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mercoledì 2 settembre 2009

Prevenzione? Tamiflu!

Quale paura muove i governi? Molte, ad alcune gli si pone rimedio ad altre ci si fanno affari d'oro. Nel 2005, dopo averci per bene preoccupati sulle mucche, arriva l'influenza aviaria; la ricordate?

Il governo si trovò a gestire una situazione dove i media, avevano spinto la popolazione ad una preoccupazione crescente, al punto che il prezzo della carne di pollo e volatili, crollò; e chi vorrebbe morire in preda a chissà quali dolori, per aversi pappato un pollo?

Sebbene non consigliato, si ricorse a far scorte e quantomai inutili vaccinazioni, dove un farmaco a base di Oseltamivir, avrebbe dovuto lenire, curare e prevenire l'epidemia.

Dopo averci torturato per mesi con notizie rassicuranti, preoccupanti, allarmanti che hanno solo fatto crescere gli acquisti del Tamiflu il farmaco che tiene il principio attivo, si scoprì che nel frattempo il virus aveva mutato nuovamente sviluppando immunità e quindi inutile quanto messo in opera per fargli fronte.

Adesso con l'influenza A, sembra che tutti siano convinti che finalmente si possa usare questa "porcheria" come prevenzione.

Prima di tutto però, visto che l'influenza era un salto di specie dai suini, gli si cambiò il nome, scottati dal fatto che le lamentele dei venditori di pollami di allora, sarebbero ancor più pesanti per quelli che vendono salumi e carni suine d'oggi. Rassicurando la popolazione che i maiali non hanno colpa, si passa alle fasi successive, dove complici anche alcuni imbecilli che coprirono e coprono la rete con ipotesi di complotti atti all'eliminazione di gran parte della popolazione mondiale, via via l'ansia di dover morire per un'influenza raggiunge livelli d'ansia da far sì di riempirsi di questo costoso e quanto inutile farmaco.

Ad ogni volta che appare il responsabile di turno, che rassicura che non c'è pericolo, le parole che sono state aumentate le scorte di vaccino e che si vaccinerà in massa, hanno la simpatica conseguenza di far preoccupare invece ancor di più la popolazione.

Ma andiamo con ordine. Questo farmaco che viene ricavato soprattutto dall'estrazione dell'acido shikimico dall'anice stellato, è di costosa reperibilità aumentandone il prezzo di produzione che, per i giochini delle percentuali, si presenta sul mercato abbondantemente fuori listino.

Ascoltando i consigli d'uso, si sa che per un'efficace applicazione deve essere assunto entro 48 ore dal contagio. Come questo sia possibile dato che i sintomi si presentano solo dopo 4/6 giorni resta da capire. Ed ecco che per non sbagliare, via alle prevenzioni, peccato che e di questo in nostri politici tacciono, gli inibitori della neuraminidasi del virus non s'attivano in assenza di questo e che se entrato in contatto in secondo tempo la persona si presenti senza il farmaco che nel frattempo il fegato ha smaltito.

Però non c'è da perder tempo. Bisogna procurarsi scorte, far crescere la domanda. E sì dato che il medicinale è a breve scadenza (2009) e i magazzini della Roche ringraziano.
A proposito, ma chi sono questi?. Bhe presto detto, Norbert Bischofberger è l'inventore che si dimostra molto felice se nonostante il suo portafogli sia sempre più gonfio, ha aiutato qualcuno; nell'attuale società troviamo persone ex segretari di stato (George Shultz), il cofondatore dell'Intel e la 5a presidentessa del Council for Foreign Relations (Carla Anderson Hills). Tutte persone sanitarie, nessuna in odor di businnes!

Intanto si deve assolutamente ignorare le avvertenze che giungono da chi già ne fa uso massivo, come in Giappone il quale ci avverte, ma non ascoltiamolo che sennò...,
" L’assunzione di TAMIFLU è associata a casi di sintomi neurologici e del comportamento che possono comprendere eventi quali, allucinazioni, delirio e comportamento anormale, con conseguente esito mortale."

Poi l'importante e seguire l'igiene e profilassi. Lavarsi le mani, lavare i cibi ecc. Chissà se questi signori hanno idea che ad un virus, il lavaggio delle mani fa un baffo. Ma questi politici assicurano che le indicazioni vengono da esperti e non sono quindi opinioni politiche. Come a giustificarsi di presiedere il ministero della sanità senza avere un titolo medico, ma solo voti alle spalle. Sappiamo come vengono scelti gli esperti vero? Tutti titolati indubbiamente, ma tutti allineati al pensiero del capo. Come in una bella azienda dove il manager si avvalla delle parole degli esperti, scaricando su questi la responsabilità ed incassando i profitti.

