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giovedì 1 aprile 2010

Storia di una trama antica...

In questo periodo, dove in molte parti del pianeta ci si appresta a festeggiare la Pasqua, viene riproposta la parola evangelica che vede la passione di Gesù di Nazaret, al centro della scena.

Oscuro dramma che doveva compiersi a sacrificio per l'umanità. Nonostante le varie pellicole hano rappresentato la vicenda in più modi, chi esaltandone il lato umano, chi la sofferenza immane, chi la potenza del Signore, rimane ancora una delle parti oscure spiegate dalla fede, nei momenti in cui le cose non sembrano avere logica.

Perchè ci doveva essere qualcun che lo tradisse? Come è stato possibile che si sia scelto un altro personaggio al posto suo, in pubblica piazza, condanandolo alla croce e ponendo in libertà un criminale?

Non sempre vengono riportati i fatti come sono e gli storici e studiosi, sembrano essere messi da parte, dando in pasto ai fedeli spiegazioni intrise di miracolismo e mistero.

Innazitutto bisogna sapere che a quei tempi, nella Giudea e Palestina, il nome Gesù era molto comune. Non c'erano i media d'oggi, dove la figura di una persona viene resa nota attraverso servizi mediatici, poster, giornali, ecc. Per cui mentre si sapeva che esisteva una persona che compiva miracoli e venivano raccontate le sue gesta, pochi avevano avuto la possibilità di vederlo di persona. Ed è per questo che serve una persona che lo indichi chiaramente affinchè possa essere riconosciuto ufficialmente.

Come sia stato possibile che il popolo, facile a commozioni d'animo, venga l'idea di liberare un tale, Barabba, al suo posto è una trama degna dei migliori polizieschi e pochi ne hanno intravisto lo svolgimento.

Riporto uno studio su il nome di Barabba, firmato Davide Donnini:
"La versione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (1976) del vangelo secondo Matteo traduce quel verso nel seguente modo:
"Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba"

Mentre la Sacra Bibbia (Traduzione dai Testi Originali), edita dalle Edizioni Paoline nel 1964, traduce così:

"Egli aveva allora in carcere un detenuto famoso, detto Barabba"

Ancora, il Nuovo Testamento - Parola del Signore, pubblicato nel 1976 dalla Elle Di Ci (Leumann, Torino), traduce così:

"A quel tempo era in prigione un certo Barabba, un carcerato famoso"

E, infine, il Nuovo Testamento, Nuova Revisione 1992 sul Testo Greco, della Società Biblica di Ginevra, traduce così:

"Avevano allora un noto carcerato, di nome Barabba"

Innanzitutto notiamo che le traduzioni sono abbastanza diverse e che tali variazioni possono produrre importanti discordanze nei significati. Questo prigioniero famoso era "detto Barabba", "un certo Barabba" o "di nome Barabba"?
E' sicuro che "detto", da una parte, e "di nome" o "un certo", dall'altra parte, lasciano intendere due cose molto differenti. Nel primo caso Barabba sembra un soprannome, mentre nel secondo e nel terzo caso sembra trattarsi di un nome proprio: quel prigioniero si sarebbe chiamato proprio Barabba.
Naturalmente qualcuno potrebbe osservare che ci stiamo ponendo una questione abbasta irrilevante, ma non è affatto così. Infatti stiamo toccando uno dei problemi più delicati di tutta l'analisi della letteratura evangelica, perché dietro al personaggio di Barabba, alla sua vera identità e al suo ruolo nella circostanza del processo che Cristo ha subito dinanzi al procuratore romano Ponzio Pilato, si nasconde probabilmente una delle più importanti chiavi di comprensione del senso storico reale di quegli eventi.
Il testo greco usa il termine legomenon Barabban (leghomenon Barabban) che si traduce con "detto Barabba", "chiamato Barabba", "soprannominato Barabba", e ciò lascia intendere che quello non fosse il nome proprio, ma un titolo o un soprannome.
Eppure tutti conosciamo Barabba come una persona che si chiamava proprio così, e sappiamo anche che era stato messo in prigione perché era un brigante, forse un ribelle. Almeno, questo è ciò che la tradizione ci ha sempre fatto pensare di lui.
Ma torniamo al Novum Testamentum e osserviamo la nota a piè di pagina che si riferisce al verso 16 del vangelo di Matteo. In essa sono riportate le varianti che si possono trovare in alcuni antichi manoscritti evangelici. Nel nostro caso la nota è duplice e le due parti sono sepatare da una breve linea verticale.
Cominciamo dalla seconda parte. Essa ci dice che dopo il termine "Barabba" alcuni antichi testi recano una frase non breve:

"eicon de tote desmion epishmon Ihsoun Barabban, ostiV hn dia stasin tina genomenhn en th polei kai jonon beblhmenoV eiV julakhn"

"il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio"

In pratica, dai testi antichi è stata scartata una frase dalla quale si può capire abbastanza chiaramente che Barabba era stato arrestato nella circostanza di una sommossa, che si era verificata in città, durante la quale era stato commesso un omicidio. Chi aveva commesso l'omicidio? Barabba? Se consultiamo il vangelo secondo Marco (Mc 15, 7), in un passo parallelo, possiamo leggere:

"Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio"

Il verbo "avevano commesso" è coniugato al plurale, non al singolare, e si riferisce ai ribelli, non a Barabba. La frase significa semplicemente che Barabba era rinchiuso nel carcere in cui si trovavano i ribelli, non ci obbliga a credere che egli stesso fosse un ribelle e che avesse partecipato al delitto.
In fin dei conti nemmeno il vangelo secondo Matteo lo dice; anzi, affermando che costui era stato arrestato in occasione di quel tumulto e di quell'omicidio, non dà affatto l'impressione che Barabba fosse uno degli insorti né, tantomeno, l'omicida.
Il vangelo di Luca contiene una frase (Lc 23, 19) assolutamente identica a quella omessa dal testo di Matteo, di cui abbiamo già visto sopra il testo greco, ma essa (si faccia bene attenzione) viene tradotta comunemente in modo scorretto, attribuendogli così significati che essa non può e non deve avere; per esempio una versione del Nuovo Testamento, che si definisce "traduzione interconfessionale in lingua corrente", la riporta nei seguenti termini:

