Lasciando la Terra per dirigersi verso la cometa (anche nota con la sigla 67/P) Rosetta ha scattato foto sensazionali. L'immagine in alto, ripresa la mattia del 13 Novembre, raffigura un anticiclone sopra l'Oceano Pacifico Meridionale. I vortici di nubi sono visibili con la stessa nitidezza con cui li vedrebbe un occhio umano dall'alto. Molti degli strumenti a bordo di Rosetta, usualmente inattivi durante il viaggio, sono stati accesi. In questo modo è possibile testarne le condizioni dopo la lunga esposizione a bassissime temperature. Ma anche effettuare rilevazioni molto attese dalla comunità scientifica. La spettacolare immagine qui a destra l'ha "scattata" la camera di bordo Osiris (il cui cuore, la WAC, è stato interamente costruito in Italia) alle 13:28 di ieri. Mostra la Terra vista da una distanza di 633mila chilometri. Per creare questa "foto" è stato in realtà necessario scattarne e sovrapporne tre, con filtri di colore blu, arancione e verde. La parte più luminosa, in basso, corrisponde al Polo Sud. E' proprio la superficie bianca della calotta antartica, di cui si distinguono bene i confini al di sotto di un vortice di nuvole, a riflettere intensamente la luce. L’immagine qui a sinistra, invece, è la prima ripresa da Osiris, l’8 novembre scorso, durante l'avvicinamento alla Terra. Mostra la Luna, “fotografata” a 4,3 milioni di km di distanza ed è stata messa a disposizione dal team di Osiris al Max Planck Institute di Landau, in Germania. La camera Osiris (che richiama l'antichissima divinità egizia Osiride ma in realtà è una sigla e sta per "Ottic, Spectroscopic and Infrared Remote Image Sensing") oltre al WAC (wide angle camera, il grandangolo) comprende un NAC (narrow angle camera, in grado di stringere e "zoomare" sui soggetti). Questo servirà ad ottenere immagini ad alta risoluzione del nucleo della cometa e degl asteroidi che attraverserà nel suo lungo viaggio per lo Spazio profondo. Ma altri strumenti della sonda scandaglieranno l’atmosfera e la magnetosfera della Terra, per tentare di contribuire alla comprensione di fenomeni affascinanti come le aurore (il "prodotto" spettacolare di collisioni tra i campi magnetici terrestri e particelle esplose dal Sole). | |
http://www.asi.it/it/news/rosetta_le_immagini_spettacolari_delladdio |
Sul forum
domenica 22 novembre 2009
Ultime immagini da Rosetta
lunedì 22 giugno 2009
Spazioporto in dirittura d'arrivo

La costruzione, che verrà terminata entro il 2010, di uno spazioporto statunitense destinato ai voli commerciali è stata commissionata il mese scorso a specialisti inglesi ed americani. Undici progetti sono stati sottoposti alla commissione, ma è stato quello della URS Corporation, ditta specializzata nella costruzione di aeroporti, a trionfare.
Una volta completata, la struttura di 9290 metri quadrati servirà come base operativa per i trasporti spaziali della Virgin Galactic di Sir Richard Branson, la prima linea spaziale del mondo, e sarà inoltre il quartier generale delle autorità spazioportuali del New Mexico. Gli enormi hangar della struttura serviranno anche per ospitare i veivoli aerei e spaziali e gli impianti e gli uffici amministrativi della Virgin.
Lo spazioporto costerà 200 milioni di dollari (dai 30 previsti quando il progetto fu battezzato nel 2007) e Virgin Galactic intende firmare un contratto ventennale per accaparrarsi 7800 metri quadrati dell’intera struttura. La Virgin sta nel frattempo ultimando a Mojave, in California, la costruzione delle sue due navi spaziali di linea, il White Knight Two e lo SpaceShipTwo, veicoli creati per permettere anche a chi non ha ricevuto alcun tipo di addestramento di godere l’esperienza di un viaggio spaziale.
La struttura proposta dal team URS/Foster è stata scelta per la sua attenzione alle esigenze ambientali e per il design di impatto e gradevole. Pannelli fotovoltaici ed un impianto di riciclaggio dell’acqua renderanno lo spazioporto poco invasivo dal punto di vista ecologico, e la forma stessa della struttura non stonerà con il paesaggio circostante.
La costruzione delle infrastrutture per lo spazioporto è prevista iniziare quest'anno. Alcuni velivoli sperimentali hanno già effettuato dei voli di prova: tra questi il WhiteKnightTwo, ovvero il velivolo che si porta in groppa lo SpaceShipTwo all’altezza necessaria perché questo possa avviarsi verso lo spazio. Il velivolo sarà svelato al pubblico durante l’airshow di Oshkosh che si terrà a luglio.
Nel frattempo la costruzione di Spaceport America, che non è ancora iniziata, sta già muovendo l'economia locale. Circa 260 persone giovedì scorso si sono presentate al Commission Chambers Doña Ana County Government Center per un Informational Meeting in cui avere informazioni sulle possibilità di impiego, direttamente nella costruzione dello spazioporto così come "nell'indotto".
Lo spazioporto potrebbe generare circa 2.300 nuovi posti di lavoro nei primi cinque anni di attività. Ha anche aggiunto che è in contatto con una società che sarebbe interessata a spostarsi vicino allo spazioporto. Se questo avverrà ci saranno altri 2000 posti di lavoro
L'obiettivo è ambizioso. Realizzare in 17 mesi l'intero progetto, che dovrà essere ultimato per dicembre 2010.
lunedì 15 giugno 2009
Stelle di neutroni

Quando queste sono al termine del loro ciclo evolutivo, esplodono come supernovae e il nucleo di ferro collassa su se stesso in modo estremamente violento.
Nelle stelle piccole come il Sole la contrazione del nucleo cessa quando la pressione degli elettroni all'interno diventa così forte da controbilanciare la pressione degli strati esterni; ma per stelle di massa superiore a circa 1,5 volte quella del Sole la pressione è troppo grande: il collasso prosegue fino a modificare la struttura degli atomi al suo interno.
In un atomo normale, gli elettroni si trovano molto distanti dal nucleo, e l'atomo può essere considerato come praticamente "vuoto". L'enorme pressione della stella è così grande da spezzare i nuclei in protoni e neutroni.
