso, a meno che non si paghi. Anche l'eventuale accesso ai servizi diviene difficoltoso, causa il ristretto spazio fra file di poltrone, che a volte rende impossibile l'uscita dal posto assegnato senza che per questo si scomodino tutti i passeggeri presenti nella fila. Se avete urgenza e il momento è quello della vendita dei generi di conforto/badget inutili, giustamente con sovrapprezzi del 200% e oltre, rinunciate e vedete di sporcarvi il meno possibile, dato che il passaggio centrale è totalmente occupato dal carrello di vendita.

Il passaggio era stato progettato all'origine, per permettere le misure del carrello mescita e due persone ai lati, che servivano la destra e la sinistra. Ma le file delle poltrone erano di due posti! Oggi per mettere più animali ed incassare di più, le file sono di tre posti. Lo spazio fra fila e fila era progettato per permettere una persona seduta ed il passaggio dell'altra. Lo spazio extra era usato dal passeggero in caso non vi fosse questa necessità, per stendere le gambe e reclinare la poltrona in modo confortevole. Vale quanto sopra, oggi.

Le uniche poltrone confortabili, sono riservate alla businnes class che però sono presenti solo nei voli intercontinentali. Comprare biglietti di classe lusso su voli europei e/o nazionali, serve solo ad ingrassare i maiali che gestiscono il servizio di trasporto.

Nelle rotte intercontinentali, il personale di bordo osserva un rigido orario di servizio al passeggero. Passato questo orario, potete anche morire. Nessun inserviente si farà vivo durante le sue ore di riposo. Tanto siete animali e quindi è normale che qualcuno non s'incontri bene nel trasporto.
Il cibo è quanto di più chimico ed economico si possa trovare sul mercato. Prenotare pasti speciali vi farà dimagrire, dato che per cause di forza maggiore spesso, non è stato possibile assolvere la richiesta. Siete animali... l'ho già detto?

Nei viaggi intercontinentali, quasi mai il trasporto è gestito dalla stessa compagnia che, per far fronte al volo pagato, usa vettori di compagnie associate, quasi sempre di co-proprietà e spesso e volentieri di carattere low cost. In questa ultima tratta tutti i servizi pagati e abbinati alla vostra carta fedeltà, non hanno valore! I punti non vengono assegnati, il bagaglio permesso è nullo la responsabilità deve essere imputata alla compagnia della tratta che per sua costituzione low cost, quasi sempre declina la stessa. Non per ultimo ma anzi usato in gran pompa, lo scarico della competenza in caso di smarrimento o ritardo del bagaglio.

Fatto vero: Il viaggio fra Europa e Sud America viene gestito per la parte oceanica dalla compagnia scelta, il destino finale da quella associata e che non si può scegliere. Il ritardo della partenza all'origine, per cause non spiegate, ha fatto sì che la tratta fra Europa-Sud America, sia stato ritardato per l'imbarco dei passeggeri. Dato che i bagagli seguono un iter più ampio per il trasbordo, questi sono rimasti nell'aeroporto. A destino, ovviamente, non erano presenti perché imbarcati il giorno dopo con il primo volo utile. In atto di reclamo questo può essere fatto alla compagnia dell'ultimo tratto che compila il modulo ma avverte che non di sua competenza dato che il biglietto è stato acquistato da un altra compagnia e la causa del ritardo del bagaglio è stata dovuta a mala gestione dello stesso da parte di chi ha venduto il volo. Al rientro vi verrà fatto notare che dovevate rivolgervi alla compagnia dell'ultimo tratto perché, secondo le loro contrattazioni, si deve prendere a carico quanto succede nel loro volo. Spiegare come si siano svolti realmente i fatti è impossibile dai moduli precompilati. Si può tentare la causa attraverso una associazione consumatori o un avvocato personale, sapendo che si protrarrà per 5 anni o più. Comunque se vincenti, e lo sarete, quanto vi verrà rimborsato è un decimo di quanto speso per far causa.