"...era in prigione perché aveva preso parte ad una sommossa del popolo in città ed aveva ucciso un uomo"
[Parola del Signore, Elle Di Ci, Leumann (To), 1976]

La traduzione corretta, lo ripetiamo, è: "...si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio...", infatti le parole "dia stasin tina" possono essere tradotte con "in occasione di una sommossa", "poiché c'era stata una sommossa", "nel luogo della sommossa", "durante una sommossa", ma non si potrà mai tradurre "aveva preso parte ad una sommossa", e neanche "aveva ucciso un uomo". Questo non è assolutamente scritto nel testo originale, è una forzatura che altera molto il senso della frase, facendo diventare arbitrariamente Barabba il soggetto di una azione che, invece, è stata compiuta dagli altri ribelli.
La lettura dei vangeli sinottici, eseguita fedelmente alle versioni in lingua greca, ci dà buoni motivi per pensare che Barabba non fosse uno dei briganti che avevano commesso l'omicidio, ma solo che egli sia stato arrestato in concomitanza con la sommossa di cui altri erano responsabili. Ci dicono, tra l'altro, che costui non era uno sconosciuto ma un personaggio famoso.

La osservazione più interessante la facciamo senz'altro nel momento in cui osserviamo la prima parte della nota 16 presente nel Novum Testamentum. Essa ci dice che in alcuni antichi manoscritti, al posto di "legomenon Barabban" (leghomenon Barabban = detto Barabba), troviamo quest'altra espressione: "Ihsoun Barabban " (Iesoun Barabban = Gesù Barabba). La nota ci conferma che il personaggio non si chiamava Barabba, ma che questo era un titolo, affiancato al suo vero nome: Gesù. Diciamo la verità, è quasi uno shock! Sembra che nel corso di quel processo, durante il ballottaggio per la scarcerazione di un prigioniero, Pilato abbia presentato al popolo due accusati: un certo Gesù, che i sacerdoti avrebbero condannato a morte perché aveva osato definirsi "figlio di Dio", e un certo Gesù, molto noto a tutti col titolo "Barabba". Due Gesù in un colpo solo. Forse è proprio per evitare questa eccezionale omonimia che i traduttori hanno omesso il nome del personaggio che è stato liberato, e l'hanno presentato solo come Barabba. Ma si tratta di semplice omonimia? Le nostre scoperte, e ne abbiamo già fatte tante, non sono finite. Adesso infatti si rende necessaria una domanda: qual'è il significato del soprannome Barabba?

Per giungere ad una risposta facciamo un passo indietro nel tempo, fino all'interrogatorio che Gesù, qualche ora prima, aveva subito in casa del sommo sacerdote. Costui, che aveva nome Caifa, vistosi nella difficoltà di trovare un capo d'accusa valido per emettere una sentenza di morte (così narra il vangelo), ad un certo punto avrebbe chiesto a Gesù: «sei tu il figlio di Dio?», e Gesù a lui: «tu l'hai detto». Attenzione: la vicenda del processo davanti alle autorità ebraiche, così come è descritta dalla narrazione evangelica, tradisce la presenza di gravi anomalie, anche perché l'idea di un procedimento svoltosi in quelle condizioni è del tutto inaccettabile. I tempi, i modi, il luogo e tanti altri elementi incompatibili con la prassi giudiziaria ebraica, ci mostrano che quello non poteva essere un processo regolare, come molti autori hanno validamente osservato. Al contrario, tutto lascia facilmente intuire che deve essersi trattato di un interrogatorio informale, svoltosi nel corso di azioni confusionarie e sbrigative, nell'intervallo di tempo che separava l'arresto dell'uomo sul monte degli ulivi e la sua consegna alle autorità romane, presso le quali avrebbe dovuto svolgersi il vero ed unico processo che ha condotto Gesù ad una condanna a morte e alla sua esecuzione. Un processo voluto dai romani per sedizione.

Ora, noi sappiamo che gli ebrei non potevano assolutamente pronunciare la parola tabù "Dio", e che il sommo sacerdote non si sarebbe mai azzardato a pronunciarla in quella occasione. Ma se egli ha veramente posto la domanda, in che modo ha potuto chiedere a Gesù se era «il figlio di Dio»? La risposta è semplicissima, gli ebrei usavano molti termini diversivi per riferirsi a Dio (Adonai, Eloah, il Signore, il Padre...). Anche Gesù, nei racconti evangelici, parla spesso di Dio ma, rivolgendosi ad un pubblico di ebrei ed essendo egli stesso un ebreo, usa uno di questi termini diversivi: "il Padre mio", "il Padre che è nei cieli". Nel vangelo secondo Marco (Mc 14, 36) leggiamo: "Abbà, Padre, tutto è possibile per te", in cui compare sia il termine tradotto (Padre) che quello originale usato dagli ebrei (Abbà). Ed ecco che per gli ebrei del tempo di Gesù "figlio di Dio" poteva essere reso piuttosto con "figlio del Padre". Anche nella liturgia latina troviamo comunemente "filius Patris", che è proprio la traduzione letterale dell'espressione usata dagli ebrei, nella corrente parlata aramaica, e quindi anche dal sommo sacerdote Caifa: "bar Abbà". Mentre in italiano, in mancanza del tabù ebraico, essa si è potuta trasformare senza problemi in: "figlio di Dio".
L'espressione "bar Abbà", può essere condensata, e diventa così "Barabba". La contrazione è del tutto normale: Barnaba, Bartolomeo... si tratta di termini di derivazione aramaica per "figlio di...". E' assolutamente sorprendente che, ai giorni nostri, a nessun cristiano educato e catechizzato sia mai stata fatta notare la questione, non del tutto irrilevante (!!!), che il termine Barabba corrisponda all'espressione usata dagli ebrei dei tempi di Gesù per dire figlio di Dio! Si è dunque voluta nascondere qualche evidenza?