Gli elettroni si trovano così vicini ai protoni da fondersi con essi, formando altri neutroni. A questo punto la stella è composta solo da neutroni, così vicini che non c’è nemmeno il più piccolo spazio tra uno e l'altro ed il suo diametro è di circa 20 km. La densità raggiunge quindi valori pari a quella dei nuclei atomici, circa 150 milioni di tonnellate al cm3.
La stella riesce quindi a frenare il collasso e ad assestarsi in uno stato di equilibrio: la pressione di questo "mare" di neutroni è in grado di bilanciare il peso della stella. La velocità di fuga da un oggetto di questo tipo è dell’ordine di 100.000 km/s, un terzo della velocità della luce! In genere questi oggetti ruotano attorno al proprio asse in maniera estremamente rapida compiendo centinaia e a volte migliaia di giri al secondo.
A questi veri e propri record, adesso ne va aggiunto un altro. Secondo un recentissimo studio basato su simulazioni al computer, infatti, la superficie esterna di questi oggetti collassati sarebbe 10 miliardi di volte più resistente della più forte e tenace lega metallica conosciuta.
Scopo della ricerca era quello di valutare se la superficie di una stella si neutroni sarebbe in grado di sopportare il peso di “montagne” costituite da un materiale così denso. Il risultato è stato positivo. La superficie delle stelle di neutroni potrebbe sostenere il peso di irregolarità presenti sulla sua crosta superficiale e queste, a seguito della rapidissima rotazione di questi oggetti, sarebbero in grado di produrre onde gravitazionali che in teoria potrebbero essere rilevate da terra utilizzando speciali “telescopi” interferometrici ad alta risoluzione dedicati all’osservazione di queste perturbazioni dello spazio-tempo.
Subnane ultrafredde

Percorrono cammini orbitali assai fuori dell'ordinario e una di esse potrebbe addirittura essersi formata al di fuori della nostra Galassia. Si tratta dei risultati di uno studio che sono stati presentati al convegno annuale dell'American Astronomical Society conclusosi ieri a Pasadena (California) da A. Burgasser e J. Bochanski del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston.
Le stelle subnane ultrafredde sono state scoperte nel 2003 e la loro composizione è caratterizzata da una bassa abbondanza di elementi cosiddetti “pesanti”, diversi dall'idrogeno e dall'elio, e da temperature inusualmente basse. Si tratta di oggetti la cui massa è compresa tra quella delle stelle che possiamo definire normali e le cosiddette “nane brune”.
Occupano, infatti, l’estremo inferiore dell'intervallo di dimensioni delle stelle. Attualmente se ne sconoscono soltanto alcune decine in quanto la loro luminosità è estremamente debole (circa 10.000 volte inferiore a quella del Sole), per cui è molto difficile osservarle anche con i più potenti telescopi oggi disponibili.
Burgasser era rimasto incuriosito dal moto estremamente veloce di queste strane stelle.
La maggior parte delle stelle del disco della nostra Galassia che si trovano nelle vicinanze del Sole viaggia infatti più o meno alla stessa velocità, tracciando orbite circolari intorno al centro della Via Lattea una volta ogni 250 milioni di anni circa. Le subnane ultrafredde, invece, si muovono a velocità molto più elevate (fino a 500 km/s) e su traiettorie che non giacciono nel disco della Via Lattea.
Sono state misurate le posizioni, le distanze ed i moti di una ventina di queste stelle rare e successivamente queste misurazioni sono state utilizzate per calcolare le loro orbite, utilizzando un codice numerico messo a punto per studiare le collisioni galattiche. I calcoli hanno così mostrato una inattesa varietà di orbite.
Alcune sono molto eccentriche, e passano molto vicine al centro della Via Lattea, mentre altre percorrono orbite molto ampie e lente, molto al di là della distanza che separa il Sole dal centro della Galassia.
A differenza della maggioranza delle stelle che formano la Via Lattea il loro piano orbitale ha gli orientamenti più vari e la maggior parte delle subnane ultrafredde trascorre la maggior parte del tempo a migliaia di anni luce al di sopra o al di sotto del disco della Via Lattea e potrebbero essere paragonate agli elettroni che orbitano attorno al nucleo di un atomo.
Si tratta di stelle che fanno parte dell'alone della Via Lattea, una popolazione di stelle disperse che molto probabilmente ebbero origine nelle primissime fasi di formazione della nostra Galassia. Tuttavia, una delle subnane osservate, denominata 2MASS 1227-0447 e localizzata in direzione della costellazione della Vergine, sembrerebbe seguire una traiettoria molto differente dalle altre, che farebbe pensare ad una sua origine extragalattica.
Sulla base delle caratteristiche orbitali di 2MASS 1227-0447, è probabile che questa stella provenga da una piccola galassia che in un remoto passato transitò troppo vicino alla Via Lattea e fu smembrata dalle sue forze mareali.
I risultati di questa ricerca chiariscono le origini di queste strane e deboli stelle e può fornire nuovi dettagli sui tipi di stelle che la Via Lattea potrebbe avere acquisito da altre galassie.
domenica 24 maggio 2009
Big Bang: le origini

L'universo è nato 13,7 miliardi di anni fa, con una esplosione chiamata Big Bang, anzi, più precisamente spazio, tempo e materia sono nati col Big Bang, prima non esistevano!
L'universo al momento del Big Bang non è esploso nello spazio, ma il Big Bang ha creato lo spazio. Tutto lo spazio osservabile, oggi o in futuro, era allora raccolto in un unico "punto infinitesimo". Perciò il Big Bang è avvenuto "ovunque", non in un singolo punto dello spazio.
In sostanza, il Big Bang non viene considerato un'esplosione di materia che si muove verso l'esterno per riempire un Universo vuoto preesistente. Il Big Bang fu invece la nascita e la rapida crescita dell'Universo stesso, spaziotempo compreso. A causa di questo postulato, la distanza tra galassie molto distanti aumenta più velocemente della velocità della luce.
Infatti, la velocità relativa di due oggetti cosmici distanti può superare la velocità della luce: in questo caso non è la materia a muoversi a velocità superiore rispetto a quella della luce (eventualità negata dalla teoria della relatività), ma è lo spazio a dilatarsi.
