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lunedì 27 luglio 2009

Marinatura degli alimenti

La marinatura è una tecnica tradizionale di conservazione a breve termine e preparazione alla cottura di carni e pesce. Essa consiste nell’immersione dell’alimento in un composto acido (aceto, succo di limone, vino), in molti casi combinato con olio e spezie: il risultato è un ammorbidimento delle componenti muscolari, l’eliminazione di alcuni gusti troppo “forti” (come nel caso della selvaggina) o una cottura a freddo (come nel caso del carpaccio).

La componente acida svolge il ruolo essenziale: limita la crescita microbica e favorisce una parziale denaturazione delle proteine, che così diventano più tenere e “friabili”, quindi più digeribili.

E’ importante sapere che la fase di marinatura varia a seconda dell’alimento: se il pezzo è molto grande o la carne dell’alimento è troppo dura è chiaro che il tempo di marinatura sarà maggiore rispetto ad un prodotto piccolo e a carne tenera come, per esempio, le alici. Nel caso di tagli di carne voluminosi è poi buona cosa favorire la penetrazione della marinata massaggiando, praticando tagli o fori.

La dissoluzione della marinata nel muscolo è temperatura-dipendente, per cui l’effetto è migliore a temperatura ambiente e più lento a temperatura di refrigerazione. Ma nessuna preoccupazione igienica: in ogni caso l’acidità del mezzo impedisce lo sviluppo microbico, anzi ha un piccolo effetto batteriostatico.

L’impiego del vino, soprattutto del vino rosso, offre particolari vantaggi: l’alcool scioglie o rammolla i grassi, favorendo la penetrazione della marinata; gli acidi organici presenti esercitano l’effetto di intenerimento, le sostanze fenoliche (quali i tannini, presenti in maggiore quantità in un buon vino rosso, meglio se invecchiato) reagiscono con le proteine, formando complessi insolubili che rendono la carne più succosa e tenera.

Nel caso del brasato, l’alcool evaporerà durante la cottura, mentre il piccolo residuo zuccherino eventualmente presente rafforzerà l’effetto della reazione di Maillard nella prima fase di rosolatura, favorendo l’imbrunimento e la tostatura superficiale che impedisce la fuoriuscita dei succhi nella successiva fase di cottura.

Infine, una nota salutistica: recenti ricerche hanno dimostrato che la formazione di ammine eterocicliche (HCA), sostanze sospette di cancerogenicità che si formano per reazione fra la creatina ed alcuni amminoacidi nella cottura alla fiamma diretta ad alta temperatura, viene depressa quando le carni sono state precedentemente marinate.

Marinate gente,... marinate!

lunedì 20 luglio 2009

Restare giovani

Narra il mito che la bellissima Selene (dea della Luce e della Luna, sorella di Elio, dio del Sole, e di Eos, dea dell’Aurora) si innamorò perdutamente di un principe, Endimione. Ma lei era una dea immortale e lui un semplice umano…Zeus concesse quindi a Selene che il giovane vivesse in eterno e lei, per impedire che divenisse vecchio, lo fece addormentare in una caverna, in modo che per l’eternità potesse contemplarlo giovane e bello. Eco quindi perché Selene, dea dell’eterna giovinezza, ha dato il nome a questo oligoelemento, il selenio, in grado di contrastare l’invecchiamento.

A cosa serve il selenio
  • ha spiccate capacità antiossidanti, quindi protegge le cellule dall'invecchiamento
  • è coinvolto nel corretto funzionamento del sistema immunitario
  • ha proprietà antinfiammatorie.
  • favorisce la corretta coagulazione del sangue.
Cosa succede quando manca il selenio
Premesso che il Selenio è un elemento che viene facilmente perso nelle fasi di raffinazione e cottura degli alimenti (se ne perde fino al 70% rispetto all'alimento crudo), la sua carenza determina i problemi legati all'invecchiamento cellulare precoce.

Quali alimenti forniscono selenio?
Gli alimenti vegetali sono le principali fonti di selenio nella maggior parte dei paesi del mondo. Il contenuto di selenio degli alimenti dipende dalla ricchezza di selenio del suolo nel quale crescono le piante o sul quale sono allevati gli animali. Il selenio si trova anche in alcuni tipi di carne e pesce.