Altro che shock! Infatti, se prima eravamo stati scioccati nello scoprire che Barabba si chiamava Gesù, ora siamo totalmente sconvolti nello scoprire il contrario, e cioè che... Gesù era definito Barabba! Ma quale razza di mistero si nasconde dietro questo intreccio straordinario di nomi e di titoli? E' mai possibile che durante il processo Pilato abbia presentato al popolo queste due persone:

1 - Gesù, che era detto figlio di Dio, cioè Barabba, che fu condannato e giustiziato,

2 - e Barabba, che però si chiamava Gesù, che fu graziato e rilasciato.

Non ci credo nemmeno io che sto scrivendo queste cose. Non ci può credere nessuno. Ma soprattutto, non è possibile crederci perché non è affatto così che sono andate le cose:

1 - non c'è mai stato un autentico processo davanti al sinedrio, Cristo è stato arrestato per volontà di Pilato che ha inviato per questo una coorte romana sul monte degli ulivi, un corpo di 600 soldati con un tribuno al comando;

2 - gli ebrei non hanno consegnato al procuratore l'accusato con la scusa di essere impossibilitati ad eseguire la sentenza di morte; ne hanno eseguite innumerevoli e ce le testimonia lo stesso Nuovo Testamento (Giovanni Battista, l'adultera che stava per essere lapidata dagli ebrei, lo stesso Gesù che ha rischiato più volte la lapidazione da parte degli ebrei, Stefano lapidato dagli ebrei all'indomani della morte di Gesù, Giacomo lapidato dagli ebrei sotto le mura del tempio...);

3 - i romani non hanno mai avuto l'abitudine di applicare le amnistie in occasione delle festività di altri popoli non latini, ma solo delle festività romane, e tantomeno liberavano in Palestina i condannati per reati gravi di sedizione, i condannati a morte;

4 - Pilato non è rimasto lì imbambolato ad aspettare che il popolo decidesse quale dei due doveva essere rilasciato, per poi lavarsene le mani e scarcerare il ribelle giustiziando un maestro spirituale; questa è una immagine assolutamente non veritiera e ridicola del praefectus Iudaeae; si legga Giuseppe Flavio per sapere chi e come era Ponzio Pilato;

5 - e il popolo degli ebrei non ha mai gridato "il suo sangue ricada sopra di noi e sui nostri figli" (Mt 27, 25), preannunciando la persecuzione perpetrata dai cristiani contro i cosiddetti perfidi giudei nell'arco di lunghi secoli.

Tutte queste sono scuse palesi per spostare la responsabilità della condanna dai romani agli ebrei. Questo infatti è uno dei presupposti della catechesi neo-cristiana, che ebbe origine nella mente di Paolo, il nemico di Simone e Giacomo, in aperta e stridente opposizione con la catechesi giudeo-cristiana, al prezzo di un grave pregiudizio antisemitico. Ci troviamo di fronte ad una presentazione finalizzata ad alterare il significato storico dell'evento. Si tratta di una presentazione funzionale alla dottrina antiessena e antimessianica elaborata da Paolo e successivamente sviluppata dai suoi seguaci ed eredi spirituali. I quali hanno progressivamente aumentato le distanze dall'ebraismo e hanno trasformato l'aspirante messia degli ebrei in un salvatore medio orientale, e il regno di YHWH dei giudei nel regno dei cieli dei cristiani.

Dal rebus di Gesù e Barabba scaturisce una ennesima conferma del fatto che i redattori dei vangeli neocristiani erano non ebrei, che scrivevano per un pubblico non ebreo, e che erano interessati a de-giudaizzare l'aspirante messia degli ebrei, scorporando dalla sua figura tutto ciò che apparteneva ad una personalità messianica, ovverosia ad un ribelle esseno-zelotico che aveva commesso gravi reati di sedizione contro l'autorità romana.
La dinamica dell'arresto, del processo, della condanna e della esecuzione, così come queste fasi sono descritte nelle narrazioni evangeliche, le quali mostrano fra loro grandi contraddizioni, è tale da rivelare una precisa intenzione di mascherare chi fosse realmente l'uomo che venne crocifisso, perché fu arrestato, da chi fu arrestato, perché fu giustiziato, facendo credere, alla fin fine, la tesi storicamente insostenibile che i romani siano stati vittime di un raggiro e che la volontà e la regia della condanna di Gesù siano del tutto ebraiche.

Dal rebus di Gesù e Barabba non scaturisce invece una soluzione su chi siano state queste due persone. Erano veramente due? Si tratta di una persona sola che ha subito uno sdoppiamento, come tanti altri personaggi della narrazione evangelica? Si tratta di due persone i cui nomi, titoli, ruoli e responsabilità sono stati intrecciati e confusi negli interessi della contraffazione storica? Sono forse i due aspiranti messia degli esseno-zeloti, quello di Israele (il capo politico) e quello di Aronne (il capo spirituale)? Se Gesù Barabba è il prigioniero che fu liberato, dobbiamo credere che Gesù non è mai stato crocifisso, coerentemente con quanto sostenuto dalla tradizione coranica e da altre tradizioni?

Abbiamo una lunga serie di domande, ma non abbiamo le risposte. E il mistero di Barabba, che pure ha portato alla luce alcuni importantissimi aspetti della questione, troppo spesso ignorati, diventa sempre più misterioso.

David Donnini"

La trama era ben congeniata; al momento opportuno farsi passare nelle menti addormentate dell'umanità, come colui che era portatore di luce, giocando sul nome.

Quello che non si sa, è che questo giochetto è stato applicato anche al nome di Dio, imponendo Yavè come nome e che alla gente normale, non solo va bene, ma si offende se viene detta l'oscura verità. Un piano antico che vede come obiettivo la perdita della consapevolezza da parte dell'umanità, della parte spirituale inducendolo sempre più ad una vita di cose materiali. (Uno studio ben fatto su questo tema lo trovate qui .)