Ciò comporta che l'universo si sta espandendo, a partire da un'epoca in cui tutta la materia era condensata in un punto a energia infinita (una situazione estrema di questo tipo, in cui le leggi della fisica non sono più valide, è detta singolarità).
Secondo alcuni studi-simulazione, prima del Big Bang c’era già un Universo in fase di contrazione caratterizzato da una geometria spaziotemporale simile a quella dell’Universo attuale. Quando l’Universo si è contratto fino a diventare un punto, le proprietà quantistiche dello spazio-tempo hanno trasformato la gravità da forza attrattiva a forza repulsiva e l’Universo è ‘rimbalzato’ espandendosi a partire dal Big Bang, nello stato che ancora oggi osserviamo. Il Big Bang in questo modo viene considerato soltanto una fase di un Universo eterno, che nella descrizione classica consideriamo come inizio.
Ogni corpo nell'universo modifica lo spazio
Ogni corpo celeste presente nell'universo deforma lo spazio grazie alla sua massa:

È proprio questa deformazione dello spazio che crea una sorta di spinta che fa ruotare un corpo attorno ad un altro, ad esempio i pianeti attorno al Sole:

La deformazione o curvatura dello spazio è totale e genera effetti sorprendenti, al punto che la materia o la stessa luce vengono deformati, ad esempio lo spazio curvato dalla gravità del Sole permette di vedere vicino ai suoi bordi una stella che in realtà si trova dietro di essa e quindi non dovrebbe essere visibile ma invece lo è grazie alla deformazione dello spazio:

La deformazione dello spazio è tanto maggiore quanto maggiore è la massa del corpo celeste:

sabato 23 maggio 2009
Antimateria, Universo partecipativo

Dal New Scientist del 27.4.09 queste interessanti note.
“Se doveste elencare le imperfezioni del modello standard -la descrizione decisamente di successo che fanno i fisici in merito alla materia e le sue interazioni-, tra le prime ci sarebbero quelle relative alla “profezia” che noi non esistiamo. Secondo la teoria, la materia e l’antimateria furono create in eguale misura durante il big bang. Stando a ciò, avrebbero dovuto distruggersi totalmente a vicenda e questo al primo secondo, o giù di lì, dall’esistenza dell’universo e il cosmo essere perciò pieno di luce e di poco altro.
Tuttavia ci siamo noi ed anche i pianeti, le stelle e le galassie; per quanto possiamo vedere, tutto questo proviene esclusivamente dalla materia. Realtà 1, teoria 0. Ci sono due soluzioni plausibili a questo mistero esistenziale.
La prima: potrebbe esserci una sottile differenza nella fisica della materia e antimateria, che ha lasciato l’universo primordiale con un surplus di materia.
Mentre la teoria predice che il mondo dell’antimateria è un riflesso perfetto del nostro, gli esperimenti hanno già evidenziato delle scalfiture nello specchio. Nel 1998, gli esperimenti al CERN mostrarono che una particella esotica e particolare, il kaone, si trasformava nella sua antiparticella, un poco più spesso che non il contrario, creando cosi un leggero squilibrio tra i due.
La seconda plausibile risposta al mistero della materia, è che quella distruzione non fosse totale in quei primi secondi.
In qualche modo la materia e la antimateria riuscirono a sfuggire alla reciproca presa fatale. Da qualche parte là fuori, in alcune regioni specchio del cosmo, l’antimateria sta nascondendosi e si è coalizzata con le anti-stelle, le anti-galassie, e forse persino con l’anti-vita.
"Non è un’idea tanto stupida," dice Frank Close, un fisico atomico della Università di Oxford. Quando un magnete caldo si raffredda, sottolinea, gli atomi individuali possono costringere i loro vicini ad allinearsi con i campi magnetici, creando cosi dei domini di magnetismo che puntano in diverse direzioni. Una cosa simile potrebbe essere accaduta quando l’universo si raffreddò dopo il big bang.
"Inizialmente ci potrebbe essere stata della materia in più, qui e là" dice. Quelle piccole differenze potrebbero espandersi nel tempo in larghe regioni separate.
Questi domini di antimateria, se esistono, non sono certamente vicini. La distruzione ai confini tra le aree di stelle e antistelle produrrebbe un segno inconfondibile di raggi gamma ad alta energia. Se tutta un’antigalassia dovesse entrare in collisione con una galassia regolare, la distruzione che ne risulterebbe sarebbe di proporzioni inimmaginabili e colossali. Non abbiamo visto un segno del genere, ma di nuovo c’è molto universo che ancora non abbiamo osservato ed intere sue regioni che sono troppo lontane per essere viste.
Se si trovasse l’antielio o altri anti-atomi più pesanti dell’idrogeno, questo sarebbe una prova concreta di un anti-cosmo. Implicherebbe che anti-stelle “cuociono” anti-atomi nella loro fusione nucleare, proprio come stelle regolari fondono atomi normali.
Lo Spectometro Alfa Magnetico - Alpha Magnetic Spectrometer – è una parte di un kit del valore di 1.5 miliardi di dollari, costruito per perlustrare raggi cosmici per individuare dei simili segni. E’ in attesa di un decollo verso la International Space Station, ma speriamo che abbia un passaggio in uno dei lanci di shuttle della NASA nel 2010 o 2011.
Fin qui la “scienza ufficiale”, ora due note “parallele” di una visione oltre la scienza ortodossa, estratte da un’intervista fatta a Gregg Braden durante la sua ultima visita in Italia, giugno 2008, da parte di MacroVideo:
“Il grande fisico, Jonathan Wealer, che è passato a miglior vita nel 2008, era uno dei giganti della fisica del 20esimo secolo. E’ stato collega di Einstein e Neils Boor, ha creato il termine "Buco Nero", è stato John Wealer a creare il termine “partecipatorio”. Lui usava un termine per descrivere il nostro rapporto con l’universo. Diceva che facevamo parte di un universo "partecipatorio". Adoro questo termine perché significa che non controlliamo il mondo, non lo manipoliamo, imponendogli la nostra volontà ma siamo parte di tutto ciò che accade, si tratta di un dare e avere.
Credo che la scienza presto dimostrerà esattamente cosa significa vivere in un universo partecipatorio, ma impareremo in un contesto che ci porterà ad affrontare le più grandi sfide mai registrate nella storia umana.