Gli animali che mangiano frumento o piante cresciute in terreni ricchi di selenio hanno a livello muscolare quantità maggiori di selenio. Carne e pane sono fonti comuni di selenio. Alcune noci, in particolare quelle brasiliane, sono un’altra ottima fonte di selenio.

Il selenio è un oligominerale essenziale presente nell´organismo. I minerali sono elementi fondamentali per la vita che si trovano sulla terra, soprattutto nel suolo o nell’acqua. Il selenio è detto oligominerale poiché sono sufficienti quantità minime per mantenere un ottimale stato di salute. Questo micronutriente costituisce una parte importante degli enzimi antiossidanti che proteggono le cellule dagli effetti dei radicali liberi.

I radicali liberi sono sottoprodotti del metabolismo dell’ossigeno che possono danneggiare le cellule ed essere uno dei fattori che possono contribuire allo sviluppo di alcune patologie croniche. I ricercatori stanno compiendo studi (J. B. Luten, DLO-Netherlands Institute for Fisheries Research - RIVO) per valutare la capacità del selenio, come antiossidante. Il selenio è inoltre essenziale per il normale funzionamento del sistema immunitario e della ghiandola tiroidea.

Gli alimenti più ricchi di selenio sono le frattaglie e i pesci (20-100µg/100g), seguono carni e cereali (50-80 µg /100g) e prodotti lattiero caseari (2-10 µg /100g). La frutta e le verdure presentano un contenuto variabile in rapporto al terreno di coltivazione, ma comunque basso (livelli inferiori a 5 µg /100g).

In Italia l’acqua potabile contribuisce in modo non significativo all´apporto totale di selenio, in quanto i contenuti sono a livello di tracce.

Studi recenti
L'eterna giovinezza, almeno quella 'apparente', potrebbe in un futuro non lontano diventare realtà. L’elisir di eterna giovinezza esiste e già scorre nelle nostre vene: si tratta dei fattori di crescita, derivati dal plasma, che permettono di ottenere un effetto filler che migliora la pelle, rendendola più liscia e luminosa.

Un gruppo di scienziati ha infatti identificato 1.500 geni responsabili delle tanto odiate rughe, e individuato le otto principali cause dell'invecchiamento. La scoperta potrà aprire la strada alla produzione di nuovi, e più efficaci, farmaci o creme anti-invecchiamento.

Il team di ricercatori, riferisce il Daily Mail, appartiene al gigante della cosmetica Procter & Gamble, coinvolta nel progetto 'Genoma umano', da 2 miliardi di sterline, lanciato proprio per individuare le cause genetiche dell'invecchiamento. "Grazie a questo progetto - ha detto il dottor Jay Tiesman, scienziato di Procter & Gamble - abbiamo potuto analizzare i cambiamenti genetici che si verificano sulla nostra pelle".

Secondo Tiesman, la pelle invecchia in otto modi diversi, ciascuno dei quali è controllato da un proprio gruppo di geni. I ricercatori credono che tra i 1.500 geni responsabili delle rughe, 700 sono legati all'idratazione della pelle, che con il tempo diventano meno attivi e determinano la formazione delle righe.

Altri geni 'chiave', secondo il quotidiano, sono i 40 coinvolti nel 'crollo' del collagene, proteina del tessuto connettivo, e i 400 legati all'infiammazione della pelle, oltre a quelli che influenzano la reazione della pelle alla luce solare. Per gli studiosi importante è anche la risposta della pelle ai radicali liberi.

Individuando il Dna coinvolto nell'invecchiamento della pelle, i ricercatori sperano così di poter creare nuovi farmaci o creme che possono stimolare alcuni geni, e sopprimerne altri, per 'restaurare' look giovanili.

Secondo il professor Anthea Tinker, studioso degli aspetti sociali dell'invecchiamento presso il King's College di Londra, "le persone di una certa età sono interessate all'estetica quasi come i giovani e rappresentano un mercato importante e in crescita".

Se si invecchia bene come Cliff Richard o male come Keith Richards, osserva il quotidiano, "dipende comunque in parte dai nostri geni, ma in parte anche dal nostro stile di vita". In proposito il quotidiano ricorda che le principali cause dell'invecchiamento della pelle sono l'esposizione al sole ed il fumo.