Concludo ricordando che i giorni della settimana Santa, dovrebbero essere visti come tempo di lutto e non come momenti per festeggiare e divertirsi.

sabato 20 giugno 2009

I Templari e Bafometto

Finirono al rogo perché erano sospettati di eresia. Persero tutti i loro beni e l’onore travolti da accuse infamanti, come quella di sodomia. Ma, ancor più, quella di idolatria. Durante il processo, voluto dal re francese Filippo il Bello per smantellare l’ordine dei Templari, numerosi testimoni raccontarono che i cavalieri cristiani erano soliti adorare una tenebrosa testa di uomo barbuto. Il Bafometto, che nella fantasia popolare, ma non solo, venne associato a qualche misterioso angelo venuto dalle tenebre.

Che il processo contro i Templari fosse stato una montatura, per depredarli delle loro ingenti ricchezze, lo si sapeva già. Ma adesso, Barbara Frale dà corpo a un ipotesi ancora più dirompente e nuova: il Bafometto non sarebbe mai esistito. Perché i Templari, dopo il saccheggio di Costantinopli del 1204, presero in custodia la sindone. Trasformarono in oggetto di venerazione quel lenzuolo su cui si è sempre pensato fosse rimasta impressa la figura del Cristo morente. E che adesso è custodito nel Duomo di Torino.

L’ipotesi era già stata formulata trent’anni fa dallo studioso oxfordiano Ian Wilson. Ma Barbara Frale, che si è specializzata all’Università di Venezia proprio con un lavoro dedicato ai Templari e che adesso lavora alla Biblioteca Vaticana, va molto più in là. Portando prove concrete a sostegno della tesi di Wilson nel suo saggio ”I Templari e la sindone di Cristo”, che la casa editrice il Mulino (pagg. 252, euro 16) distribuisce nelle librerie da oggi.

A questo testo, tra un anno, ne seguirà un altro, intitolato ”La Sindone e Gesù Nazareno”. Dove la Frale approfondirà un altro affascinante enigma legato alla sindone. Quello delle scritte che appaiono impresse sul telo di lino accanto alla figura del Cristo crocifisso. Parole che, come accenna nella parte finale de ”I Templari e la sindone di Cristo”, spazzerebbero via le teorie razionaliste. Che hanno provato a liquidare l’antica reliquia come un abile falso medioevale.

Il documento che ha permesso a Barbara Frale di scoprire il vero volto del Bafometto è sepolto dentro le carte processuali contro i Templari. Si tratta di un foglio molto consunto conservato negli Archivi Nazionali di Parigi. Alcuni cavalieri, rinchiusi a Carcassonne in Linguadoca, raccontarono nelle loro deposizioni, datate 1307, di certe cerimonie in cui erano invitati a adorare una sorta si lenzuolo di lino, chiuso dentro una teca, su cui compariva la testa di un uomo barbuto.

I Templari, in sostanza, non sarebbero stati affatto eretici, Anzi, avrebbero conservato la sindone, usandola proprio contro chi tendeva a credere soltanto nella natura divina di Gesù Cristo. In quel corpo massacrato fino alla morte, inchiodato sulla croce, che nel sepolcro aveva lasciato l’impronta sul lino prima di risorgere, c’era la prova più shockante dell’umanità del figlio di Dio.

Accusati di eresia, in realtà custodirono e venerarono il misterioso lenzuolo

Curiosamente l’area in cui ci fu la massima contaminazione ereticale è anche quella in cui il culto del sudario di Cristo era più radicato nel Tempio. Se i Templari ebbero la possibilità di custodire il prezioso oggetto, è chiaro che vollero tenerlo per gli stessi motivi che avevano spinto Costantino VII a farne la reliquia più venerata di Costantinopoli: era un’arma di potere micidiale contro la diffusione delle idee eretiche, un antidoto di gran lunga più efficace dei sermoni dei predicatori e persino dei roghi dell’Inquisizione.

Per l’uomo del medioevo, spesso analfabeta ma padrone di un intuito che oggi non comprendiamo appieno, non c’erano dotte disquisizioni che tenessero. I catari dicevano che il Cristo non aveva vero corpo umano né vero sangue; una volta aperto completamente, il telo della sindone lasciava vedere l’impronta del corpo martoriato dalla Passione nella maniera esatta descritta dai vangeli.

E soprattutto si vedeva il sangue, una gran quantità di sangue sparso dovunque. Presso lo squarcio del costato, poi, il fiotto era di grandezza impressionante e la mente non poteva fare a meno di volare alle parole dei vangeli. Nell’Ultima Cena Gesù aveva detto: «Questo è il mio sangue per la nuova alleanza, versato per molti in remissione dei peccati».

Quel sangue versato stava ancora lì davanti a tutti, intriso dentro il lino della sindone. Si poteva vedere, toccare, baciare. Era il miglior rimedio contro tutte le eresie. Due secoli più tardi Martin Lutero avrebbe scritto: «La croce sola è la nostra teologia».

È una frase lontana nel tempo, però incarna benissimo ciò che la sindone rappresentava per i Templari. Una testimonianza rilasciata nel processo di Poitiers dinanzi al papa pare mostrare proprio questa dinamica: frate Pons de Brozet, Precettore della Provenza, nel 1288 accoglie nel Tempio una giovane recluta e dopo la liturgia di rito nella cerimonia d’ingresso gli mostra prima il volto che sta sopra l’altare, poi una croce.

Quindi gli dice che non deve credere nella croce, bensì in quel Volto perché Dio non è mai morto; e poi gli fa adorare e baciare il Volto «come si baciano le reliquie». Pons de Brozet è uno dei dignitari che ebbero in custodia personale la sindone; se la scena è immaginata visualizzando la sindone piegata nella teca-reliquiario che lasciava vedere solo il volto, allora tutto acquista un senso pieno: l’immagine miracolosa che documenta come Gesù non restò nel sepolcro per più di tre giorni, l’immagine che porta impresso il segno di Giona, mostra la Resurrezione.