In caso di scioperi, le compagnie ultimamente inseriscono la clausola liberatoria che rimanda a noi animali, i disagi o impedimenti del servizio pagato. Anche se illegale, dato che le beghe sindacali sono un problema della compagnia e non dei clienti, vi auguro tanta fortuna se volete risolvere eventuali litigi legali. Anzi, la carta dei servizi e di qualità, s'aggiorna includendo esclusioni sempre più forzose, cercando di far rientrare sempre più il tutto a cause di forza maggiore che, notate, essendo l'aeroporto non gestito dalle compagnie aeree, ogni ritardo e problema vi possa capitare è a questi che dovete rivolgere il reclamo. Lo sciopero abbiamo scritto sopra, non rientra secondo la compagnia nei suoi problemi mi sto chiedendo quali siano le uniche cause imputabili alla compagnia, secondo loro.

Negli scioperi poi, visto che poverini, soffrono di qualche eventuale perdita... credo a interessi bancari per lo più, dato che incassano il dovuto con anticipo rispetto al servizio elargito, voli cancellati o cambiati, sono a carico del cliente. Questi ha diritto al rimborso in caso della rinuncia del viaggio qual ora la compagnia non abbia provveduto a servzio alternativo. Ogni informazione deve essere richiesta al servizio a pagamento di 1 € minuto. Il servizio alternativo, di solito, viene assolto da una compagnia aerea differente, spesso low cost associata a quella di bandiera ma che non condivide le responsabilità, nè i servizi pagati. Gli eventuali punti PAGATI, abbinabili alla tesserà fedeltà, NON verranno accumulati dato che il volo è stato fatto da compagnia differente.

Si potrebbe continuare, ma il disgusto è noto a chi sia passato per queste compagnie dominate dalla new economy, dove l'importante non è il cliente ma quanti soldi si riescono a speculare. Dove il mal servizio regna sovrano ed in caso di futuri giochi di borsa, aumenta per abbassarne le quotazioni e fare buoni affari. I nostri governanti non possono aiutarci. O forse perché già impegnati con la parola verso le compagnie stesse, o perchè questi problemi a loro non saranno mai noti, avendo sempre aerei prenotati, spesso personali e viaggiando in super lusso class.

lunedì 2 novembre 2009

Vendere o non vendere? Comprare, forse...

Se non vi è mai capitato di acquistare un prodotto che:
  • non volevate
  • non rispetta quanto promesso
  • costa più di quanto pensavate
  • la sua garanzia non si può applicare
allora o non avete mai acquistato nulla, oppure siete delle persone che di diritto possono entrare nei record mondiali.

Intendiamoci, ci sono persone che riescono a fare buoni acquisti e che non hanno niente da lamentarsi, ma sono il risultato dell'esperienza dei punti sopra citati. Poi il buon senso, l'intelligenza possono aver accelerato il processo di conoscenza atta ad evitare tutti quei prodotti, servizi di dubbia o illecita qualità.

Il mondo del mercato fin dalle sue origini, si basa fra la domanda e l'offerta. Oggigiorno la domanda è sempre meno per cui molti analisti del settore, hanno fatto sì di pomparla un poco per adeguarsi all'offerta che al contrario, è sempre più nutrita.

Materia già di studi universitari, viene oggi vista come il motore delle transazioni commerciali in generale. Fior fiore d'analisti, impegano molto tempo per sapere in anticipo l'esigenze di quelli che chiamano "consumatori" e pilotare il mercato verso prodotti mirati ad una necessità destinata a cambiare nel tempo.

Abbiamo mercati del primo secondo e terzo mondo. A prescindere dal livello di ricchezza del paese in cui sono situati, vengono catalogati per le tipologie di necessità. Nel mercato di terzo mondo, si trovano le necessità di prima categoria: mangiare, vestirsi,bere, ecc.
Nel mercato di secondo mondo troviamo le necessità di abitare, istruirsi, sposarsi, muoversi, ecc. Nel mercato di primo mondo si trovano tutte le soprastanti più i generi di lusso, il divertimento, l'informazione ecc.