Come vengono utilizzati i fattori di crescita? "Si esegue un piccolo prelievo del sangue del paziente e lo si mette in una provetta con una membrana speciale, si centrifuga la provetta e, grazie alla membrana, si ottiene la divisione della parte rossa del sangue (globuli) dalla parte chiara (siero), in cui sono contenuti i fattori di crescita. Si ottengono così due siringhe di siero ricco di fattori di crescita".

Questa sostanza può essere utilizzata con due scopi differenti: "In chirurgia estetica, durante l'intervento, per migliorare le ferite e migliorare l'attecchimento di eventuali lipofilling concomitanti. Ma anche in medicina estetica, sulla poltrona dello studio medico, i fattori di crescita vengono iniettati nelle parti del viso che più necessitano trattamento anti-aging, come biorivitalizzazione naturale".

Il trattamento prevede due sedute a distanza di un mese l'una dall'altra. "Questo permette di ottenere risultati duraturi e stabili, in quanto l'iniezione di fattori di crescita stimola la naturale rigenerazione di collagene e acido ialuronico endogeno. Migliorano inoltre la luminosità e l'elasticità della pelle".

domenica 14 giugno 2009

Dietro ad una bistecca

Trovarsi una bistecca nel piatto per pranzo, fino a poco fa era una cosa che dava il sorriso. Significava mangiare qualcosa di diverso. Significava avere l'idea che la situazione economica andasse bene. Poi la pratica del mangiar carne, proprio in base a queste due ultime osservazioni, poco a poco ha preso il sopravvento.

Molte persone si sono trasformate in vere tigri e passare un giorno senza magiare carne, era impensabile. Negli Stati Uniti, il consumo di carne è a livelli altissimi, conseguenza di uno sviluppo economico pensato al consumismo. Nel tempo le cose cambiano e poco a poco, vuoi per intolleranze, vuoi per malattie ed insorgenze patologiche derivate dal consumo di un alimento molte volte contraffatto da motivi monetari, si è iniziato a vedere la carne come un alimento dannoso e anti ecologico.

Ormai sono in molti ad affermarlo: mangiare meno carne contribuirebbe a diminuire notevolmente le emissioni di CO2 nell’atmosfera. La tesi dell’economista indiano Rajendra Pachauri, presidente del Gruppo intergovernativo di esperti delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC).

Pachauri ha presentato un documento dal titolo “Riscaldamento globale: l’impatto sui cambiamenti climatici della produzione e del consumo di carne”.

Secondo l’economista produrre 1 kg di carne ha tantissimi costi in termini ambientali: si emettono ben 36,4 chili di anidride carbonica; si rilasciano nell’ambiente sostanze fertilizzanti pari a 340 grammi di anidride solforosa e 59 grammi di fosfati. In pratica produrre un chilo di carne ha lo stesso impatto ambientale di un’auto media europea che percorre 250 chilometri!

D’altra parte produrre carne prevede una serie di attività che necessitano energia ed inquinano. Bisogna organizzare trasporti che rispettino la catena del freddo, nei supermercati sono necessari frigoriferi, è necessario un packaging adeguato per offrire il prodotto ai consumatori i quali, poi, consumeranno dell’altra energia per cucinare la carne e produrranno dei rifiuti per smaltire gli avanzi.

Nel suo studio Pachauri esamina anche l’impatto dell’allevamento in termini di sfruttamento del suolo. In particolare, il settore zootecnico sfrutta il 30% delle terre del pianeta e il 70 % di quelle destinate all’agricoltura. Il 70% della foresta amazzonica ormai scomparsa è ora occupato da pascoli e campi coltivati a foraggio. Una produzione, quest’ultima, che preoccupa gli esperti perché determina sovra sfruttamento del suolo.

Produrre carne necessita, inoltre, di una quantità di acqua maggiore rispetto ad altre produzioni vegetali. Ecco qualche esempio. Per ottenere un chilo di mais sono necessari 900 litri di acqua; per un chilo di riso 3.000 litri; per un chilo di pollo 3.900 litri; per un chilo di maiale 4.900 litri e per un chilo manzo ben 15.500 litri di acqua!