Gli eretici predicavano che l’uomo Gesù era morto, che quella era la fine naturale dell’uomo e che la carne non poteva risorgere. Ma il Templare non deve porgere l’orecchio a quelle false dottrine alternative, non deve mai credere che tutto finì nella crocifissione. La croce fu solo l’inizio; l’idolo, la misteriosa immagine che porta i segni della Resurrezione, ne è la prova.

C’è un altro fatto importante da notare. Le tracce di sangue rimaste sulla sindone corrispondono a colature intense, molte delle quali (specie al volto, alle ferite da chiodo e al costato) derivano dalla rottura di vene e sono quanto resta di un flusso molto abbondante; oggi però non ci sono più i grossi coaguli che un tempo il lino portava, come se la stoffa in seguito a eventi ignoti avesse perduto la maggior parte di quel sangue raggrumato e secco che in origine formava degli ammassi a rilievo sul telo, simili a grosse croste su tante ferite.

A Costantinopoli, sparsi nelle oltre mille chiese della capitale, esistevano molti reliquiari che si diceva contenessero una parte del Santo Sangue di Gesù, e molti di essi furono portati in Europa dai crociati dopo il sacco del 1204. Questo grande movimento delle reliquie del Sangue, che eccitava moltissimo la fantasia dell’uomo medievale perché era intimamente connesso al mistero dell’Eucarestia, potrebbe avere influenzato la trasformazione delle leggende sul Santo Graal, il quale nelle versioni più antiche era solo una portentosa bacinella descritta in certe saghe dei celti, ma proprio negli anni seguenti alla quarta crociata comincia a essere celebrato come la Coppa dell’Ultima Cena, oppure il calice in cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il fiotto di sangue uscito dal costato di Gesù crocifisso.

In ogni caso, questi reliquiari del Sangue erano piccole ampolle in cristallo o cristallo di rocca che contenevano minuscole quantità di sangue essiccato. Data la loro origine bizantina, tutto fa pensare che quel sangue essiccato fosse stato raschiato via proprio dai grumi un tempo ancora presenti sulla sindone: in questo senso quelle reliquie erano vere, cioè contenevano il sangue proveniente da un oggetto ritenuto come l’autentico sudario di Cristo, ed erano certificate dall’autorità dell’imperatore di Costantinopoli. Se così fu, non sorprende che la gente fosse disposta a spendere cifre astronomiche per averle.

Se l’ordine del Tempio soffrì di una certa contaminazione ereticale, non è strano che pensasse a procurarsi una medicina di tale potere per combattere la sua guerra in via privata, discreta, invisibile. Gli alti dignitari dell’ordine svolgevano delicati ruoli diplomatici per gli imperatori bizantini, conoscevano bene la reggia di Costantinopoli con la sua stanza delle meraviglie. Preoccupato per il dilagare del pensiero cataro che aveva pervaso una grossa parte della società cristiana e della Chiesa cattolica, l’ordine del Tempio pensò di curare l’incredulità di certi suoi esponenti nella stessa semplice, efficace maniera in cui a suo tempo era stata vinta quella di san Tommaso.

L’apostolo aveva dichiarato che non avrebbe creduto a Gesù risorto se non avesse prima visto e toccato la piaga aperta del suo costato; così anche i Templari caduti nel dubbio sarebbero stati salvati dal fatto di poter vedere con i propri occhi i segni dell’umanità di Cristo impressi nella stupefacente reliquia. Vedere e anche toccare: come già detto, stando alle fonti storiche i Templari usavano venerare la sindone con una liturgia che prevedeva il bacio sulle ferite dei piedi.

sabato 23 maggio 2009

Antimateria, Universo partecipativo

Non controlliamo il mondo, non lo manipoliamo, imponendogli la nostra volontà ma siamo parte di tutto ciò che accade, si tratta di un dare e avere...

Dal New Scientist del 27.4.09 queste interessanti note.

“Se doveste elencare le imperfezioni del modello standard -la descrizione decisamente di successo che fanno i fisici in merito alla materia e le sue interazioni-, tra le prime ci sarebbero quelle relative alla “profezia” che noi non esistiamo. Secondo la teoria, la materia e l’antimateria furono create in eguale misura durante il big bang. Stando a ciò, avrebbero dovuto distruggersi totalmente a vicenda e questo al primo secondo, o giù di lì, dall’esistenza dell’universo e il cosmo essere perciò pieno di luce e di poco altro.

Tuttavia ci siamo noi ed anche i pianeti, le stelle e le galassie; per quanto possiamo vedere, tutto questo proviene esclusivamente dalla materia. Realtà 1, teoria 0. Ci sono due soluzioni plausibili a questo mistero esistenziale.

La prima: potrebbe esserci una sottile differenza nella fisica della materia e antimateria, che ha lasciato l’universo primordiale con un surplus di materia.

Mentre la teoria predice che il mondo dell’antimateria è un riflesso perfetto del nostro, gli esperimenti hanno già evidenziato delle scalfiture nello specchio. Nel 1998, gli esperimenti al CERN mostrarono che una particella esotica e particolare, il kaone, si trasformava nella sua antiparticella, un poco più spesso che non il contrario, creando cosi un leggero squilibrio tra i due.

La seconda plausibile risposta al mistero della materia, è che quella distruzione non fosse totale in quei primi secondi.
In qualche modo la materia e la antimateria riuscirono a sfuggire alla reciproca presa fatale. Da qualche parte là fuori, in alcune regioni specchio del cosmo, l’antimateria sta nascondendosi e si è coalizzata con le anti-stelle, le anti-galassie, e forse persino con l’anti-vita.

"Non è un’idea tanto stupida," dice Frank Close, un fisico atomico della Università di Oxford. Quando un magnete caldo si raffredda, sottolinea, gli atomi individuali possono costringere i loro vicini ad allinearsi con i campi magnetici, creando cosi dei domini di magnetismo che puntano in diverse direzioni. Una cosa simile potrebbe essere accaduta quando l’universo si raffreddò dopo il big bang.