Avevamo già scritto su cosa sia questa influenza A e come si sviluppi e la sua pericolosità.
Speriamo che non avvenga quanto si può leggere in altre fonti sul Web, che l'assunzione del farmaco fu fortemente concausa di quanti s'ammalarono e morirono nell'influenza spagnola di decenni fa. Si scoprì a posteriori, che chi s'ammalò e morì aveva assunto l'allora farmaco antinfluenzale mentre pochi casi di morte per chi non lo aveva preso e che si sanò.

martedì 21 luglio 2009

Posso fare il bagno? NO! Hai appena mangiato!

L'ansia delle mamme Italiane è senza dubbio eccessiva, ma c'è probabilmente una parte di verità nella comune credenza popolare che vuole rischiosa l'immersione in acqua dopo i pasti. Durante la digestione, infatti, si ha una marcata ridistribuzione di sangue (circa 1-2 litri), che viene dirottato verso l'intestino e il fegato limitando l'irrorazione di distretti come il cutaneo e il muscolare.

In queste condizioni, l'immersione e i movimenti in acqua non tiepida potrebbero determinare brusche variazioni di distribuzione ematica con un ridotto afflusso di sangue al cervello, e quindi perdita di conoscenza, oppure far insorgere crampi muscolari per la ridotta disponibilità di sangue ai muscoli.

In entrambi i casi i rischi sono quelli dell'annegamento. Ovviamente, questo discorso vale per pasti abbondanti, molto ricchi di grassi che rendono la digestione lenta e complessa. Il bagno dopo un sandwich o un pasto leggero non necessita certo di tante precauzioni, in particolare se in acque non troppo fredde. Il consiglio dei medici Svedesi, quindi, è da considerarsi appropriato.

martedì 7 luglio 2009

L'odore della paura

La paura si sente a naso. Questa fortissima emozione è associata a un particolare odore avvertibile dal naso umano. Sembra anche che questo odore del terrore sia contagioso e questo spiega, in parte, perchè in un gruppo in pericolo si diffonda rapidamente il panico generalizzato.

A fare questa scoperta è stato un gruppo di studiosi dell'Università di Dusseldorf, in Germania, che ha pubblicato uno studio sulla rivista “Plos One”.
Per giungere alla conclusione che siamo capaci di sentire l'odore della paura, gli studiosi hanno considerato due gruppi di studenti, inserendo sotto le ascelle di tutti loro del cotone assorbente.

Il primo gruppo avrebbe dovuto sostenere un esame orale in un breve lasso di tempo, mentre il secondo insieme di persone doveva solo svolgere un'ora di esercizio fisico.

Bettina Pause, una delle ricercatrici coinvolte nell'esperimento, spiega che, in seguito, è stato chiesto ai volontari di annusare i tamponi di cotone, imbevutisi di sudore, mentre gli studiosi rilevavano le reazioni del loro cervello agli odori percepiti tramite l'esame della risonanza magnetica funzionale.

Il risultato ottenuto ha indicato che nessuno dei volontari ha individuato a livello cosciente una differenza tra il sudore di chi doveva sostenere l'esame e di aveva semplicemente fatto sport, ma il loro cervello era, invece, perfettamente in grado di distinguere la differenza tra i due tipi di sudorazione con i propri rispettivi odori.
Dunque, seppur a livello inconscio, il nostro naso ci fa percepire la paura nostra e di chi ci è accanto.

Questa scoperta conferma, secondo i ricercatori tedeschi, che l'olfatto umano è molto più sensibile di quanto finora si pensasse e spiega perchè le sensazioni di panico si diffondano rapidamente in gruppo dove alcuni individui sono particolarmente impauriti.

Gli studiosi ritengono che il sudore di una persona terrorizzata contenga sostanze chimiche particolari che conferiscono a esso un odore peculiare, diverso da quello di una persona tranquilla. Questo “sudore della paura” è in grado di attivare reazioni di timore anche in chi è accanto alla persona impaurita.

Le aree cerebrali attivate dall'odore della paura sono quelle connesse con le emozioni sociali e con l'empatia, cioè l'insula, la corteccia cingolata e il giro fusiforme. Responsabili della percezione olfattiva inconscia del senso di timore sono i ferormoni, sostanze rilasciate nella sudorazione che segnalano a chi ci sta accanto quali emozioni stiamo provando: è noto che queste molecole odorose sono implicate nel gioco della seduzione tra un uomo e una donna, facendo percepire all'altro se e quanto siamo attratti da lui o da lei.