La carne contiene proteine, e una dieta protratta nel tempo con assenza di questo elemento, può portare a gravi anemie. Alcuni la sostituiscono con proteine vegetali. Fagioli, legumi, e, soprattutto, soia.

Questa pianta che ha preso piede nei prodotti alimentari industriali al punto di trovarla nei posti più impensati. Mi sono visto rifilare compresse di carbone vegetale, con un 60% di soia incorporata; a detta della venditrice benefica perché sì. A mio avviso totalmente inutile dato che il carbone vegetale si usa per problemi di meteorismo e la soia come alimento aggiunto, non produce alcun beneficio fisico solo un cospicuo incremento monetario nelle tasche del produttore che al prezzo del carbone vegetale ti vende la soia.

Il bello che forse la gente non sa, che la soia immessa un po' ovunque, è di origine estera, sudamericana per lo più, e per il 90% è OGM.

Ad ogni modo, l'importante e non fare dell'alimentazione una religione con regole al limite del fanatismo. Ognuno mangi cosa vuole cercando se può, di verificare la compatibilità e il benessere che il proprio organismo ne ricava. Evitando di costringere altri, alle scelte personali della sua dieta.

venerdì 12 giugno 2009

Acqua in... cartone

Il 90% di un cartone per alimenti e’ composto da materiali naturali rinnovabili, mentre il 100% di una bottiglia di plastica non lo e’. Certo, l’ideale resta sempre la brocca e il rubinetto, ma per quei pochi che l’acqua del rubinetto non la possono bere, averla in cartone potrebbe essere comodo.

I cartoni vengono spediti piatti, per essere riempiti solo al momento del bisogno, mentre le bottiglie di plastica o vengono spedite vuote o in forma di fialette (gonfiate da un soffio di aria calda, prendono la forma di uno stampo, per poi essere riempite). Durante il trasporto, usando i cartoni in forma di parallelepipedo invece delle bottiglie cilindriche si risparmia il volume tra una bottiglia e quella adiacente. Un tetrapak pesa meno di una bottiglia di plastica dello stesso volume, per cui si risparmia anche carburante nel trasporto.

La carta usata per comporre i tetrapak viene da foreste certificate FSC. Il tetrapak e’ potenzialmente riciclabile (anche se in Italia la maggior parte finisce bruciato). Le emissioni di gas serra durante la produzione del tetrapak sono inferiori a quelle dalla bottiglia di plastica.

Il 10% dei profitti, quando la start-up avrà pagato i suoi debiti e avrà iniziato a guadagnare, sarà donato per opere di forestazione e un ulteriore 10% sarà investito per la protezione delle riserve idriche.

Vediamo ora però, il tutto sotto la luce dell'analisi del ciclo di vita:

Dal momento che circa il 95% dei materiali che compongono il Tetra Pak sono in carta e plastica, ossia dotati di buon potere calorifico, esiste una certo interesse a conferire questi imballaggi agli impianti di incenerimento con recupero energetico: una pratica ambientalmente poco vantaggiosa (per non dire assai dannosa) che si sostiene solo grazie ai finanziamenti statali.

Stabilire poi cosa sia più sostenibile tra un contenitore in plastica o uno in Tetra Pak non è affatto semplice giacché occorrerebbe eseguire una attenta analisi del ciclo di vita (LCA) di entrambi: dalle fasi produttive a quelle di smaltimento. Ad esempio è assai diverso se una bottiglia di plastica può essere recuperata come materia o se è inviata a un impianto d’incenerimento.

Ogni kg di plastica richiede, infatti, mediamente 14.000 Kcal di energia per essere prodotto e quando noi lo andiamo a bruciare in un inceneritore con recupero energetico recuperiamo solo una parte del suo potere calorifico: in pratica, ammettendo un rendimento elettrico del 25%, considerato un potere calorifico inferiore (pci) medio delle plastiche di circa 7.800 Kcal/kg, si recupereranno soltanto meno di 2.000 kcal delle 14.000 originariamente spese…

Tramite il riciclaggio, finalizzato al recupero di materia, sarebbe invece possibile un vantaggio energetico oltre 5 volte superiore rispetto all’incenerimento: nelle operazioni di riciclaggio si consumano solo 2.000 Kcal/kg e, quindi, si recuperano (risparmiano) quasi 12.000 Kcal/kg.