"Inizialmente ci potrebbe essere stata della materia in più, qui e là" dice. Quelle piccole differenze potrebbero espandersi nel tempo in larghe regioni separate.
Questi domini di antimateria, se esistono, non sono certamente vicini. La distruzione ai confini tra le aree di stelle e antistelle produrrebbe un segno inconfondibile di raggi gamma ad alta energia. Se tutta un’antigalassia dovesse entrare in collisione con una galassia regolare, la distruzione che ne risulterebbe sarebbe di proporzioni inimmaginabili e colossali. Non abbiamo visto un segno del genere, ma di nuovo c’è molto universo che ancora non abbiamo osservato ed intere sue regioni che sono troppo lontane per essere viste.

Se si trovasse l’antielio o altri anti-atomi più pesanti dell’idrogeno, questo sarebbe una prova concreta di un anti-cosmo. Implicherebbe che anti-stelle “cuociono” anti-atomi nella loro fusione nucleare, proprio come stelle regolari fondono atomi normali.

Lo Spectometro Alfa Magnetico - Alpha Magnetic Spectrometer – è una parte di un kit del valore di 1.5 miliardi di dollari, costruito per perlustrare raggi cosmici per individuare dei simili segni. E’ in attesa di un decollo verso la International Space Station, ma speriamo che abbia un passaggio in uno dei lanci di shuttle della NASA nel 2010 o 2011.

Fin qui la “scienza ufficiale”, ora due note “parallele” di una visione oltre la scienza ortodossa, estratte da un’intervista fatta a Gregg Braden durante la sua ultima visita in Italia, giugno 2008, da parte di MacroVideo:

“Il grande fisico, Jonathan Wealer, che è passato a miglior vita nel 2008, era uno dei giganti della fisica del 20esimo secolo. E’ stato collega di Einstein e Neils Boor, ha creato il termine "Buco Nero", è stato John Wealer a creare il termine “partecipatorio”. Lui usava un termine per descrivere il nostro rapporto con l’universo. Diceva che facevamo parte di un universo "partecipatorio". Adoro questo termine perché significa che non controlliamo il mondo, non lo manipoliamo, imponendogli la nostra volontà ma siamo parte di tutto ciò che accade, si tratta di un dare e avere.

Credo che la scienza presto dimostrerà esattamente cosa significa vivere in un universo partecipatorio, ma impareremo in un contesto che ci porterà ad affrontare le più grandi sfide mai registrate nella storia umana.

Probabilmente l’unico modo per andare incontro ai "nodi" del mondo sarà capire chi siamo veramente. E’ come se avessimo creato le condizioni che ci spingono sull’orlo delle nostre convinzioni su noi stessi, sul mondo e per sopravvivere a ciò che abbiamo creato dobbiamo trasformare ciò che crediamo. Forse è questo che volevano dirci i Maya nel loro calendario. Intendevano dire che questa è la fine di una grande era e l’inizio di un nuovo modo di essere, con, in mezzo un periodo di vent’anni dove tutto è in cambiamento.

Vogliono dirci: "alla fine dei vent’anni non riconoscerete più il vostro mondo, non riconoscerete più voi stessi e non penserete più al mondo e al tempo nello stesso modo di prima.” Mancano pochi anni alla fine di quel ciclo e tutto ciò è vero. Il nostro mondo sta cambiando, la morfologia della terra cambia per via delle alluvioni, dei terremoti, della crescita demografica, della deforestazione dell’Amazzonia. Il mondo fisico sta cambiando e il nostro modo di vedere noi stessi muta ancora più rapidamente.

In questo senso mettiamo in atto una delle profezie del calendario dei Maya, è sotto i nostro occhi, però non ce ne accorgiamo nemmeno. Non posso immaginare di vivere in un periodo più potente, ricco di enormi opportunità e possibilità. Chi vorrebbe vivere in un’altra epoca quando si può, in questa, trasformare il mondo trasformando noi stessi, e creare ciò che gli antichi chiamavano "il secondo giardino dell’Eden".

Credo che è questo che il futuro ci riserva, sono un ottimista, credo che siamo alle soglie di in un epoca in cui riconosceremo di aver superato il concetto di guerra. La guerra diventerà una cosa appartenente al passato. Deve!
Credo che stiamo iniziando un’epoca in cui comprendiamo finalmente che dobbiamo lavorare insieme per sopravvivere a ciò che la vita sulla terra ci porterà. E questo succede ora. Una minoranza l’ha già capito, la maggioranza e i governi si stanno adattando a ciò che alcuni già credono possibile, e in questo senso, stiamo tutti lavorando insieme”.

Anello mancante: considerazioni su IDA ma non solo.

C'è fermento nel mondo della scienza, per il ritrovamento o sarebbe meglio dire, per l'annuncio di un ritrovamento avvenuto ben 25 anni fa, del fossile di un primate che a detta di alcuni esperti, sarebbe l'anello mancante che ci lega tutti alle scimmie.

Questa vicenda di cercare le origini dell'uomo e spostarla verso la ricerca delle origini delle scimmie, mi ha sempre puzzato sin da quando mi hanno rifilato la teoria di Darwin. Teoria che uno deve imparare a memoria e divenirne sostenitore, pena brutti voti e il ridicolo durante gli studi, emarginato e sovversivo, nella vita poi.

Non mi sono mai piaciute le imposizioni scientifiche che non mi permettono di poter comprovare in qualche modo, la loro veridicità, fatto che si riscontra in molte "teorie", ben accomodanti con la logica, ma che si trasformano nel tempo adattandosi a quanto la scienza riscontra in prove di laboratorio e scoperte successive.

Secondo la scienza del passato, il sistema solare vedeva la Terra al centro dell'universo, condannando il buon Galileo a eretico e costringendolo all'abiura delle sue opere. "Eppur si muove" disse, lasciando ai posteri il riscontro oggettivo delle cose e obbligando la chiesa, somma detentrice delle scienze di allora, a chiedere scusa secoli dopo.

