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lunedì 1 giugno 2009

«E io pago! E io pago!». Totò. 47 morto che parla.

Lo stemma nobiliare che nel '50 il grande Totò realizzò per la cappella che avrebbe poi ospitato le sue spoglie, è stato rubato.

Lo ha scoperto sabato mattina Crescenzio Cuccurullo, l'uomo che amorevolmente, ogni sabato va ad aprire, la cappella dove si trovano i resti del Principe De Curtis per ripulirla e mettere dei fiori freschi (prima di lui lo aveva fatto per decenni, il papà, Ciro). Quando Crescenzio ha alzato gli occhi verso il cielo per farsi il segno della Croce, si è accorto che lo stemma che sormontava l'ingresso della cappella, era sparito.

È un furto su commissione, ma ha il sapore dell´insulto per tutti i napoletani. I ladri usano una scala a pioli per raggiungere lo stemma gentilizio sulla facciata principale della tomba dove riposa Totò, al cimitero monumentale di Poggioreale. Un paio di colpi di scalpello e il gioco è fatto. Via il blasone del principe Antonio De Curtis, probabile desiderio di un collezionista clandestino. E poi una visita alla cappella che si trova a pochi passi, semi nascosta da sterpaglie e erbacce. È quella del tenore Enrico Caruso. Lì è stato scassinato l´ingresso e sono stati portati via candelabri e arredi sacri. Quindi i ladri sono andati via e sono passati un paio di giorni prima che i custodi del cimitero si accorgessero di quanto accaduto.

Prima Enrico Caruso, poi Totò. Le loro tombe sono state oggetto di raid vandalici, a Napoli, al cimitero di Santa Maria del Pianto. La città si dice sdegnata. Ma, intanto, c'é chi denuncia che in quel cimitero, dove sono sepolti anche Nino Taranto ed Edoardo Scarpetta, tra gli altri, regna l'incuria. Totale. La figlia del 'principe della risata' punta il dito proprio contro Napoli: la città che "ha tradito" suo padre. E dire che sulla tomba di Totò, Napoli, ogni giorno, lascia 'pezzi di cuore'. Da anni. Lettere, foto, perfino bomboniere del matrimonio.

«Spero che si pentano e che riportino lo stemma nobiliare dove è giusto che sia. Chi può essere stato? Chi è questa gente maledetta?». La figlia del grande Totò, Liliana De Curtis, sfoga la sua rabbia seguita da molti altri. È per esempio il grande Carlo Croccolo a parlare: «È un gesto ignobile perché ha mancato di rispetto a Totò - dice l´attore - Ed è ignobile anche perché profanare una tomba significa mancare di rispetto a una persona morta che non può difendersi e accampare dei diritti. Non è colpa di Napoli, è un certo ambiente che esiste sia a Napoli sia in Italia. Cosa direi ai ladri? Nonostante abbia 82 anni ho il sangue che mi ribolle e gli darei un sacco di mazzate».

I napoletani affidano proprio a Totò desideri, speranze, anche un semplice saluto. Questa volta, però, il gesto lasciato non è stato d'affetto: ignoti hanno portato via lo stemma nobiliare che lo stesso Totò realizzò. Da quando Totò è scomparso, il 15 aprile '67, la cappella del grande comico è meta di un pellegrinaggio senza fine dei suoi ammiratori. Anche di giovanissimi, nati tanti anni dopo la morte di Totò. Un bambino, qualche tempo fa, gli ha lasciato una lettera, un cui stralcio, Liliana legge al telefono. «Se potessi scegliere il mio angelo custode, sceglierei te, caro Totò, anche se non hai le ali».

Mentre il sindaco Rosa Russo Iervolino esprime il suo «estremo dispiacere», e l´assessore alle aree cimiteriali, Sabatino Santangelo, sottolinea «l´impossibilità tecnica di controllare ogni singola cappella», sono tanti i napoletani che manifestano il loro dispiacere per quanto accaduto intervenendo anche sul social network Facebook («Restituite lo stemma», è l´appello lanciato sul web). Mario Di Gilio, amico e compagno di palcoscenico di Totò, dice: «Chi ha fatto questo ha tradito Napoli anche se non la rappresenta. Totò era legato a Napoli, era napoletano prima ancora che italiano. È come se fosse morto due volte»

Dodici o tredici anni venne inaugurata una statua di Totò in una strada secondaria del Vomero. Questa statua giaceva forse da trent'anni in un deposito del Comune di Napoli, nell'attesa di una degna collocazione. L'artista che l'aveva scolpita intendeva erigerla nella Sanità, il rione che ha dato i natali al grande attore napoletano. Passarono gli anni, senza che nessuno prendesse una decisione. Allora lo scultore si spazientì, e rinunciando al progetto originario, riuscì a far collocare il bronzo al Vomero.