Ancora più vantaggioso appare il riutilizzo dei contenitori.

Il consiglio che posso dare è quindi di orientare gli acquisti verso imballaggi meno problematici e più facilmente riciclabili, meglio ancora se direttamente riutilizzabili mediante un meccanismo di “vuoto a rendere” così come avviene in alcuni casi con le bottiglie di vetro.

domenica 7 giugno 2009

Acqua: che businness

Tempo fa si faceva una riflessione sulla qualità delle acque minerali che si bevono. Ampliamo l'argomento scendendo un poco sotto la superficie.

In tempi in cui a pesticidi, anticrittogamici e varie altre porcherie si sono aggiunti gli OGM, nutrirsi sta diventando una sorta di “gratta e vinci” dal premio inquietante. Quante volte abbiamo detto, o quantomeno pensato, «chissà cosa sto mangiando?»... Ora possiamo riciclare il punto di domanda anche per l’acqua (e non si può nemmeno “vivere d’aria”, non solo per l’inesistente apporto nutritivo).

L’elemento che da sempre simboleggia la purezza di puro ha ben poco, e lo scrive a chiare lettere il giornalista Giuseppe Altamore nel suo libro “Qualcuno vuol darcela a bere”, emblematicamente sottotitolato “acqua minerale, uno scandalo sommerso”.

E’ un libro-inchiesta che merita almeno una riflessione, soprattutto da parte di noi italiani che, le statistiche parlano chiaro, siamo i maggiori consumatori di acqua minerale in bottiglia del mondo (ogni italiano ne beve 190 litri l’anno, spendendo in media mezzo milione di lire. Il giro d'affari è di 5.500 miliardi di vecchie lire, 700 dei quali reinvestiti in pubblicità).

«Qui non vogliamo annoiarvi proponendo solo una sorta di guida agli acquisti», si legge nell’introduzione, «quanto rivelarvi ciò che di solito è quasi un segreto di stato: la composizione analitica dell’acqua minerale, con l’elenco delle concentrazioni di 19 sostanze tossiche che non devono esserci o se ci sono devono essere contenute entro limiti fissati dalle autorità sanitarie internazionali. Limiti che sono in gran parte ignorati dalla legge italiana, con grave pregiudizio per la salute di tutti i consumatori».

Altro che la particella di sodio in crisi di solitudine proposta da una pubblicità... Le bottiglie che talvolta strapaghiamo ospitano una folla di veri e propri veleni, leggere per credere. E se l’acqua del rubinetto che definiamo “cattiva” (in effetti, talvolta, il gusto simil-piscina risulta fastidioso) ci crea qualche perplessità, quella leggera e insapore con tanto di etichetta merita almeno un’analisi in minor grado basata sulla percezione.

“Qualcuno vuol darcela a bere” è un’inchiesta che racconta come una potentissima lobby ha potuto condizionare le scelte politiche di vari governi, fino ad ottenere una legislazione troppo attenta alle esigenze commerciali dei produttori di acque minerali a discapito della salute dei consumatori. Con, come risultato, un paradosso allarmante: a rigor di legge, l’acqua del rubinetto può essere più sicura. Si scopre, infatti, che esistono controlli e limiti più severi relativi alla presenza di sostanze tossiche nell’acqua potabile. Un esempio? L’arsenico non può superare la concentrazione di 10 microgrammi per litro; chi beve acqua minerale, invece, può ritrovarsi nel bicchiere una dose fino a 50 microgrammi per litro.

In sintesi, il libro spiega quali interessi hanno spinto l’industria dell’acqua minerale ad usare ogni mezzo per condizionare le scelte del Parlamento, fino a bloccare almeno due tentativi di riforma della normativa che regola il settore. Si racconta come un perito chimico italiano sia riuscito a far avviare una procedura d’infrazione dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia per il mancato rispetto delle direttive europee in materia di tutela della salute dei consumatori; di come l’abbiano spuntata le multinazionali dell’acqua, che sono riuscite ad aggirare le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e persino le severe norme del “Codex alimentarius” che regolano il commercio internazionale.