Come si può subito notare, in un mercato di prima posizione, vengono forniti i servizi terziari e solo nei paesi in cui esiste questa domanda, esiste lavoro per questa categoria. Parallelamente dato che ricchi e poveri sono una costante del pianeta con diverse concentrazioni, i tre mercati si trovano sempre in tutti i paesi del mondo ed ai quali vi si accede in base alla propria posizione economica. Il sistema che li raggruppa tutti si chiama: mercato globale.

Senza scendere in spiegazioni e delimitazioni che definiscono al meglio tutte le varie tipologie e che porterebbero una lungaggine tale, che nemmeno tutta Internet potrebbe contenere, vista la complessità raggiunta dal sistema, andiamo alla base di quello che è il mercato.

In tutti i mercati, c'è un acquirente ed un venditore. Mentre per il primo genere ci si adatta a quello che si trova, o lo si pilota con la pubblicità ecc., il secondo, il venditore, è la leva della vendita. Figura che può essere svolta in prima persona, come demandata a terzi. Un buon venditore, farà sempre la differenza di un affare.

Detto questo, trovare un buon venditore è un compito difficile, formarlo ancora di più. Un buon venditore deve essere capace di cogliere al volo le necessità e i desideri del compratore e saperlo dirigere verso il prodotto fatto per lui. Deve conoscere la psicologia dell'acquirente, sapere se è una persona che si lascia consigliare o se metterà in discussione tutto quello che viene proposto. E deve farlo in tempi brevi, rapidi e decisi.

Ad esempio se in un negozio d'abbigliamento entra qualcuno che vuole comprare qualcosa, ma non sa bene cosa cerca, deve essere capace di cogliere questa sua attitudine e solo in questo caso, proporsi d'aiutare. Viceversa imporsi al cliente quando questi chiaramente dimostra di sapere cosa vuole e ne sa sul prodotto molto di più di chi vende, comporta di solito l'abbandono del negozio di questi, perché infastidito dal "commesso" e non più venditore, che cerca solo d'eseguire l'ordine di vendere il più possibile, pena la perdita dell'impiego.

Un buon venditore deve saper cogliere l'atteggiamento di sfida del cliente, magari nascondendo il capo che questi aveva individuato per primo, spiegando che difficilmente s'addice alla corporatura della persona, lasciando che poi il cliente più per rivalsa, lo compri rimanendo soddisfatto due volte. Aver fatto valere il proprio gusto e aver dimostrato di saperne di più. In fin dei conti al venditore, non interessa la sua faccia. Solo il numero dei capi venduti a fine giornata.

Un buon consiglio per evitare malcontenti negli acquisti di capi d'abbigliamento, è quello di lasciare che l'occhio venga richiamato dal vestito e quindi comprovarne la comodità. Non mettersi nella situazione di: qualcosa devo comprare.

Un buon venditore deve sapere come crearsi la sua catena di vendita, che sia fatta di persone o mezzi meccanici, non importa. La sua filosofia è: se non vendi, allora compri. Per cui dividendo in due categorie di persone che incontra, deciderà la linea da tenere. Per raggiungere questo obiettivo, deve individuare il desiderio che più muove la persona. Se questa deve comprare, deve far sì che l'acquisto gli appaia come l'affare del secolo e che comprandolo, acquisisce non solo il bene in sé ma anche un prestigio destinato a pochi eletti.

Se la persona è ammagliata dalla capacità di vendita del buon venditore, è pronta al passo successivo. Farlo venditore lui stesso. Qui entra in gioco il prestigio, la ricchezza o desideri più o meno concreti, che devono essere sapientemente orientati nelle motivazioni che faranno di lui, un buon venditore. Attenzione, abbiamo detto buon, non leale.

Catturato il sogno della persona, lo si pone come meta finale del lavoro di vendita. "... e così operando con questo metodo, in breve tempo si potrà raggiungere la capacità economica per acquisire il castello, la villa la macchina o quel che sia...", frase che magari chi ha ascoltato l'imbonitore di turno, magari ben conosce. Abbiamo detto imbonitore, e non venditore, perché queste persone solitamente, si trovano in una base molto bassa della catena di vendita. Questi solo cercano di catturare l'attenzione e di farsi una base operativa, non parlano di percentuali se non molto sommariamente e non sono ai vertici dell'azienda che rappresentano né responsabili di contrattare personale.