All'inaugurazione c'era anche la figlia di Totò, venuta espressamente da Roma, dove vive. Io dissi due parole di circostanza, ma naturalmente tutti gli occhi, i microfoni e i flash erano puntati su Liliana de Curtis. A chi le fece notare che Totò non «c'azzeccava» niente col Vomero (quartiere tanto borghese quanto popolare è la Sanità, e che comunque il principe della risata nella sua vita e sul set nominò poco o niente), Liliana rispose che Totò è di tutti i napoletani: di quella della Sanità come di quelli di Santa Lucia, di quelli dei Quartieri spagnoli come di quelli - appunto - del Vomero. Disse anche che l'amore che il padre portava alla sua città era ricambiato, ed era per questo che veniva così tante volte a Napoli.

sabato 25 aprile 2009

GeoCities: Fine di un epoca.


Forse al giorno d'oggi c'è qualcuno che nemmeno sa che cosa sia GeoCities; eppure, soltanto dieci anni fa per molti era l'unico - o quasi - modo per avere uno spazio web personale.
GeoCities nasce nel 1994 per mano di David Bohnett e John Rezner e si pone presto all'attenzione dell'allora pionieristica popolazione del Web per offrire tutti gli strumenti necessari alla creazione di un piccolo sito personale da posizionare all'interno di una delle città virtuali che compongono il portale.

Gif animate e sfondi pesantissimi. Un tripudio di colori (senza troppe preoccupazioni per la leggibilità o il buon gusto), tante tabelle fai-da-te, e soprattutto il regno del tag per il testo lampeggiante . Ma anche il primo laboratorio vivente dei contenuti generati dagli utenti e di quel web 2.0 che sarebbe esploso qualche anno più tardi.
Nonostante il portale offrisse strumenti in gradi di aggiungere un certo livello di interattività ai propri siti, forum, chat e alcuni elementi tipici delle comunità, il modello su cui si basava non ha saputo tener testa all'incalzante fenomeno dei social network e alle possibilità messe a disposizione del Web 2.0. Al giorno d'oggi infatti le persone puntano ad utilizzare il Web semplicemente per esprimere se stesse e intrecciare relazioni, rifuggendo quindi dalle pagine Web isolate tipiche di GeoCities e rifugiandosi su Facebook per mantenere i propri contatti, su MySpace per esprimersi o su Flickr per condividere le proprie immagini.

Nel 1999, il servizio di web hosting gratuito ospitava più di 3,5 milioni di siti e faceva gola a Yahoo che, per assicurarsene la proprietà, sborsò la bellezza di 3,6 miliardi di dollari.
Questo ed altro ancora è stato GeoCities, il servizio di web-hosting gratuito in cui un po’ tutti abbiamo mosso i primi passi online. E che ora, dopo un lento declino (iniziato già nel 2000, subito dopo l’acquisizione di Yahoo!), ha annunciato la chiusura definitiva sia per gli account Free che Pro.

Già da ora non è possibile creare nuovi account, mentre bisognerà aspettare l’estate per avere maggiori indicazioni su cosa accadrà alle pagine già pubblicate. Intanto è meglio prepararsi per far migrare le vecchie (e nostalgiche) pagine su un altro servizio di hosting. Qui una lista di servizi alternativi ancora attivi, ma molto probabilmente Yahoo! proporrà anche la migrazione (a pagamento) sul proprio servizio di web-hosting.

Per la sua semplicità (pagine statiche, poco interattive) e artigianalità (che pure ha portato molte persone ad imparare l’Html o quantomeno a saper utilizzare gli editor alla Frontpage), GeoCities è considerato l’emblema del web 1.0. Ma forse, ha sottolineato Dave Winer via Twitter, sarebbe meglio dire che è “stata una delle prime applicazioni 2.0, se questo termine ha ancora un senso”. E cioè, GeoCities è stato il pioniere dei servizi per i contenuti generati dagli utenti, il primo nucleo di quella “parte abitata della rete” che sarebbe esplosa molti anni più tardi all’insegna della personalizzazione e del desiderio di community. Da questo punto di vista, blog e social-network non hanno inventato nulla di nuovo.

Eppure, la dura legge della crisi non permette di abbandonarsi ad operazioni-nostalgia: le ultime trimestrali di Yahoo! sono state cupissime, si annunciano centinaia di nuovi licenziamenti; lo sfoltimento dei servizi non redditizzi è già partito (la scorsa settimana è stata annunciata anche la chiusura di Jumpcut entro giugno 2009).
A Yahoo piacerebbe che prendessero in considerazione l'offerta Small Business che offre spazio e banda per 12 dollari al mese (ora in offerta speciale con il 50% di sconto); chi volesse continuare a usare un servizio gratuito forse si interesserà a Google Sites, da quasi un anno aperto a tutti.