Probabilmente l’unico modo per andare incontro ai "nodi" del mondo sarà capire chi siamo veramente. E’ come se avessimo creato le condizioni che ci spingono sull’orlo delle nostre convinzioni su noi stessi, sul mondo e per sopravvivere a ciò che abbiamo creato dobbiamo trasformare ciò che crediamo. Forse è questo che volevano dirci i Maya nel loro calendario. Intendevano dire che questa è la fine di una grande era e l’inizio di un nuovo modo di essere, con, in mezzo un periodo di vent’anni dove tutto è in cambiamento.
Vogliono dirci: "alla fine dei vent’anni non riconoscerete più il vostro mondo, non riconoscerete più voi stessi e non penserete più al mondo e al tempo nello stesso modo di prima.” Mancano pochi anni alla fine di quel ciclo e tutto ciò è vero. Il nostro mondo sta cambiando, la morfologia della terra cambia per via delle alluvioni, dei terremoti, della crescita demografica, della deforestazione dell’Amazzonia. Il mondo fisico sta cambiando e il nostro modo di vedere noi stessi muta ancora più rapidamente.
In questo senso mettiamo in atto una delle profezie del calendario dei Maya, è sotto i nostro occhi, però non ce ne accorgiamo nemmeno. Non posso immaginare di vivere in un periodo più potente, ricco di enormi opportunità e possibilità. Chi vorrebbe vivere in un’altra epoca quando si può, in questa, trasformare il mondo trasformando noi stessi, e creare ciò che gli antichi chiamavano "il secondo giardino dell’Eden".
Credo che è questo che il futuro ci riserva, sono un ottimista, credo che siamo alle soglie di in un epoca in cui riconosceremo di aver superato il concetto di guerra. La guerra diventerà una cosa appartenente al passato. Deve!
Credo che stiamo iniziando un’epoca in cui comprendiamo finalmente che dobbiamo lavorare insieme per sopravvivere a ciò che la vita sulla terra ci porterà. E questo succede ora. Una minoranza l’ha già capito, la maggioranza e i governi si stanno adattando a ciò che alcuni già credono possibile, e in questo senso, stiamo tutti lavorando insieme”.
venerdì 22 maggio 2009
Una altra nebula, questa ci dice di farci gli affari nostri
giovedì 21 maggio 2009
Curiosità dallo spazio
Il "cetaceo" a 25 milioni d’anni luce da noi, è in realtà una galassia a spirale vista di profilo, chiamata NGC 4631. Meglio conosciuta come Galassia Balena per via della forma e di un altro curioso dettaglio: sopra brilla una piccola galassia, che ricorda gli sbuffi emessi dalle balene quando emergono in superficie.
mercoledì 20 maggio 2009
Galileo: che si vede da lassu?
(di Giuseppe Nobile)
…..Un binocolo è sufficiente per individuare, accanto al grande pianeta, quattro stelle in lento moto. In realtà stelle non sono, ma i satelliti scoperti da Galileo.
Con un piccolo telescopio lo spettacolo è assicurato: se la nostra pazienza ci permetterà di seguirli per alcuni giorni, ogni sera, saremo testimoni di fenomeni interessanti: a volte un transito, quando uno di essi passa innanzi a Giove, confondendosi quasi con le sue fasce di nubi, preceduto o seguito dalla propria ombra, mentre occulta il Sole lontano.
A volte un’eclisse, mentre percorre il tratto della sua orbita nascosto dal globo di Giove, per noi che osserviamo dalla Terra.
Non c’è sera nella quale non si verifichi qualche evento interessante, un esempio di come la mano precisa e potente della forza gravitazionale sovraintenda ai moti di interi mondi. Per generazioni di astronomi, i satelliti galileiani di Giove erano rimasti semplici punti di luce o poco più, nulla si sapeva degli ambienti che li caratterizzavano.
L’alone di mistero che li avvolgeva venne distrutto solo quando fu possibile osservarli da distanza ravvicinata. Si sapeva da tempo trattarsi di mondi importanti, capaci probabilmente di presentare storie geologiche complesse, ma nessuno si aspettava ambienti così stupefacenti.
a sinistra), Europa (in alto a destra), Ganimede (in basso a sinistra), e Callisto (in basso a destra) - sono in scala: Ganimede e Callisto sono entrambi più grandi di Mercurio; Io e Europa hanno all'incirca le stesse dimensioni della Luna. Io è caratterizzato da un'intensa attività vulcanica, e presenta una superficie interamente ricoperta da zolfo. Europa, analizzata nei dettagli solo successivamente dalla sonda Voyager 2, ha caratteristiche completamente diverse: presenta una superficie liscia, priva di vulcani, completamente ghiacciata. Ganimede e Callisto presentano superfici craterizzate, composte principalmente da acqua e ghiaccio. [Fonte: Galileo: Journey to Jupiter] |
Dai vulcani di Io in piena attività, al suolo liscio e ghiacciato di Europa, dai terreni craterizzati di Ganimede di varia età e albedo, al suolo antico di Callisto ricchissimo di crateri. Esaltanti novità hanno arricchito i ritratti di questi mondi, quando è stato possibile esaminarli da distanza ancora minore per opera della sonda Galileo, che dal 1995 è in orbita attorno a Giove.
La sorpresa più grande, senza dubbio, consiste nell’aver trovato sotto la superficie di Europa un oceano d’acqua. Più che di certezza si tratta di un sospetto sostenuto da molti indizi significativi. I dati raccolti dal magnetometro della Galileo hanno rivelato la presenza di correnti elettriche, circolanti in prossimità della superficie di Europa, in risposta ai cambiamenti del campo magnetico di Giove, mentre questo ruota, che creano un campo magnetico indotto.
Un ottimo candidato a conduttore, per queste correnti, sarebbe un oceano di acqua salata sottostante la superficie del satellite, con uno spessore di poche decine di chilometri. Un’alternativa all’acqua liquida potrebbe essere uno strato di ghiaccio, più molle e caldo di quello superficiale.
Anche Ganimede sembra presentare una situazione simile, dedotta dalle analisi delle caratteristiche di riflessione nell’infrarosso dei minerali presenti in alcune zone della superficie, che suggeriscono la fuoriuscita di acqua salata da fratture del suolo.