Una volta che il venditore si è creata la sua filiera, deve saper giostrare dal vertice, tutte le regole che operano alla base. Deve saper formulare i contratti di vendita, in modo tale che la responsabilità sia sempre in qualche modo, girata al cliente e se proprio impossibile date le leggi, su l'operatore di vendita, l'assicurazione del prodotto, la garanzia stessa annessa a quanto acquistato, fino a riversare sul cliente stesso, il rischio d'impresa. Un esempio per tutti: le banche, dove per aprire, chiudere, operare su un conto corrente, sempre ci saranno delle spese imputabili al cliente e sempre ci saranno penali in caso di recessione di un contratto.

Un buon venditore si autodefinisce tale, in base al successo/prestigio che può ostentare. A volte non lo sa nemmeno lui, ma è proprio questo che lo rende schiavo alla ricerca di sempre più nuove forme di guadagno, anche se oramai ha raggiunto una ricchezza tale, da permettergli di vivere tranquillamente nel lusso fino alla fine dei suoi giorni e anche per tre generazioni a venire.

Condividere questo successo/prestigio con i propri affiliati alla vendita è una delle chiavi per arricchirsi maggiormente. Se date a qualcuno una percentuale dei guadagni derivati dalla vendita di un vostro prodotto, questi si farà in quattro per arricchirvi ancor di più, specie se a scaglioni, questa percentuale cresce fin ad arrivare anche al 50%. Ci penserà lui stesso, una volta edotto del metodo, ad istruire le persone sotto il suo controllo. Si tratta solo di saper quanto è possibile delegare alla persona sotto di voi, che animata dalla stessa cupidigia, potrebbe farvi le scarpe.

Come crolla il castello di carte costruito? Quando la persona che vuole acquistare un bene, non si lascia affascinare dal bene stesso. Quando la persona che acquista, vede la merce per quello che è. Materiale d'uso. Il buon venditore deve saper evitare che l'acquirente se ne accorga, e pilotarlo sempre verso pensieri positivi e anche, saper fermarsi. Insistere di vendere acqua come se si trattasse di elisir miracoloso, può andar bene se dall'altra parte c'è il tipo snob, pieno di soldi annoiato, che si compra la bottiglia d'acqua proveniente dagli iceberg del polo. Difficilmente si potrà vendere a chi è reduce di una alluvione.

Tra le righe di quelli che possono sembrare consigli di vendita, si lascia a chi vuole, intendere il modo di non farsi abbindolare negli acquisti.

giovedì 29 ottobre 2009

DTT, problemi nuovi di vecchia data.

Del digitale terrestre se n'è parlato già in svariate occasioni e del resto, chiunque faccia un giro sul web, può trovare a iosa notizie e spiegazioni più o meno tecniche ma non solo, sull'argomento.

In Italia si è cercato di far passare questa tecnologia, come obsoleta e piena di problemi, arrivando al punto di dire che in altri paesi europei è stata posta di lato preferendo magari, un IPTV che viene trasmessa via Internet.

Vivendo all'estero e avendo modo di viaggiare, vi posso assicurare che non corriponde alla realtà.

Il digitale terrestre presenta molte caratteristiche tecniche interessanti per i fornitori audiovisivi, che solo perifericamente toccano la qualità del segnale. Cosa che invece, viene spacciata agli utenti finali come il non plus ultra della tecnologia per visionare quanto trasmesso. Ne sanno qualcosa tutti i vari utilizzatori costretti anche a loro malgrado, al cambio del sistema, il famoso oramai, "Switch off".

Uno dei motivi appetibili del sistema digitale, è che si possono trasmettere più informazioni sulla stessa banda di frequenza. Infatti, invece di trasmettere segnali che portano solo il contenuto audio/video e poi riconvertiti analogicamente nell'apparecchio ricevente, si trasmette un segnale dati, ovvero composto da tanti 0 e 1 per capirsi, che per sua natura può essere formato da una mole d'informazioni molto maggiore.