Scoperto nel sudore maschile l'odore della paura. Un 'elisir' in grado di influenzare le donne alle prese con estranei dai volti ambigui, spingendole a giudicarli pericolosi. Di fronte a una minaccia molti animali rilasciano sostanze chimiche, una sorta di segnale di avvertimento destinato ai componenti della propria specie, che reagiscono di conseguenza. Gli psicologi della Rice University, diretti da Denise Chen e finanziati dai National Institutes of Health americani, sono partiti dall'idea che un fenomeno simile si verificasse anche nell'uomo: nel sudore, dicono, restano tracce chiare della paura provata da un soggetto.

Ma dal momento che il sistema di percezione umano coinvolge spesso più di un senso, gli studiosi hanno cercato di capire se anche l'odore della paura funzionasse in questo modo. Così la Chen e il suo team hanno raccolto diligentemente campioni di 'sudore pieno di paura' da alcuni volontari maschi. E questo grazie a speciali cerotti, applicati sotto le ascelle dei soggetti, mentre questi guardavano film terrorizzanti. Più tardi alcune volontarie sono state esposte alle sostanze chimiche presenti nel 'sudore pauroso': praticamente gli scienziati hanno piazzato sotto le narici delle 'cavie' in rosa garze impregnate ad hoc.

Poco dopo i ricercatori hanno fatto scorrere davanti agli occhi delle volontarie alcune immagini di volti che avevano un'aria felice, ambigua o paurosa. Le donne dovevano giudicare l'espressione dei volti di volta in volta, premendo dei tasti del pc. Ebbene, il fatto di avere sotto il naso l'odore della paura maschile, ha spinto le donne verso un'interpretazione più timorosa dei volti: le volontarie erano più inclini a giudicare un'espressione paurosa, ma solo quando questa in realtà era ambigua.

Insomma, l'effetto-allarme dell'odore maschile svaniva nel caso in cui le emozioni facciali erano più chiare. Secondo Chen, un'emozione rilevata da un senso modula la maniera in cui questa viene percepita attraverso un altro, specie se si tratta di un segnale ambiguo. Per dirla in un altro modo, i nostri sensi sono intrecciati e interagiscono fra di loro. Nel caso dell'olfatto questo avviene in modo 'sotterraneo', e spesso senza che ce ne rendiamo conto.

"Il nostro studio fornisce la prova che il sudore umano contiene significati emozionali - spiega Chen - e dimostra anche che l'olfatto interagisce con la vista in modo specifico, quando si tratta di emozioni". Dal momento che gli esseri umani hanno sviluppato al massimo vista e udito, la funzione dell'olfatto nell'uomo resta ancora in gran parte enigmatica. "Questo senso - conclude la ricercatrice - guida la nostra percezione sociale quando i sensi più 'dominanti' sono nel dubbio o indeboliti".

martedì 23 giugno 2009

Fenomeno delle luci sismiche

Le luci Sismiche, meglio conosciute come EQL o Earth Quake Light, è un fenomeno conosciuto da moltissimo tempo, basti pensare che le prime osservazioni di questo fenomeno risalgono già all'anno 869 d.C.; e cioè in una epoca in cui, non si conoscevano bene i meccanismi chimici e fisici del terremoto.

Solo oggi la scienza tenta di spiegare questi fenomeni, anche se a dire la verità con poco successo. Addirittura gli Antichi Egizi parlano di questi fenomeni da loro osservati nel tempo. Le cause principali di questo "fallimento" risiede del fatto che ancora molti fenomeni geologici sono sconosciuti e alcuni meccanismi fisici e chimici che si libererebbero prima, dopo, e durante un terremoto sono ancora tutti al vaglio della scienza e dunque c'è ancora poco di concreto e tante teorie.

E' stato osservato che la maggior parte degli avvistamenti delle Luci Sismiche sono state osservate in concomitanza con scosse telluriche (terremoti) di magnitudo superiore o uguale a 7. Dal punto di vista morfologico, le EQL possono assumere le forme più svariate:

1) lampi o baleni,
2) Colonne e travi infuocate,
3) Vortici luminosi
4) Globi di luce,
5) Fiamme e fiammelle viste fuoriuscire dal suolo.