In questo caso, però, lo strato di acqua si troverebbe a oltre 200 chilometri sotto la superficie. Per Callisto analoghe conclusioni, suggerite dall’esistenza di correnti elettriche vicine al suolo come per Europa. Un oceano d’acqua salata sottostante, agendo come efficace conduttore elettrico, sosterrebbe il campo magnetico trovato.
I tentativi d’interpretare questi straordinari risultati si susseguono senza interruzione, ma è troppo presto per avere certezze. Il dibattito tra gli scienziati è intenso: esistono veramente oceani d’acqua liquida nel sottosuolo di quei mondi? Tutta quell’acqua potrebbe sostenere una qualche forma di vita?
Quasi 40 anni fa (ndr.: nell’originale si legge: Trent’anni fa) , nel celeberrimo romanzo “2001: Odissea nello spazio”, Arthur Clarke si domandava, per voce degli eroi del suo romanzo alla ricerca di una avanzatissima civiltà, cosa mai si celasse tra le lune di Giove, se il bene o il male, oppure antichissime rovine. Chi l’avrebbe mai pensato! Noi, oggi, (ndr.: nell’originale si legge: Noi, oggi, uomini del 2001) siamo qui a domandarci se tra le lune di Giove possa nascondersi qualche semplice, ma fantastica forma di vita aliena! Non si tratta di fantascienza in questo caso, ma di una incredibile realtà.
giovedì 7 maggio 2009
Buchi neri che si mangiano la Galassia
Stelle di neutroni
Risultato finale dell'evoluzione di una stella con massa pari a qualche volta quella Sole. Alla fine della sua vita, la stella si contrae bruscamente sotto il proprio stesso peso, fino a diventare piccolissima: un milionesimo del Sole. Contemporaneamente, i suoi strati esterni si espandono formando una nebulosa di gas. | La nebulosa del Granchio è ciò che resta di una stella esplosa come supernova nel 1054. Al suo interno c'è una pulsar |
| Le stelle di neutroni non emettono luce come quelle normali, perciò non sono "visibili" nel senso stretto del termine. Tuttavia esistono evidenze indirette della loro presenza. Esse infatti danno luogo al fenomeno delle pulsar: impulsi radio ad intervalli regolari molto brevi (poche frazioni di secondo). Le pulsar non emettono soltanto nella banda radio, ma anche in quella ottica, nell'ultravioletto, nelle bande X e gamma. | |
venerdì 1 maggio 2009
Marte: curiosità e stranezze

Rigorosamente divisi tra possibilisti e in scettici, i 'marzianologi' da oggi non parlano d'altro e quell'omino verde ha invaso i siti, i blog e le le tv di mezzo mondo, dagli Stati Uniti all'Inghilterra, dalla Russia all'India.
La Nasa, l'unica che potrebbe dirimere la questione, si è limitata a precisare che le fotografie scattate da Spirit risalgono al passaggio fatto dalla sonda spaziale su Marte tra il 6 e il 9 novembre del 2007. In quella serie di immagini (ne sono state pubblicate una decina) si vedono parti illuminate e quelle in ombra dei rilievi montuosi che caratterizzano la superficie del pianeta. Niente di nuovo, un classico "paesaggio di Marte" fotografato più volte. Senonché, comodamente appollaiato in cima a un monte, ecco comparire un omino: sembra una statuetta, ricorda vagamente la sirenetta di Copenaghen e, meraviglia delle meraviglie - è di colore verde.
Tra gli ufologi, l'entusiasmo scatenato da quella immagine s' schizzato alle stelle. Tra gli scettici, secondo i quali "per quanto affascinante" si tratta di un effetto visivo di luci ed ombre, si è messa in moto l'ilarità. Il britannico e serioso Times non esclude che si tratti di Bin Laden, che alla ricerca di un rifugio sicuro dopo aver lasciato l'Afghanistan ha ritenuto che Marte potrebbe essere il posto giusto. Ma per gli ufologi al contrario si tratta della prova certa che - se non altro - su Marte ci sono tracce di vita. La Nasa non ha precisato né preciserà 'cosa' sia quell'omino. L'ente spaziale americano nel febbraio del 2007, pubblicando altre fotografie del pianeta rosso, aveva concluso sostenendo che non era da escludere la presenza di acqua sul pianeta. La sonda spaziale denominata "Mars Reconnaissancé aveva fotografato formazioni geologiche dalla conformazione tale da far pensare alla presenza di liquidi sul quella superficie. Verosimile, dunque, non escludere forme di vita su Marte. Commentando quelle fotografie, gli scienziati fecero riferimento alla possibile presenza sotto quel tessuto geologico di biossido di carbonio liquido.
mercoledì 29 aprile 2009
Vista la morte di una stella lontana
«Con grande stupore, - riferisce l’Istituto Nazionale di Astrofisica - gli astronomi italiani si sono accorti, mentre analizzavano i primi dati che arrivavano in tempo reale, che avevano a che fare con l’oggetto più distante nell’universo mai osservato, con un redshift (spostamento verso il rosso delle righe spettrali) pari a 8,1, record assoluto».
Ciò che si è osservato con il telescopio nazionale italiano (3,6 metri di diametro) è l’immane esplosione conseguente al collasso di una delle prime stelle formatesi nell’universo, appena 600 milioni di anni dopo il Big Bang.
La sua distanza sarebbe quindi di oltre 13 miliardi di anni luce e risulterebbe l’oggetto celeste più lontano mai osservato. L'esplosione osservata è l’ultimo potentissimo bagliore di una stella con una massa di più di cento volte quella del nostro Sole.
I dati raccolti ci rivelano che già in un universo così giovane esistevano stelle che stavano già arrivando alla fine della loro esistenza. «Il Telescopio Nazionale Galileo - dice un comunicato dell'Inaf -onora quindi nel modo migliore i 400 anni dalle prime osservazioni del cielo col cannocchiale, effettuate nel1609 proprio da Galilei».
Erano le 10 di mattina, ora italiana, del 23 aprile quando ilsatellite della Nasa, Regno Unito e Italia "Swift", detto «il rondone», ha registrato un lampo di raggi gamma con uno speciale strumento progettato per questo scopo, il Bat, Burst Alert Telescope. La fortuna ha voluto che l'emissione luminosa simultanea non sia sfuggita all'occhio del telescopio "Galileo".