Per arrivare a questo risultato si sono sviluppati sistemi sempre più sofisticati con modelli matematici più o meno complessi, atti alla compressione del flusso dati. Flusso che come in un normale elaboratore, viene poi decodificato fornendo tutti i vari algoritmi atti a permettere la visione, ascolto o utilizzo del servizio contenuto all'interno.

Il sistema ha senza dubbio, la capacità di portare un segnale audiovisivo, ben al di sopra delle possibilità analogiche usate fino a poco fa ed ancora in auge in alcune regioni fintanto non ci sia il passaggio definitivo.

Storicamente, il problema per la corretta trasmissione del segnale digitale e quindi il suo ritardo, si può riassumere alle varie interferenze, echi, che s'accumulano nel percorso fra antenna trasmittente a quella ricevente.

Mentre nell'analogico l'arrivo del segnale caricato da elementi esterni dava solo il risultato di un'immagine sdoppiata, oppure con l'effetto neve per bassa ricezione, dovuto al fatto che l'apparecchio ricevente non doveva decodifcare, ma solamente convertire i vari impulsi in luci e suoni, il sistema digitale deve avere per forza della sua natura, un flusso continuo di dati da elaborare. L'arrivo simultaneo d'informazioni non concordi, porta alla mancata codifica e quindi visione di quanto trasmesso, con schermo nero o alla meglio, quadrettoni e blocchi d'immagine. Basta un edificio che si contrapponga nella linea di trasmissione o un ostacolo temporaneo che sia, per dar luogo al fenomeno di echi che sovrapponendosi fra loro, generano il problema. Per ovviare al fenomeno, si sono studiati e testati, algoritmi capaci di filtrare dati erronei e ricostruire digitalmente il segnale originario.

Ma proprio perché la natura del segnale digitale, permette anche l'invio di informazioni aggiunte, come possono essere quello di un programma per computer semplificando, sono nati i servizi a valore aggiunto o, per gli utenti finali, interattivi.

Questo è il core business del sistema! Si può abbinare al segnale audiovisivo, codici che ne regolano l'uso. Il decoder opportunamente programmato, abilita o blocca quanto non conforme al servizio trasmesso. L'appetitosa torta delle "Pay Tv".

Spesso il sistema per funzionare necessita di una connessione telefonica, dove i codici di controllo vengono trasmessi attraverso il filo e possono essere portanti di dati necessari a transazioni bancarie, richieste di situazioni fiscali e altro. Si possono scalare i vari crediti comprati per vedere una partita di calcio, un evento musicale o film, dalla scheda che va abbinata al decoder. Sistema noto ai vari utenti e che ultimamente vengono via via offerti attraverso la pubblicità.

La nascita di "TivùSat", segue passo passo tutto il mercato che s'apre col sistema digitale. Nuovi decoder, nuovi televisori, nuove offerte commerciali. Una parte del sistema è lasciata "libera" e viene catalogata come Tv generalista, ma come si può facilmente notare, non presenta più la qualità di spettacolo alla quale anticamente eravamo abituati. Sempre più programmazione di basso profilo, sempre più pause pubblicitarie e intrattenimenti che hanno già anni alle spalle. Tutto quanto possa avere un valore come contenuti, viene deviato verso i sistemi a pagamento.

Non che questo sia delittuoso, un'impresa nasce per far profitto e senza questo, difficilmente può sopravvivere. Non si può far a meno di notare però, che l'avidità che sempre più contraddistingue le big del settore, sovraccaricano il sistema al punto che il risultato finale, è la bassa qualità. Gonfiare i servizi trasmessi per spremere quanto più possibile dalla banda di trasmissione, porta inevitabilmente al ridimensionamento dei vari canali associati con problemi che sono noti alla maggior parte degli utenti finali e che se ne può avere un'idea più ampia, cercando in rete.

Alcuni trovano conforto realizzando che se il sistema offre un pessimo spettacolo, ben venga il ritrovarsi con amici e optare per altre attività con cui impegnare il proprio tempo, altri seguono la via della protesta e altri ancora intrappolati dal sistema, acquistano sempre nuove tecnologie per stare al passo.