Molti studiosi oggi osservano questo strano e poco conosciuto fenomeno tentando di dare una spiegazione scintifica agli eventi osservati. E' da dire che anche se in molti casi si può trovare una spiegazione scientifica, come la fuoriuscita di gas dal terreno (tramite crepacci creati dal terremoto), che si incendiano e danno origine a fuochi, e luci, o addirittura alle forze elettriche che si accumulano nell'atmosfera e sulla vegetazione, in una piccola percentuale di casi, le comuni teorie non reggono.

Basti pensare ad esempio agli strani eventi che hanno colpito l'Italia negli ultimi mesi, in Calabria ad esempio che gli scienziati non riescono a spiegare! La storia è ricca di queste manifestazioni, soprattutto in Italia, una penisola ad alto rischio sismico, ma grazie alle cronache di Ignazio Galli (Nato a Velletri - Roma, nel 1841, sacerdote e professore in scienze naturali), che per primo al mondo cominciò a trascrivere e a studiare questi eventi, oggi è possibile avere una cronostoria abbastanza precisa di questi eventi.

Di cosa parliamo realmente?
Certo di fenomeni che compaiono in concomitanza con eventi tellurici, ma a noi, sotto il profilo ufologico, ci interessano soltanto alcuni di questi eventi, ad esempio:

A Taum, in Irlanda, apparve un fenomeno luminoso sul mare a forma di bandiera, dal quale si propagò una luce abbagliante, seguita poi da una forte scossa di terremoto. In questo periodo storico iniziano pure, da parte degli scienziati dell'epoca, le prime esperienze nel campo dell'elettricità e del magnetismo e ciò fa si che vengano prestate particolari attenzioni a certi fatti.

Kant scrive:" Non posso passare sotto silenzio il fatto che in quel tremendo dì di Ognissanti, ad Augsburg, le calamite lasciarono cadere il loro carico e gli aghi magnetici si agitarono disordinatamente. Già Boyle riferisce che una volta, a Napoli, dopo un terremoto, si verifico un fatto analogo. Conosciamo troppo poco la natura occulta del magnete per poterci spiegare l'origine di tale fenomeno."

Teorie
Molte teorie sono state avvallate per spiegare questi fenomeni ma fino ad ora nessuna sembra essere quella definitiva, tra queste:

1) Ipotesi Piezoelettrica;
2) Campo elettrico dovuto al contatto o alla separazione di materiali rocciosi;
3) Triboelettricità e piroelettricità;
4) Moti oscillatori dell’aria a livello del suolo;
5) Scarica elettrochimica luminescente;
6) Emissione exoelettronica;
7) Ipotesi della frizione - vaporizzazione;
8) Ipotesi elettrocinetica dell’acqua (potenziale z);
9) I campi elettrici e l’accelerazione di cariche atmosferiche;
10) Ipotesi fonoluminescenza;
11) Ipotesi dei gas (chemiluminescenza, combustione);

Casi UFO?
Prendendo in considerazione soltato quei casi (come accennato pocansi) in cui si potrebbe enunciare una teoria ufologica e scartando tutte le altre, sempre interessanti, e importanti, possiamo osservare che, nelle apparizioni di scie o strisce luminose sottili, nel cielo queste sono apparse con più frequenza prima e durante l'evento sismico. Un esempio, sempre parlando della zona limitrofa a Roma, (fortunatamente Ignazio Galli era di Velletri - come noi):

Il 22 gennaio 1892, le zone da Roma a Velletri e da Campobasso a l’Aquila furono colpite da una forte scossa durante la notte. Diversi testimoni, nelle varie zone, riferirono di aver visto un intenso lampo nell’istante della scossa.

Uno di questi, che si trovava in camera, afferma che il lampo era così intenso da permettergli di distinguere ogni particolare della stanza, nel minimo dettaglio. Il 18 dicembre del 1897, la zona di Città di Castello (Roma), Monte Nerone e dintorni furono colpite dal terremoto.

Alcuni testimoni riferiscono di aver visto un lampo alcuni istanti prima del sisma, mentre diverse ore prima furono viste delle strisce di fuoco attraversare il cielo sopra Monte Nerone in senso orizzontale. Il fenomeno delle strisce infuocate si ripresentò sul Monte Nerone, il 27 dicembre dello stesso anno, alcune ore prima del sisma.