Normalmente il fenomeno in raggi gamma è così breve e improvviso da non lasciare il tempo di procedere a osservazioni ottiche. Il lampo osservato è durato 10 secondi e si stima che in questo brevissimo tempo l'energia emessa siata stata 100 volte quella che il Sole emette in 9 miliardi di anni anni, cioè nella intera sua vita prevedibile.
"È stata una notte veramente impegnativa ed emozionante - ha dichiarato Paolo D’Avanzo, staff del Telescopio Nazionale Galileo - ed è importante ricordare che la "cattura" di questo evento unico è il risultato degli sforzi di un team preparato e affiatato da anni, che ha studiato e sviluppato metodi e procedure per affrontare queste situazioni, velocissime ed irripetibili, che abbiamo quando un Lampo di raggi Gamma esplode nel cielo".
martedì 28 aprile 2009
Collisione fra galassie
Usando fotografie e dati provenienti dal telescopio della Nasa Chandra, che osserva l'Universo ai raggi X, dal telescopio Hubble e dal telescopio terrestre Keck, che si trova sul Mauna Kea, alle Hawaii, gli astronomi hanno studiato ciò che fino ad oggi era noto come un sistema di galassie conosciuto con la sigla MACSJ0717.5+3745, che si trova a 5,4 miliardi di anni luce dalla Terra.
In realtà esso è ben più di uno statico gruppo di isole di stelle, in quanto è costituito da 4 ammassi di galassie, di cui uno è lungo 13 milioni di anni luce, composto, oltre che da galassie, anche da gigantesche nubi di gas e "materia oscura" (materia di cui si conosce l'esistenza per la forza di attrazione che esercita, ma di cui non se ne conosce la composizione). L'ammasso più grande sta precipitando in una regione altrettanto ricca di galassie. Assomiglia a un flusso di automobili che corrono sull'autostrada, che, improvvisamente, tutte quante decidono di riversarsi in un parcheggio già colmo di auto: il cataclisma è assicurato.
"MACSJ0717.5+3745 ha la peculiarità di possedere su gran parte della sua estensione, di una elevata temperatura (nell'immagine è raffigurata con le aree azzurro-blu), che è la testimonianza dello scontro in atto tra le diverse galassie coinvolte", ha detto Cheng-Jiun Ma dell'Università delle Hawaii e responsabile della ricerca.
Solo grazie all'uso simultaneo di telescopi che osservano a varie lunghezze d'onda si è potuto ricostruire l'insieme delle strutture e dei fenomeni. Il telescopio Hubble e il Keck infatti, hanno permesso di ottenere informazioni sulla densità delle galassie sulla linea di osservazione, ma non perpendicolarmente ad essa. Usando i raggi X raccolti da Chandra invece, si è riusciti ad ottenere anche questa informazione e quindi si è potuto ricostruire tridimensionalmente cosa sta avvenendo in quella porzione di universo. "Senza questa sovrapposizione di informazioni sarebbe stato praticamente impossibile avere un'idea di come gli ammassi di galassie stanno interagendo tra loro, poiché il fenomeno avviene su scala di molti milioni di anni luce", ha spiegato Harald Ebeling, coautore della ricerca che è stata pubblicata su Astrophysical Journal Letters.
Ciò che ha reso ancor più interessante il lavoro è il fatto che quanto osservato corrisponde con i modelli matematici che sono stati realizzati per ricostruire ciò che avviene in quella porzione di Universo e quindi, sostengono gli astronomi, ora si potranno estrapolare i dati su più vaste porzioni di cosmo. Questo potrebbe dar modo di capire ancora meglio come sta evolvendo l'Universo nel suo assieme.
mercoledì 15 aprile 2009
LA NEBULOSA "MANO DI DIO"
Fonte
mercoledì 1 aprile 2009
La più grande esplosione stellare mai osservata
Un astro cinquanta volte più grande del Sole è scoppiato alla fine della sua vita trasformandosi in un buco nero
La sequenza dell’esplosione
MILANO - E’ l’esplosione stellare più grande mai vista in cielo. Un astro con una massa almeno cinquanta volte più grande del nostro Sole (ma forse potrebbe essere anche di cento) è scoppiato alla fine della sua vita trasformandosi in un buco nero.
Gli astronomi chiamano il fenomeno Supernova ed è un evento spettacolare che gli scienziati dell’Istituto Weizmann in Israele e della San Diego State University americana hanno seguito direttamente registrando le varie drammatiche fasi della distruzione.
Finora – dicono, raccontando l’osservazione sulla rivista Nature – avevano scrutato processi analoghi che riguardavano stelle soltanto venti volte il Sole e quanto si è visto – aggiungono – sostiene la teoria che astri con una massa che va dalle decine alle centinaia di volte quella solare diventino dei buchi neri.
Articolo completo da Corriere della Sera;
mercoledì 4 marzo 2009
Una dolce scoperta al centro dell’Universo
Dulcis in fundo, verrebbe da dire. C’è del dolce in fondo all’ Universo, a oltre 26 mila anni luce di distanza dalla terra. Ce lo dice il potentissimo radiotelescopio dell’Iram di Grenoble puntato sulle coordinate G31.41+0.31 dello spazio, più o meno alla periferia della Via Lattea. Da quelle parti ci sarebbero tracce di zucchero, o meglio di glicoladeide, uno dei costituenti fondamentali del ribosio, la spina dorsale della molecola di acido ribonucleico che è coinvolta nella sintesi delle proteine nelle cellule viventi.
Non è la prima volta che la glicoladedide viene individuata fuori dai confini terrestri. A differenza dei precedenti ritrovamenti, però, avvenuti in aree della via Lattea considerate “estreme” per l’ipotesi di vita, questa volta le tracce ci arrivano da un’area considerata favorevole per la formazione dei pianeti e dunque della vita. Chiarisce la dottoressa Serena Viti, ricercatrice dell’University College di Londra (Ucl): “ Si tratta di una scoperta importante, perché è la prima volta che la glicolaldeide viene rilevata in una nube stellare dove possono esserci pianeti potenzialmente favorevoli per la proliferazione della vita”.