GeoCities chiude non solo perché Yahoo ha bisogno di tagliare i rami secchi, ma anche per la concorrenza di nuovi modi di essere presenti nel Web: se una volta crearsi un proprio sito era l'unica via, oggi chi vuole solo segnalare la propria presenza o restare in contatto con gli amici probabilmente preferisce usare un social network, mentre i siti personali diventano la scelta di chi cerca qualcosa di più.

Addio" Zio Luciano"

Il giorno 08.03.2009, muore una persona che ha fatto parte della mia vita per un po'. Spiace apprenderlo da Internet e a distanza di mesi. Grazie del tuo contributo Luciano, ti auguro che le buone azioni che hai fatto, ti accompagnino.
http://www.informatrieste.eu/blog/upload/bronzi_luciano.JPG

Morto a 70 anni il cabarettista Luciano Bronzi, stroncato da una crisi cardiaca. Da ex autista Act a comico che non risparmiava la politica.
Aveva fondato il gruppo degli Osimanti. Ha inciso una ventina di cassette.
«Son ancora qua, sono sempre vivo» aveva detto con ironia dieci anni fa agli amici Luciano Bronzi, quando un articolo di questo giornale aveva annunciato la sua morte con un classico «coccodrillo». Il morto in quella occasione era un altro Luciano Bronzi e il comico-cabarettista, già autista dell’Act, l’aveva presa con grande spirito e aveva creato sulla falsariga di questo errore una delle tante, irresistibili gag che hanno contrassegnato la sua carriera. Non è da tutti leggere in anticipo il proprio necrologio e molto pochi - di questi tempi - sono in grado di scherzarvi sopra. Lui lo aveva fatto.
Ieri mattina, invece, Luciano Bronzi è morto per davvero all’ospedale di Cattinara, stroncato dall’ennesima crisi cardiaca ereditata dall’infarto che lo aveva colpito nel 2005.

Era nato nel 1939 a San Giovanni Valdarno, provincia di Arezzo e a novembre avrebbe compiuto i 70 anni. Suo padre Dino era un raffinato cabarettista, nonché apprezzato autore di numerosi stornelli. Anche suo figlio si chiama Dino, e come ha detto ieri «mi sarebbe piaciuto seguire l’attività di papà, ma di fronte alla sua travolgente comicità, ho preferito soprassedere. Troppo bravo».
Luciano Bronzi lo spettacolo lo aveva nel sangue e nella sua lunga carriera si era esibito su Italia Uno, su Canale 5, al Derby di Milano ora divenuto Zelig, al teatro Cristallo e tra i gli italiani d’Australia. Ma anche in night club dove bisognava indossare lo smoking, a feste private, a matrimoni così come nelle osterie e nelle pizzerie di periferia dove ci si esibisce in maniche di camicia, accompagnati da una chitarra, da una fisarmonica e dal calore delle persone che ti vogliono bene e ti apprezzano.
Le sue prime gags le aveva tratte dai discorsi e dagli atteggiamenti dei frequentatori dei bus. Lui guidava i mezzi dell’Act nel pieno del traffico e intanto ascoltava, guardava, memorizzava tic, frasi, discorsi. Nacquero cassette formidabili: «El tranvier», «Ma che tettone che gaveva Marisa», «Xe un marangon e altri mestieri».
Era l’epoca del trattato di Osimo; Trieste una volta in più si era divisa in due fazioni contrapposte. Lui aveva fondato gli «Osimanti», un gruppo che si esibiva sotto la sigla del Controcabaret triestino non solo nei locali ma anche nelle prime radio private che allora si chiamavano «libere».
Del suo lavoro oggi rimangono sul mercato una ventina di «cassette» e una serie di fascicoli poi riuniti nel volume dal titolo «A Trieste se ridi cussì». Ma la vera memoria di Luciano Bronzi è quella che lui è riuscito a trapiantare nei cuori di tanti triestini: scherzava sugli sfratti, sulla rivalità di campanile tra la nostra città e Udine, sui mestieri strani, sul sesso, sull’ecologia ma anche sulla politica. Molto di quanto lui ha detto accompagnato prima dalla chitarra di Mario Orlando, poi da quella di Walter Bolton, oggi non sarebbe più giudicato «politicamente corretto». Forse sarebbe anche velatamente censurato o rimosso in silenzio dal copione televisivo come accadeva molti anni fa agli spettacoli di Angelo Cecchelin.
«Lui ha fatto molta satira politica e spesso ha avuto anche dei guai», aveva detto Luciano Bronzi in una intervista del 1992. «È successo pure a me perché amo andare controcorrente e prendere di mira un po’ tutti. Ma non credo che la satira possa cambiare le cose. Forse aiuta la gente a diventare più critica. Trieste ha tanta voglia di ridere ma non sempre riesce a esprimersi. Qui la gente è triste dentro...» (il Piccolo)

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