Un capitolo è interamente dedicato alle inchieste avviate da alcune Procure italiane (tra le quali anche quella di Torino) sulle acque minerali, un altro è incentrato sulle “etichette col trucco” che, a causa di un’eccezione normativa, possono non riportare la presenza di eventuali componenti indesiderabili.

“Qualcuno vuol darcela a bere” è un libro molto interessante, ricco di spunti per riflettere. Inoltre, fa del bene: l’autore destinerà i proventi delle vendite al “Progetto pozzi” delle suore missionarie Saveriane che operano nell’area del Camerun e del Ciad.

giovedì 4 giugno 2009

OGM, che buoni; ma convengono?

di Elisabeth Zoja

Gli Ogm hanno rese agricole superiori? Secondo un rapporto Usa non sarebbe così
Gli organismi geneticamente modificati (OGM) non vengono più criticati solo in Europa. Ad aprile è stato pubblicato un rapporto americano che attacca il principale argomento dei fabbricanti di sementi modificate: la garanzia di più forti rendimenti. Responsabile del rapporto è la Union of Concerned Scientist, un gruppo di esperti del MIT (Massachusetts Institute of Technology).

Qualche settimana dopo, a inizio maggio, l’UE ha imposto il suo diritto a consumare carne bovina senza ormoni (gli Stati Uniti come contropartita continueranno a sovratassare una serie di prodotti alimentari europei).

Ma il diritto di produrre e consumare alimenti senza ormoni non implica quello di produrre e consumare senza OGM

Vediamo innanzitutto quali sono, secondo il rapporto americano, i vantaggi di questi organismi geneticamente modificati.

“Da anni gli industriali affermano che nutriranno il mondo, promettendo che gli OGM avranno migliori rendimenti. Ma dopo vent’anni di ricerche e tredici di commercializzazione, i contadini americani che fanno ricorso a queste sementi non hanno delle rese agricole superiori. L’agricoltura tradizionale, invece, continua ad avere risultati migliori”, afferma Doug Gurian-Sherman, autore del rapporto.

Il Giornale Online
Per arrivare a questa conclusione il biologo ha passato al setaccio tutti gli studi accademici pubblicati sulla soia e sul mais, le due culture transgeniche più utilizzate negli Stati Uniti.

Nella patria di Monsanto il 90% delle superfici coltivate a soia impiega OGM, mentre il 60% del mais è geneticamente modificato.

Gli OGM che dominano il mercato sono però tre: un tipo di soia e due di mais. Esiste infatti il mais modificato per resistere ad alcuni insetti e quello che resiste agli erbicidi. Quest’ultimo, come la soia resistente agli erbicidi, “non ha portato alcun miglioramento dei rendimenti”, come afferma il rapporto.

Per quel che riguarda il mais resistente agli insetti invece (il cui esemplare più conosciuto è il Mon 810, appena vietato dalla Germania), l’accrescimento della produzione si è rivelata “marginale”. Questi risultati sono stati ottenuti anche da raccolte ottenute in Europa, dove il mais Bt (Bacillus thuringiensis) viene largamente importato.

Gli OGM infatti, vengono coltivati in ‘soli’ 25 Paesi (principalmente Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina), ma altri 30 ne autorizzano l’importazione.

Col tempo anche i paesi africani iniziano a produrli: nel 2008 il Burkina Faso e l’Egitto<>Il Giornale Online


Un crescente numero di superfici del mondo viene quindi coltivato con OGM: il 2008 ha visto un aumento delle superfici OGM del 9,4% rispetto all’anno precedente (International Service for the Acquisition of Agro-biotech Applications).

Eppure la crescita di produttività agricola degli ultimi anni è dovuta ad altri fattori d’innovazione, spiega il rapporto americano. Nella sua conclusione si legge che sarebbe pericoloso puntare sugli OGM per assicurare i bisogni alimentari di 9 miliardi di persone (stima della popolazione mondiale nel 2050).

Questo rapporto non è il primo a denunciare la promessa degli OGM: nel 2006 i ricercatori del Ministero Americano dell’Agricoltura hanno fatto il bilancio dei primi dieci anni di colture OGM, e non hanno constatato miglioramenti significativi.

Se anche gli OGM garantissero una maggiore produzione agricola, l’aumento del rendimento avrebbe un prezzo: la perdita di biodiversità ed i rischi per la salute.

martedì 28 aprile 2009

Ma quanto bevo?