In quella di Darwin, si sono buttatati un po' tutti. Travisandone la teoria e adattandola alle proprie speculazioni mentali. Mendel studiando il suo "pisello odoroso", definì che siamo tutti una mescolanza di geni che riaffiorano a seconda siano primari o secondari, nelle generazioni future. Cercava di spiegarsi perché si nasce con gli occhi azzurri pur avendo genitori con occhi scuri, di alta statura pur avendo avi diretti con altezze sotto la media, ecc. o dalla sua teoria fu applicata una derivata, per consentire lo studio sui geni umani e l'incrocio delle specie che questa società ama, visto che si possono brevettarne le conseguenze e quindi, monetizzare la cosa?

Ricordo ancora che alla mia professoressa di biologia la quale insisteva a dire che la "mescolazione" genetica è tale da renderci tutti imparentati, inorridiva alle mie " non è possibile" dette fra i denti al punto che stizzita, mi chiese a bruciapelo: "Adesso basta! Dammi una sola ragione scientifica, per la quale affermi l'impossibilità di quanto affermo!"
Risposi di rimando: "Perché se fossimo tutti una mescolanza di geni che sono solo il risultato di primari e secondari, dove i primi vincono rispetto ai secondi al punto di farli scomparire in lunghe discendenze, oggi a distanza di milioni di anni di discendenze umane, saremmo tutti dello stesso colore, razza e forma!"

Darwin formulò la sua teoria in base ad osservazioni sulla natura. Non si può negare che questa si adatti alle circostanze. Effettivamente ciò che esiste su questo piano tridimensionale, sono le conseguenze di eventi passati. Ma Darwin non affermò che discendiamo dalle scimmie! Usò i primati come esempio per spiegare quanto aveva osservato. Indicando come la natura si adatti alle cose per mantenere se stessa in vita. Nel connubio uomo-scimmia, risaltava come le necessità di una specie, era adattata alla sua forma e così la scimmia che cercava solo cibo e rifugio e prole, stava in una posizione diversa dalla forma dei suoi predatori dandole coda, capacità di andare su due gambe e mani che gli permettessero molte azioni; mentre l'uomo sfruttava la sua capacità mentale con un cervello meglio formato e piedi per deambulare, cosa che gli dava vantaggio sopra tutte le altre specie.

Darwin all'inizio fu deriso dai suoi colleghi, che gli proponevano l'esempio che secondo le sue affermazioni, allora il vento avrebbe nel tempo modellato gli aeroplani da roccie, dato che l'aerodinamica modella naturalmente sulle goccie d'acqua, la forma migliore per fendere l'aria e applicando il fattore tempo, l'erosione degli agenti atmosferici sulla pietra avrebbe fatto il "miracolo".

Nel tempo gli scienziati sempre più alla ricerca di denari e fama personale, si accorsero delle potenzialità economiche di alcune affermazioni di Darwin, dando vita alle ricerche di modificazione genetica, con nuovi farmaci, nuovi alimenti, nuove specie. La naturà si sa, è imperfetta e l'uomo la sta correggendo!
E ne vediamo bene gli effetti; virus nuovi, malformazioni ed intolleranze dovute a ingestione di sostanze alimentari modificate, ecc. Ma tutto in nome dell'evoluzione, del benessere dell'umanità! il denaro non centra nulla, per carità e solo il giusto compenso di tanti studi.

Ora ci mostrano IDA, nome del fossile che aspettava di essere posto alla ribalta da 25 anni. L'Adapide, la cui eta' stimata e' di circa nove mesi, e' stato scoperto da un cacciatore di fossili 25 anni fa nei pressi di Darmstadt in una cava che coincideva con il fondo di un lago vulcanico famoso per i resti dell'Eocene. Qui vennero rinvenuti anche un 'Buxolestere' (un incrocio tra una lontra e un toporagno) e un 'Diacodexis (una sorta di coniglio antenato delle moderne capre).

La notizia ci viene sparata da tutti i media con gran pompa, alcuni affermano che diverrà un fatto storico da inserirsi nei libri di testo ufficiali per tutto il resto avvenire. Altri, leggermente più cauti, non si sbilanciano affermando che la scienza deve ancora indagare bene sulla cosa. (Fondi per la ricerca). «L’annuncio è destinato a rivoluzionare la nostra comprensione dell’evoluzione umana», titola il comunicato ufficiale del Museo, ma la comunità scientifica è prudente nell’abbracciare la novità come un fatto provato.

L’analisi fossile ha rivelato che si tratta di una giovanissima femmina, con le dita e le unghie dei piedi al posto delle zampe a «dimostrare» che è una pre-umanoide. La presenza del pollice opponibile nelle due mani e dell’astragalo, l’osso breve del tarso, lega, anzi, ancora più direttamente Ida agli umani. Il fossile permette anche di risalire alla forma completa di una corporatura di carne soffice, con tanto di resti di cibo nello stomaco. Erbivora, alta all’incirca 60 centimetri, la «ragazza» si nutriva di frutta, semi e foglie: i raggi X hanno mostrato che aveva, insieme, denti sia da bambina sia da adulta. Morì per aver bevuto l’acqua del lago Messel, prima vittima dell’inquinamento da ossido di carbonio, sprigionato dal vicino vulcano. La sua età è stata calcolata attorno ai nove mesi, che tradotti in età da umani significa circa sei anni. I lemuridi, altra prova dell’«anello mancante», erano noti invece per avere una «dentatura a pettine».

PERCHÉ DISCENDIAMO TUTTI DA LEI
SECONDO GLI SCIENZIATI
Lontano parente
"Ida ha caratteristiche che si riscontrano nella specie umana, tra cui il pollice opponibile, le unghie al posto degli artigli e, nel piede, l’osso del tallone che lascia intravedere il passaggio dall’andatura a quattro zampe alla camminatura eretta."

Questa è carina: mi risulta che sono molte le specie che vanno a due zampe (i polli ad esempio, ma non ho notato ultimamente in loro, una particolare intelligenza). Andavano a due zampe anche i dinosauri, lo fanno alcune lucertole e le scimmie attualmente sul pianeta oggi.