C’è del brodo primordiale in tutto l’ Universo, dunque. Da qui a parlare di alieni ne passa, ma è lecito pensare (una volta di più) che quel che è successo sul nostro Pianeta agli albori della vita si sia replicato anche lontano da qui.
Fonte:
Bisticcio fra leggi fisiche
Questo movimento è incompatibile con il fenomeno di espansione dell’ universo dovuto al Big Bang e quindi deve essere provocato da qualcosa di diverso. Fra le varie spiegazioni proposte, c’è quella che ipotizza l’esistenza di un oggetto celeste gigantesco, misterioso e invisibile, collocato al di là dei limiti dell’ universo visibile, dotato di una forza gravitazionale così potente da attrarre a sé ben 700 galassie da una distanza di più di 7-8 miliardi di anni luce.
Cosa deve intendersi con “ universo visibile”? I limiti di osservabilità non sono dovuti alla sensibilità degli strumenti disponibili, ma al fatto che la luce viaggia a una velocità ben definita (300 mila Km/sec.). Secondo le teorie più recenti, l’ universo sarebbe nato dal Big Bang circa 13,3 miliardi di anni fa. Ciò significa che oggi non possiamo spingere la nostra osservazione oltre i 13,3 miliardi di anni luce, poiché i segnali luminosi di tutto quello che si trova al di là di questo limite non sono ancora giunti fino a noi.
Secondo l’articolo, se è vero che non siamo in grado di vedere oggetti celesti collocati oltre questo limite, possiamo però vederne gli effetti gravitazionali sugli ammassi stellari che si trovano all’interno dell’ universo visibile.
Anche se, a prima vista, questa ipotesi sembra plausibile, in realtà, appena si cerca di approfondirla, rivela tanti di quegli aspetti problematici da renderla del tutto insostenibile. Li espongo per punti:
1) Il fatto che oggetti celesti, di qualsiasi tipo, possano trovarsi oltre il limite dell’ universo osservabile, vuole dire che, almeno nella fase iniziale del Big Bang, la materia proiettata nello spazio da quell’immane esplosione abbia viaggiato a velocità ben superiori a quelle della luce. Ora, se non è del tutto assurdo pensare che, date le enormi energie in gioco e le condizioni assolutamente particolari della materia allo stato nascente, le leggi fisiche che conosciamo potrebbero non essere sufficienti per fornire una descrizione adeguata del fenomeno, ad oggi non esiste alcuna prova a favore di questa tesi. E’ perciò quanto meno azzardato proporre ipotesi la cui validità dipende da un’altra ipotesi che non ha ancora ricevuto alcuna conferma empirica.
2) Se esistesse un “qualcosa” capace di attrarre a sé in maniera così vistosa, da una distanza superiore a 7 miliardi di anni luce, un gruppo di centinaia di galassie, dovrebbe trattarsi di un oggetto cosmico di dimensioni spaventose, al di là di ogni nostra immaginazione. La sua forza immane, vista la distanza da cui agisce, non potrebbe esercitarsi soltanto su un ristretto gruppo di galassie, ma dovrebbe interessare una zona assai più ampia dell’ universo conosciuto: una sorta di enorme “cono” nello spazio, comprendente milioni di galassie.
Anzi, considerando che il gruppo galattico di cui si parla si trova a circa metà strada tra noi e l’ universo visibile, l’oggetto misterioso dovrebbe arrivare a far sentire la sua influenza gravitazionale fino a noi, sia pur in maniera più ridotta. Infatti, se la forza di gravità esercitata da un qualsiasi corpo decresce con il quadrato della distanza, a una distanza doppia dovrebbe corrispondere un’attrazione pari a 1/4, che è ancora una forza considerevole. Il “cono” di influenza dell’oggetto misterioso dovrebbe quindi estendersi, sotto forma di movimenti anomali ben visibili, anche alla nostra galassia e a quelle circostanti.
Ma niente di tutto questo è stato mai osservato.
3) L’ipotesi che un oggetto posto al di là dell’ universo osservabile produca un qualsiasi effetto per noi rilevabile è comunque in contrasto con le leggi scientifiche note. Essa, infatti, presuppone che la forza di gravità si sposti nello spazio con velocità superiori a quella della luce, possibilità negata dalla teoria della relatività.
Per comprendere meglio cosa ciò significhi, si consideri che se una nuova stella comparisse improvvisamente alla distanza dell’orbita di Plutone, sulla Terra non ci accorgeremmo della sua presenza per almeno 6 o 7 ore, tempo necessario affinché la sua attrazione gravitazionale giunga fino a noi; analogamente, se il Sole ad un tratto scomparisse nel nulla, non solo noi continueremmo a vederlo per altri 8 minuti, ma, durante lo stesso tempo, la nostra Terra continuerebbe tranquillamente a percorrere la sua normale orbita.
Esaminiamo ora l’ipotesi proposta con un esempio pratico. Le 700 galassie si trovano a 6 miliardi di anni luce dalla Terra; l’oggetto misterioso sarebbe collocato al di là dell’ universo visibile cioè a non meno di 13,3 miliardi di anni luce. Poniamo che si trovi poco al di là di tale limite: a 14 miliardi di anni luce dalla Terra (e quindi a 8 miliardi di anni luce dal gruppo di galassie su cui dovrebbe esercitare la sua influenza).
Noi oggi vediamo quelle galassie, misuriamo la loro velocità, guardando un’immagine che è vecchia di 6 miliardi di anni. A quell’epoca, la forza di gravità irradiata nello spazio dall’oggetto invisibile aveva percorso “solo” 6 miliardi di anni luce; mancavano perciò ancora ben 2 miliardi di anni perché raggiungesse il gruppo di galassie e cominciasse ad agire su esso.
Si possono fare tutti i tentativi che vogliamo, avvicinando o allontanando le galassie in questione rispetto alla Terra, si vedrà comunque che il risultato non cambia: se un oggetto si trova al di fuori dell’ universo visibile, non è in grado di produrre effetti che possano essere osservati da noi, indipendentemente dagli strumenti di cui disponiamo.
Se cade l’ipotesi legata alla presenza di un oggetto collocato oltre l’ universo osservabile, è pensabile che qualcosa si trovi, invece, in quella parte dell’ universo raggiungibile dai nostri strumenti?