Con i limiti del tasso d'alcool molti sono alle prese di dubbi sullo stato in cui si trovano prima di affrontare la conduzione di un veicolo.

Spesso si sottovaluta di quanto possa influire quanto si beve, con quanto possa sopportare il nostro organismo e ci si ritrova poi, con sorprese.
Ecco di seguito una tabella che dovrebbe essere messa in mostra nei locali dove si servono bevande alcooliche.
In ogni caso, sarebbe meglio eliminare proprio del tutto l'uso delle bevande alcooliche. Le sostanze si accumulano nel nostro corpo e gli effetti sono sommatori. All'inizio può sembrare difficile, dato che abituati a bere ai pasti o alle feste, può sembrare che poi il tutto perda gusto, ma ci si riesce. Poi si può vivere tranquilli senza paure di incorrere a sanzioni ed anche il nostro organismo ci ringrazierà.
Ad ogni modo ognuno faccia come crede, la vita e la saluta sono sue, cercando però, di non interferire con proprie scelte sulla vita e la salute degl'altri.

martedì 17 marzo 2009

Acque minerali


Tempo fa, notai come alcune acque minerali non erano di gradimento al mio organismo. Lì per lì pensai a qualche minerale che non andava d'accordo con il mio equilibrio organolettico, per cui osservai l'etichetta per capirne la composizione analitica.
In fondo c'era una piccola nota: radioattività presente... seguita da un numerino.
Mi stupii un tantino, visto che non è proprio uno degli elementi che ci si aspetta di trovare nell'acqua che si beve.
In seguito scoprii che non solo quella marca di acqua minerale ne portava voce, ma anche altre e bibite derivate da queste: alcune poi, cercano di far passare la cosa come, salutare.

E' triste, in pieno terzo millennio, trovarsi di fronte di nuovo a fenomeni come questo:
http://en.wikipedia.org/wiki/Radithor
E' infatti ben noto che le radiazioni possono avere effetti dannosi sulla salute (http://www.epa.gov/radiation/understand/health_effects.htm), ma nonostante cio', in italia molte imprese pubblicizzano infatti le suddette acque (fortunatamente per loro non ho trovato quasi nulla in lingua inglese). Per esempio si trova su http://www.benessere.com/terme/acqua/a_radioattive.htm che vengono definite acque mediamente radioattive, quelle che emettono 100nCurie/litro a causa della presenza di Radon "naturale" (ossia 222) disciolto in esse. E sono quelle che (a loro dire) esplicano effetti terapeutici. Addirittura questo sito http://www.arcobaleno.net/salute/acquetermali2.htm invita a berle!!!!

Il radon decade al 99% in particelle α da 6MeV con un periodo di dimezzamento di 4 giorni. Tanto per dare un'idea di quanto vale questo numero, facciamo un rapido calcolo semplificato ma indicativo.
Supponiamo che un volontario adulto, di peso 70kg beva a stomaco vuoto 1litro di questa "acqua mediamente radioattiva". L'effetto di una radiazione sul corpo umano si calcola tramite il concetto di Dose Efficace Equivalente, DEE pari a:

DEE = WR * WT * E / M

dove
WR e' un fattore che dipende dal tipo di radiazione e vale 20 per le particelle α.
WT e' un fattore che dipende dalla porzione di corpo che viene irradiata. Nell'ipotesi di irradiare tutto il corpo (come nel caso di acqua bevuta a stomaco vuoto, che va in circolo nel sangue) vale 1
M e' la massa soggetta ad irradiazione, nel nostro caso tutto il corpo, ossia 70kg
E e' l'energia totale della radiazione ed e' pari al numero di
decadimenti per l'energia del singolo decadimento, ossia E = n * e * t

n = 100nCurie ~ 4000 Bq (numero di decadimenti al secondo)
e = 6MeV ~ 10-12 J (energia del singolo decadimento)
t = 4 giorni ~ 3600 * 4 * 24 secondi (circa)

Da cui segue che DEE ~ 0.4Sv che viene classificato da varie fonti (vedi per esempio http://en.wikipedia.org/wiki/Radiation_poisoning) come valore di quelli ad effetti nocivi certi.

martedì 20 gennaio 2009

Buon Appetito


Immaginatevi questa scena:

Una giovane ragazza entra dal fruttivendolo ed esordisce dicendo:
"Buongiorno vorrei due kili di PR5366, uno di SN422, tre kili di NLT999 e mezzo di CT8749."
Allora le cose sono due: o la negoziante cambierà mestiere oppure prenderà in mano la sua lista o nel migliore dei casi consulterà l'archivio elettronico del suo Computer, per decifrare la richiesta della sua cliente.