Finirà come ci dicevano i nostri padri? "Chi troppo vuole, nulla stringe."?

venerdì 21 agosto 2009

Windows Mobile 6.x Vs. Symbian

Se esiste una cosa di cui soffro il fastidioso marketing è quella dei cellulari e palmari in genere. Questi aggeggi, che si rivelano utili in molti casi, ammesso siano dotati delle ultime tecnologie in fatto di connettività, hanno la pessima abitudine di essere "closed". Ovvero dell'impossibilità di poter usarli nella loro piena capacità. Musiche proprie, tagliate senza pietà perchè qualcuno sospetta siano violatrici di diritti, foto che non si possono scaricare se non con cavetti "addomesticati" opportunamente di fabbrica, applicativi che si rifiutano di funzionare, ricambi introvabili, ecc.

Per non dire dell'impossibilità di attualizzarli con l'ultimo S.O., nemmeno pagando cifroni alla fabbrica costruttrice: devi comperare il nuovo, anzi, passa a contratto di tal compagnia che te lo darà ottimizzato a scaricare solo cavolate a pagamento dalla stessa.

C'è chi dice che l'accordo tra Microsoft e Nokia per portare Office Mobile sui telefonini con Symbian abbia un amaro risvolto della medaglia. E cioè potrebbe rappresentare la resa della società di Redmond nei confronti del suo sistema operativo per smartphone. La collaborazione, dicono alcuni esperti del settore, rischia di diventare l'inizio della fine di Windows Mobile.

Già questa piattaforma non se la passa tanto bene: la release attuale 6.1 ha poco più di un anno di vita, ma risente di uno scarso supporto all'interfaccia touchscreen tanto in voga e di alcune caratteristiche migliorabili.

La versione 6.5 prevista per il prossimo autunno dovrebbe rimettere al passo con i tempi Windows Mobile e dare nuovo smalto al sistema operativo. L'edizione 7, prevista per il tardo 2010, promette di essere un ulteriore salto in avanti. Però nel frattempo la situazione si complica: Android è in ascesa e l'iPhone ha introdotto nuovi paradigmi di utilizzo.

«E' possibile che Microsoft si sia rassegnata a non imporsi nella gara dei sistemi operativi per telefonini, specie ora che Htc e Samsung sembrano orientati su Android», spiega Tero Kuttinen, analista di Mkm Partnes, a Reuters. Il quale, non pago di questa dichiarazione, sostiene come Nokia sia la carta vincente per contrastare Google.

E poi: «I benefici tratti dal raggiungere il volume di Nokia con Office bilanceranno le possibili perdite con i preesistenti utenti di Windows Mobile», sostiene Neil Mawston di Strategy Analytics. Come dire che l'unica ragione per avere il sistema operativo di Microsoft è la piena compabilità con i formati di Windows e Office. Ragione che viene a mancare se Nokia garantisce tutto ciò, con in più il beneplacito della società di Redmond che gli concede il pezzo forte della sua scacchiera.

Difficile, per ora, trarre conclusioni; certo che l'accordo tra le due società porta con sé una serie di congetture. Ma c'è anche chi dice che Windows Mobile abbia tutto da guadagnare. Per esempio, perché di fatto con Office sui Nokia si allarga l'ecosistema di Microsoft, su cui può puntellarsi per soffiare vento nelle vele di Windows Mobile.

E non va scordato nemmeno che questo sistema operativo, che vanta sviluppatori di ogni tipo e applicazioni uniche nel suo genere, è considerato "ideale" per impieghi militari. In ultima analisi, tutto grava sulle spalle della versione 6.5 e Microsoft, c'è da starne certi, non lascerà nulla di intentato.

lunedì 3 agosto 2009

Acqua: rincari di stagione

"Che l'acqua sia un bene prezioso è risaputo, ma applicare prezzi fuori mercato è assolutamente ingiusto nei confronti dei consumatori e turisti, soprattutto in estati particolarmente afose come questa, in cui è impossibile rinunciare a bere per trovare un po' di refrigerio."