Molto interessante sembrano essere questi eventi, la cui spiegazione resta incerta. Certo che un conto sono le fiamme, i gas e gli eventi elettrici; altro sono queste "strisce di fuoco che attraversano il cielo". Passiamo ancora a considerare altri fatti, come ad esempio le luci dall'apparenza solida:

Trombe e Colonne Luminose, sembrano avere il loro massimo di osservazioni in concomitanza con l'evento tellurico (o sismico). Come spiegare ad esempio l'avvenimento di Palermo datato 1726, in cui si videro due colonne di luce precipitare in mare rendendo luminosa la superficie dell’acqua per un tempo considerevole?

Ancora: Nella notte fra il 20 e 21 luglio 1399, in concomitanza con la scossa, apparve in cielo una grande trave luminosa che procurò notevole spavento fra la popolazione bolognese. Di maggior vigore fu il fenomeno osservato il 26 luglio 1805, nel terremoto che coinvolse la Campania e il Molise; simile ad una trave, fu vista sollevarsi dalla zona di Bojano, sorvolare tutto il territorio fino a Isernia e qui precipitare contro un muro di rinforzo producendo un foro ovale lungo 16 palmi per 8 (circa 4 metri per 2 metri).

La sera seguente il terremoto (27 luglio), nella zona di S.Giorgio (Benevento) fu osservata in cielo una trave infuocata luminosissima, dalle dimensioni apparenti di 100 palmi per 1 (circa 25 metri per 0,25), velocissima nel suo moto, si dileguò lasciando dietro a sé una leggera scia di colore mutevole (cangiante).

Il 22 marzo 1821, nell'istante della scossa che colpì gravemente l'Umbria, si vide una colonna di fuoco uscire dal fiume Cannara per poi gettarsi, dopo aver sorvolato la città di Rieti, nel lago Cantalice.

In Calabria, nella notte tra il 24 e il 25 aprile 1836, verso mezzanotte moltissimi animali mostrarono segni di inquietudine e il mare divenne repentinamente agitato e tempestoso; su di esso, nella località Calopezzati, apparve una trave infuocata e nello stesso istante si sentì un fortissimo rombo e sopraggiunse un’intensa scossa sismica.

Passiamo poi ai famosi Globi Luminosi, osservati in tutto il mondo. Anche in questo caso il massimo delle osservazioni le si ha durante e prima del sisma, ma anche dopo, e nella stragrande maggioranza dei casi le osservazioni sono talmente numerose da non essere messe in corrispondenza con il terremoto. Il moto di questi globi sembra essere diverso: Zigzagante, rettilineo, orizzontale e misto.

In molti avvistamenti il Galli riporta anche strani fenomeni concomitanti. Riporto di seguito alcune testimonianze:

1) Valparaiso: Molte persone videro fiamme zigzaganti (serpentelli di fuoco) che dalle colline salivano in cielo.

2) Bernhard Jensen, attuale primo pilota della nave Toro ed ex capitano della Southern Cross nella sua spedizione al Polo Sud, racconta di aver visto dalla nave, sette o otto palle di fuoco uscire da una casa in fiamme sulla collina, quella più in alto fra le case incendiate. Le sfere si mossero verso oriente e quando caddero, ogni volta si sentì una forte detonazione simile ad un forte colpo di cannone.

3) Il capitano dell'amministrazione marittima (nome non riportato) racconta, in presenza del suo aiutante Gomez Carreno, che il primo pilota della nave tedesca Uarda dichiarò di aver visto la stessa cosa; palle di fuoco che fuoriuscendo da una specie di cratere e si diressero verso ovest. Il capitano Jensen aggiunse che dove caddero i globi apparvero degli incendi qualche tempo dopo. Vari membri della famiglia Blumer videro diverse palle infuocate, alcune delle quali, molto piccole e con la coda, fuoriuscire da una molto più grande paragonabile, come dimensioni, alla Luna.

4) La famiglia Salcedo raccontò che dopo essersi prodotto un foro nel tetto, s’illuminò una parte della camera dove non vi erano nè lampade nè fuochi.

5) Diverse persone presso la spiaggia di Ancha videro uscire delle fiamme dal mare.

6) Presso il podere Lo Ovalle (Casablanca): si osservò una sfera di fuoco nel cielo e nelle tre sere seguenti si vide una fascia di nuvole colorate.

7) A Postas Negras (tra Valparaiso e Casablanca): gli abitanti riferirono di aver visto una palla di fuoco provenire da Valparaiso.

8) San Antonio: Tre uomini videro fuoriuscire dalla sabbia delle fiamme.

9) Curacavi: Il comandante della polizia disse che durante la seconda scossa si videro 5 meteore correre da nord a sud, brillantissime che illuminarono le cime degli alberi. Le meteore erano più piccole della luna.