Pensate che questa situazione sia tanto distante della nostra realtà? Assolutamente no! Provate ad entrare in un qualsiasi negozio di generi alimentari e provate a leggere, anzi a decifrare l'etichetta che dovrebbe riportare gli ingredienti contenuti nella gustosa merendina o nel gelato confezionato che vi state apprestando a degustare!

Non leggete le etichette?! Malissimo, ma questo è un'altro discorso, e vi consiglio vivamente di visitare le nostre pagine per trovare 1000 motivi per farlo scrupolosamente.

Molto spesso nelle etichette si trovano liste di cifrari indecifrabili di eccipienti, additivi, coloranti e sempre più spesso anche di ingredienti principali: E510, E666, E201, ecc. Pensate che il range va da 1 a 1000, certo non tutti i numeri vengono utilizzati (per adesso), ma sono ugualmente tantissimi. E non parliamo dei pericolosissimi "NUMERI R" che troviamo nei detersivi e in altre cose di uso comune: ogni sigla corrisponde ad un nome con relativa descrizione: R11, CANCEROGENO.
Certo avere solamente la sigla rende indolore la produzione e il consumo di certe sostanze che stanno lentamente e letteralmente avvelenando il nostro pianeta.

Perché?
Perché non scrivere direttamente il nome della sostanza?
Calcio bisolfito.
Probabilmente il nome ci dirà poco, ma non è più diretto?
Riportando il nome non è più facile operare una ricerca personale per sapere che cosa si sta consumando?
Non sono già sufficientemente complicate le etichette?

Come durante le guerre i militari utilizzano codici criptati per non svelare le proprie iniziative e intenzioni al loro diretto avversario, cosi il consumatore si ritrova in un mare di codici che il "nemico" crea per confondergli le idee.

Alla fine di luglio, dopo mesi di ricerche e informazione fatta sull'aspartame potete immaginare il mio stupore nel comprare un gelato dell'Algida e nel leggere sulla sua etichetta quanto segue:
DOLCIFICANTI: E950*, E951*. Le due sigle sono realmente asteriscate.
La cosa mi suona alquanto strana, ma confesso che in un pomeriggio cosi caldo e sfiancante sarebbe passata in cavalleria se non avessi continuato la lettura dell'etichetta. Alla fine di tutta la sfilza di ingredienti e cifre strane leggo: *This product contains a source of phenilalanine. Capito? *QUESTO PRODOTTO CONTIENE UNA FONTE DI FENILALANINA, il che vuol dire che contiene aspartame.
Questo mi viene confermato da una successiva ricerca in internet di una lista dei "NUMERI E".

La cosa mi fa un po' sorridere a allo stesso tempo inquietare: abbiamo cominciato da poco la nostra campagna per fare un po' di luce sull'aspartare e già lo riportano in etichetta con dei "codici misteriosi". E poi il mio pensiero và a tutti quelli che per pigrizia, non conoscenza o per altri migliaia di motivi non sanno individuare questi subdoli tentativi di raggiro diretto al consumatore.

Questa io la chiamo DISINFORMAZIONE operata al danno del consumatore.

E' anche vero che bisognerebbe fare più attenzione nel comprare e soprattutto usare questo e quel prodotto e prendere come abitudine di leggere attentamente quanto riportato in etichetta. Per esperienza personale vi dico che non è facile, in principio questa operazione porterà solo confusione nella nostra testa ma col passare del tempo impareremo a capire cosa stiamo usando BOICOTTANDO i prodotti nocivi a noi e al nostro ambiente.

Speriamo che il legislatore si decida di darci sulle etichette le informazioni di quanto stiamo consuamando, in parole chiare, non in cifre. Nel frattempo riportiamo qui un'elenco dei "codici segreti" per svelare il nome della sostanza corrispondente.
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