Così Carlo Pileri, Presidente dell'Adoc, commenta i risultati di un'indagine che l'Adoc ha svolto sul mercato delle acque minerali di Roma, risultato gravemente danneggiato dalle speculazioni della distribuzione, sia grande che piccola, e della ristorazione, nonostante sia presente una buona concorrenza.

"La distribuzione sfrutta a proprio vantaggio il fattore caldo - commenta Carlo Pileri, Presidente dell'Adoc - e il fatto che i consumatori non possono astenersi dal bere, in particolare duranti i picchi di calore di una giornata. La grande distribuzione, nel periodo giugno-settembre, diminuisce sensibilmente le offerte sulle confezioni famiglia da 1,5 litri, per cui stiamo registrando una contrazione superiore al 30%. E i prezzi vanno alle stelle: aumenti medi del 4,4%, con un massimo del 7,6% per le bottiglie da 0,50 litri delle marche non pubblicizzate. Un salasso che fa rimanere i consumatori a bocca asciutta".

I soggetti che più risentono di questo rialzo indiscriminato di prezzi sono sempre quelli più deboli, anziani e turisti.

"I più tartassati sono anziani e turisti - conclude Pileri - i primi devono necessariamente bere, per motivi di salute, nelle ore di punta e nelle giornate più calde. I secondi, non informati sulle politiche dei prezzi praticate degli esercizi commerciali, spesso comprano ugualmente, seppur controvoglia. Questa forte speculazione va combattuto, per ciò chiediamo un intervento deciso e mirato dei Comuni, affinché i vigili urbani controllino e multino gli esercenti che si comportano in modo sleale".

L'Adoc propone all'amministrazione comunale di Roma la distribuzione ai turisti di un kit composto da una bottiglietta di plastica e una mappa delle fontanelle capitoline, per bere acqua senza spendere un euro, iniziativa già avviata a Venezia lo scorso anno.

"Crediamo sia opportuno rilanciare l'iniziativa anche nella Capitale - continua Pileri - dove si contano circa 2500 fontanelle pubbliche, di cui circa 400 solo all'interno delle mura. Ma quasi nessuno tra i turisti stranieri sa che emettono acqua potabile, fresca e gratuita. Per questo l'Adoc ha pubblicato sul proprio sito (www.adoc.org) una mappa di 130 "nasoni" del centro storico di Roma, a beneficio dei turisti. Chiediamo all'amministrazione comunale di Roma la disponibilità ad un incontro per la realizzazione di un progetto similare, con la nostra collaborazione. L'utilizzo di acqua pubblica potrebbe far risparmiare non pochi euro ai turisti assetati, visto che nella zona del centro storico è possibile spendere anche 3 euro per una bottiglietta d'acqua da mezzolitro."

martedì 7 luglio 2009

Vendere ... barando

La pubblicità è, oggi, lo strumento maggiormente utilizzato dalle aziende produttrici per immettere sul mercato i loro prodotti.
La sua regolamentazione affronta il tema della sicurezza del consumatore offrendogli una rete di protezione contro la pubblicità ingannevole.

Definizione: qualsiasi pubblicità che induca, in qualunque modo, in errore le persone fisiche o giuridiche alle quali essa è rivolta. E’ una pubblicità che non è:
  • Palese, non percepibile chiaramente come pubblicità
  • Veritiera, non conforme alla verità
  • Corretta, non conforme alle regole stabilite dalla legislazione.
Esempi di pubblicità ingannevole:
  • Rivolta a bambini e adolescenti e ne minacci la loro salute
  • Riguardante prodotti suscettibili di porre in pericolo la salute e la sicurezza dei consumatori omettendo di darne loro notizia
  • Pubblicità televisiva delle sigarette e delle bevande alcoliche in modo particolare quelle che associano questi prodotti a qualità terapeutiche
Denuncia pubblicità ingannevole:
  • - all’Autorità giudiziaria, solo per fatto illecito
  • - all’Autorità garante della concorrenza e del mercato ( amministrativa), negli altri casi
  • - Garante per la Radiodiffusione e l’Editoria, competente per i messaggi pubblicitari diffusi a mezzo stampa e televisione
  • - Giurì di Autodisciplina pubblicitaria, riconosciuto dagli operatori pubblicitari, competente per le campagne pubblicitarie ingannevoli.
D'ora in poi anche i singoli consumatori potranno appellarsi all'Antitrust per denunciare le pubblicità ingannevoli. Il regolamento n.284 del 11 luglio 2003 "norme sulle procedure istruttorie dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato in materia di pubblicità ingannevole e comparativa" - entrato in vigore lo scorso 7 novembre - detta le procedure per presentare ricorsi davanti all'Antitrust.