Epoca decisiva
Secondo gli scienziati, il fossile «è importante perché permette una migliore comprensione della paleobiologia di un primate del periodo dell’Eocene»: è l’epoca in cui i primati cominciarono a evolversi in due specie: le proscimmie e gli antropoidi.

Ci sono fossili prima e dopo, su primati, che affermano il contrario.

Dal cacciatore ai ricercatori
Ida era stata ritrovata da un cacciatore di fossili 25 anni fa, nei pressi di Darmstadt, in una cava. Solo nel 2006, però, entrò in possesso del gallerista Thomas Perner, che l’ha venduta al museo di storia naturale di Oslo per un milione di dollari.

Ecco, questa è quella che mi piace di più. Il denaro. Non solo una cosa importante per l'umanità, dormiva in attesa di sviluppi futuri, ma ci sono già libri sopra la cosa per sentire a pagamento cosa si dice, con tanto di copyright con un film già pronto e compravendita di gadget. La presentazione al mondo è stata fatta il 19/05/2009, al Museo di Storia Naturale di New York in pompa magna multimediale, con un libro già stampato in 100 mila copie, un film per la tv «History Channel», un accordo di esclusiva con il network ABC News e un sito web dedicato al fenomeno. Come ha fatto notare con malizia il «New York Times», benvenuti nella «scienza per l’Età del Mediocene», la fase attuale dell’evoluzione del mondo dove tutto è show, con audience e copyright sparsi in tempo reale per il grande pubblico globale.

"La natura non fa salti!" Antichissimo detto, che ci ricorda l'impossibilità della natura a spostarsi su un piano evolutivo, saltando un passagio. Ed è questo che fa dell'anello mancante, il grande businnes del momento. Dimenticando che se la natura si porta ad uno stadio più evoluto, cancella lo stadio meno evoluto. La natura non usa fare sprechi! Se una cosa è piu funzionante e funzionale, va a sostituire quella obsoleta.
ERGO, se discendiamo dalle scimmie o meglio, se abbiamo un progenitore comune, la natura non può manifestarsi con due linee evolutive presenti che coabitano e condividono le stesse risorse vitali.

La scienza è centrata a dimostrare che tutto è meccanico ("Deux est machina" ) ed è innegabile che non sia così. Ma non esiste macchina che non sia stata progettata da qualcuno!

lunedì 17 novembre 2008

Verità impossibili

Alcuni concetti, dati per scontati e che fanno parte del nostro bagaglio culturale, sono in pratica, impossibili da verificare. Altri, sebbene vengono intuiti sottoposti a ragionamento, crollano nell'impossibilità da definirli.

Vediamone alcuni.

Cos'è per definizione una retta?
"La retta o linea retta è uno dei tre enti geometrici fondamentali della geometria euclidea. Viene definita da Euclide nei suoi Elementi come un concetto primitivo. Un filo di cotone o di spago ben teso tra due punti è un modello materiale che ci può aiutare a capire cosa sia la retta, un ente geometrico immateriale senza spessore e con una sola dimensione. La retta è inoltre illimitata in entrambe le direzioni, cioè è infinita. Viene generalmente contrassegnata con una lettera minuscola dell'alfabeto latino." (da Wikipedia)

Fin qui tutto semplice e comprensibile...
Resta da verificare in pratica la possibilità di disegnarla! Quale uomo, macchina o strumento conosciuto, detiene la capacità di disegnare qualcosa che non ha un inizio e non ha una fine?

Il famoso PI greco
"La costante matematica π (si scrive "pi" dove le lettere greche non sono disponibili) è utilizzata moltissimo in matematica e fisica. Nella geometria piana, π viene definito come il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio, o anche come l'area di un cerchio di raggio 1" (da Wikipedia)

Ottimo, in pratica il rapporto fra la circonferenza e il diametro: come si calcola la circonferenza? 2rπ ovvero il diametro per PI greco!
Insomma un paradosso. Continuando si legge che a questo numero si arriva per sperimentazione, calcolando n poligoni ecc., ecc.

Tutto basato su pura immaginazione: Quale strumento può concretamente misurare al decimale infinitesimo un raggio? Costruendo una circonferenza con una corda di misura nota, cosa fare per verificare nella pratica quale sia il raggio?

Eppure il mondo è basato su questi concetti. Tutto si regge su questi calcoli. Questo non deve stupire. L'incredibile è che pare funzioni... Finchè si è in vita chiaro. Poi?... bhe la scienza non risponde a cosa succede della coscienza quando il corpo fisico cessa di funzionare. Reputa questo problema assurdo ed illogico. (!) Perchè quanto sopra è dimostrabile in pratica? O lo è solo per via matematica, immaginaria e delimitata con simboli per rappresentare pensieri?

Proviamo ora a raccontare la storia dell'universo.

Humm.. e da dove s'inizia? Per quanto si cerchi di dare un punto di partenza, ci si arrende all'evidenza della domanda: "e prima?"

Così per il racconto, come finirlo se sempre ci sarà: "e dopo?"

In pratica tutto è solo una parte, siamo un segmento ci possiamo immaginare un infinito solo come conseguenza di fatti che riportino alla situazione iniziale e ripartire per infiniti giri, sulla stessa ruota.

Molte filosofie descrivono la vita, come un cerchio, ad indicare che il percorso continua, non importa l'inizio o la fine, che tanto si ripete.

Immaginandolo, ci si rende conto che non si può contemplarlo se non distaccandosene. All'interno del cerchio (la nostra vita), non possiamo contemplarlo, assurdamente, lo vediamo da un punto di vista esterno nel quale però dobbiamo accettare il fatto che ne facciamo parte...

Solo Dio può disegnare una retta, solo Dio può misurare una circonferenza; in modo diretto e non per calcolo.

Il problema è che sebbene metta a tacere l'inquietudine dei fedeli e ne sostenga la grandezza, questa affermazione riporta a quanto sopra, con un dilemma ancora più indigesto per la nostra logica, così come la conosciamo. Cos'è Dio?

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