Le difficoltà nascono dal fatto che non siamo chiamati a spiegare il movimento di un pianeta, o di una singola stella, bensì di centinaia di galassie, ognuna delle quali composta di decine di miliardi di stelle. Si tratta di una massa enorme, per spostare la quale è necessario chiamare in causa una massa almeno altrettanto grande, ma, più ragionevolmente, molto superiore. Visto che non riusciamo a vedere un simile corpo celeste, l’unico candidato possibile è il buco nero: un buco nero di dimensioni immense, con una massa pari a migliaia di miliardi di soli.
Se però esistesse un oggetto celeste di tale entità, esso dovrebbe deflettere a tal punto i raggi luminosi che passano nelle sue vicinanze, da provocare una ampia macchia scura nella regione in cui esso si trova. Inoltre, la sua enorme forza di attrazione dovrebbe risucchiare a sé un gran numero di corpi celesti anche da distanze considerevoli, comprese intere galassie. L’ energia prodotta, ancora una volta, dovrebbe essere rilevata dagli strumenti di cui oggi disponiamo. Ma gli astronomi non sembrano aver osservato nulla di simile, in quella zona dello spazio.
La spiegazione più plausibile al fenomeno segnalato, almeno per il momento, sembrerebbe essere assai più semplice, e cioè che la velocità di espansione dell’ universo sia meno omogenea di quanto si fosse creduto finora. Del resto, non mancano altri casi di anomalie nel movimento delle galassie, come viene riportato nello stesso articolo (pag. 24).
Questa disomogeneità si capisce abbastanza facilmente se consideriamo che anche nelle comuni esplosioni che avvengono sulla Terra, i diversi frammenti non vengono scagliati lontano con la stessa velocità. Lo stesso potrebbe essere accaduto con il Big Bang: le anomalie rilevate nel moto di espansione di alcune galassie potrebbero essere dovute a una differente accelerazione impressa loro nella fase iniziale della formazione dell’ universo.
E’ comprensibile che questa ipotesi appaia assai meno affascinante delle altre, mentre gli scienziati hanno spesso bisogno di stupire per ottenere finanziamenti per le loro ricerche. Ma non bisogna esagerare, poiché, a volte, le spiegazioni possono essere assai più ovvie di quanto si vorrebbe.
martedì 17 febbraio 2009
Arriva la cometa LULIN
Secondo i ricercatori è la prima volta che la cometa visita questa parte del sistema solare e la sua coda si estenderà per ben 8 volte il diametro del disco lunare.
Le comete sono ammassi ghiacciati di polvere e roccia, residui della formazione del sistema solare e avvicinandosi al Sole gli strati più esterni vaporizzano dando vita al fenomeno della coda che si estende in direzione opposta a quella del nostro astro.
Secondo l`astronomo e scrittore "Gary Kronk", intervistato dal magazine New Scientist, il 24 febbraio sarà il giorno di maggiore visibilità della cometa, che transiterà ad appena 61 milioni di kilometri dalla Terra, raggiungendo mangnitudo 5.
Secondo gli astronomi "Lulin", scoperta nel 2007, sarebbe in viaggio da almeno 10 milioni di anni prima di giungere nel nostro sistema solare.
Questo significa anche che l`ultimo transito dell`oggetto nel nostro sistema, risale appunto a 10 milioni di anni fa o che addirittura l`affascinante conglomerato ghiacciato, faccia solo oggi la sua prima comparsa nel nostro vicinato spaziale, provenendo dalla "Nube di Oort".
C/2007 N3 è stata scoperta da uno studente cinese di appena 19 anni, Quanzhi Ye, nella notte dell`11 luglio 2007, durante una esplorazione celeste all`osservatorio di Lulin a Taiwan.
Quello che inizialmente era stato identificato come un asteroide, si è rivelata poi essere appunto la cometa che oggi prende il nome dell`osservatorio.
Se la cometa sarà realmente visibile ad occhio nudo o meno, dipende dalla sua interazione con il sole e quanto quest`ultimo sarà in grado di vaporizzare la sua "crosta".
Se come si pensa questo è il suo primo ingresso nel sistema solare, non è possibile fare previsioni accurate.
La cometa infatti potrebbe resistere efficacemente al calore solare e non mostrare neanche la "coda". Secondo il dott. Kronk però, l`oggetto passerà talmente vicino alla nostra stella che questo è altamente improbabile e dovrebbe appunto registrarsi una magnitudo tale da renderla visibile anche ad occhio nudo.
Incertezza anche sul numero di code che mostrerà la cometa. Lulin infatti potrebbe far parte di quel gruppo ristretto che mostra due code, a causa del particolare allineamento della sua orbita con quella terrestre rispetto al Sole.
L`ultima cometa a mostrare una "anti-coda", sottolinea Kronk, è stata Arend-Roland nel 1957.
L`osservazione di questa cometa così antica e misteriosa, sta tenendo non solo gli astronomi con il fiato sospeso, ma anche gli astrobiologi si preparano a mesi di osservazioni, nella speranza di rafforzare con i rilevamenti l`ipotesi che un po` dell`acqua terrestre dei primordi, ci sia stata regalata proprio dal ghiaccio di queste imprevedibili e antiche visitatrici
mercoledì 3 dicembre 2008
Luna Venere Giove
Immancabile "Studio Aperto" ricopia la notizia e cita divertito come le stelle ci sorridano.

Spiace un po' questa calata di stile, specie da imprese capaci di fare alcune foto, sicuramente migliori di quanto con una vecchia camera, ho potuto fare io.
martedì 25 novembre 2008
Congiunzione 1 dicembre 2008

Venere, Giove e la Luna saranno visibili con un angolo di 3°.
La posizione sarà verso sud, in basso sull'orizzonte alle ore 19 circa, all'apice dell'evento. Tempo meteo permettendo sarà un bel spettacolo.
Il fenomeno può essere osservato anche nei giorni vicini alla data, solo non così spettacolare.
Alla stessa ora, visibile però solo nell'altro emisfero, il Sole, Marte e Mercurio saranno in pratica, sormontati.
Da un punto di vista terrestre, è come se i 6 astri, si siano dati appuntamento per discutere sul da farsi.
Non perdete l'evento.