Il nuovo provvedimento, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 23 ottobre 2003, sostituisce integralmente il precedente Dpr del 10 ottobre 1996 n.627. Secondo il regolamento sono legittimati a promuovere il ricorso: concorrenti, consumatori, associazioni e organizzazioni di consumatori, ministro delle attività produttive e ogni altra pubblica amministrazione.

La domanda deve contenere: l'identificazione del richiedente, l'identificazione del messaggio pubblicitario oggetto della richiesta, l'indicazione di possibili profili di ingannevolezza della pubblicità o di illeceità della pubblicità comparativa e l'indicazione degli elementi di legittimazione alla richiesta.

Inoltre, l'Antitrust può intervenire d'urgenza con un provvedimento immediato di sospensione della pubblicità.

Come difendersi dalla pubblicità ingannevole

decalogo di consigli utili

Dal 29 aprile 2005 è in vigore la legge n. 49 del 6 aprile 2005 contenente le "Modifiche all'articolo 7 del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 74, in materia di messaggi pubblicitari ingannevoli diffusi attraverso mezzi di comunicazione" che sanziona con multe salate chi promuove prodotti i cui requisiti non rispondono alla realtà.

Inoltre per difendere i consumatori dalla pubblicità ingannevole, l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, ha messo a punto una piccola lista di avvertenze, un decalogo di consigli utili, da tenere sempre presente per evitare spiacevoli sorprese.

  1. Occhio alla lettera. Valutare con attenzione il testo del messaggio e controllare anche i più piccoli caratteri di stampa: a volte informazioni rilevanti sono riportate solo in modo marginale.
  2. Il prezzo è giusto? Verificare sempre che il prezzo indicato sia comprensivo di oneri o spese accessorie (iva, tasse d'imbarco, quote di iscrizione, spese di consegna, scatto alla risposta).
  3. Missione impossibile. Diffidare dai messaggi che promettono risultati miracolosi (ad esempio prodotti o metodi dimagranti e cosmetici).
  4. Rifletti e firma. Non sottoscrivere alcun modulo senza aver letto prima tutte le condizioni. alcune offerte possono nascondere l'esistenza di un vero e proprio contratto (ad esempio le offerte di lavoro).
  5. Non solo slogan. Fare attenzione alla completezza del messaggio ed assumere tutte le informazioni necessarie. controllare sempre l'effettiva convenienza delle operazioni promozionali (sconti, liquidazioni, numero effettivo dei pezzi disponibili, tariffe).
  6. Distinguere cuore e portafoglio. I servizi prestati da maghi, cartomanti ed operatori esoterici possono rivelarsi molto onerosi. inoltre, non esiste alcun metodo per rendere più probabili le vincite dei giochi a estrazione.
  7. Quanto mi costa? Verificare le condizioni delle proposte di finanziamento sia per acquisti che per prestiti personali e mutui (tassi d'interesse tan, taeg, periodo di validità).
  8. È solo fiction. Fare attenzione alla pubblicità "travestita": a volte, in contesti dall'apparente natura informativa o di intrattenimento (stampa, programmi tv), possono nascondersi forme di pubblicità occulta.
  9. Attenzione ai pericoli. Se il prodotto è pericoloso la pubblicità deve dirlo: occorre leggere sempre con attenzione le avvertenze inserite nella pubblicità e nella confezione del prodotto.
  10. Tutelare i minori. La pubblicità deve sempre considerare e rispettare la tutela fisica e psichica dei minori: alcune promozioni, non ingannevoli per gli adulti, possono invece indurre in bambini e adolescenti una pericolosa travisazione della realtà.

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