10) Chimbarongo: Cinque minuti prima della scossa cessò la pioggia, non si videro lampi e il cielo si tinse di un rosso cupo. L'attenzione dei testimoni venne attirata dalla caduta di una gran palla di luce fosforescente e si osservò il suolo ricoperto, in alcuni punti, da questa luminescenza.

11) Lolol: Non vi erano fulmini bensì serpentelli che attraversarono il cielo da una parte all'altra. Prima della catastrofe il cielo si era annuvolato, dopo divenne limpido e stellato.

12) Lincanten: Notte limpida, al momento della scossa il sig. Cura dice di aver visto delle luci nella forma di serpenti di fuoco muoversi in cielo.

13) Curico: Niente fulmini, ma si osservarono delle meteore e la scintillazione delle stelle.

14) Costitution: Si osservarono delle meteore procedere da sud a nord nell'istante della scossa (Andrade, capitano del Malleco ormeggiata nel porto).

15) Los Angeles: Durante la scossa si videro fuochi e fiamme in cielo, simili ai fulmini di calore. Inoltre si osservarono zigzagare in aria, quello che la gente chiama "serpentelli di fuoco" e perdurarono per tutto il tempo della scossa. Non si videro nè lampi nè si udirono tuoni o luci assomiglianti a scariche elettriche prodotte da cavi in cortocircuito. Non vi era nè vento nè pioggia al momento della scossa.

16) Valdivia: Si osservò sulla cordigliera delle Ande un'immensa scarica elettrica, tanto prolungata che illuminò istantaneamente tutto il cielo; il tuono si udì appena e si videro cadere nel medesimo istante 2 o 3 luci simili a bolidi. Il barometro segnava bel tempo, pioveva pochissimo e non vi era vento.
17) Tongoy: Si osservarono delle grandi meteore in cielo.

Conclusioni
Questo è quello che accadde allora; insomma, un fenomeno che si allarga non solo in Europa, ma anche in altre parti del mondo. In molti casi, gli avvistamenti sembrano essere dei tipici casi di UFO.

Il problema è proprio questo... Si tratta di fenomeni naturali? Si tratta di Gas? Cariche elettriche? Di cosa? Credo che è importante notare come a differenza di altri fenomeni naturali, le apparizioni di colonne di fuoco o di luci solide dotate di movimenti intelligenti siano un fenomeno degno di attenzione, che merita uno studio più approfondito.

Non si può fare finta di sapere che tali fenomeni sono reali! Recentemente su una trasmissione televisiva RAI, sono stati intervistati alcuni testimoni della città di Canneto (Messina), dove assieme ai fenomeni sismici ci sono tuttora dei fenomeni elettrici, chimici e luminosi inspiegabili gli stessi intervistati (abitanti del paese) esprimevano la loro preoccupazione per un fenomeno davvero insolito.

Ad esempio vediamo anche i giornali. Questo veniva detto a La Gazzetta del Sud del 10 Febbraio 2004: "Caronia Dispersione, campo elettromagnetico? Ipotesi e nessuna certezza mentre vengono denunciati nuovi fenomeni di combustione. Altre case in fiamme a Canneto, mistero da film di fantascienza. Angosciati dal 15 gennaio gli abitanti del borgo.

Da Roma arrivano adesso specialisti e attrezzature sofisticate". Ed ancora il Giornale di Sicilia del 10 Febbraio 2004: "...Tecnici al lavoro anche presso alcuni ponti per la telefonia mobile, questa mattina, a Canneto di Caronia per tentare di aggiungere qualche elemento utile a fare chiarezza sui misteriosi incendi nelle abitazioni della frazione ormai sgomberata. «Non si può tralasciare alcuna ipotesi - spiega il sindaco Pedro Spinnato - quindi attendiamo per stasera anche i risultati di queste verifiche».

Un «fenomeno tecnico», di cui non è ancora chiara la causa. è questa l'ipotesi più probabile sugli incendi che da circa due settimane divampano in maniera improvvisa ed inspiegabile a Cannetto, piccola frazione marinara di Caronia in provincia di Messina. Lo rivela il professor Giuseppe Maschio, membro della sezione industriale della commissione grandi rischi della Protezione Civile e ordinario all'università di Messina, che sta coordinando il gruppo di esperti e tecnici inviati in Sicilia dal Dipartimento.

Maschio non esclude però che dietro agli incendi inspiegabili vi sia il dolo. «Non ci sono indizi né indagini in corso - dice - ma non si può escludere questa ipotesi». «Stiamo facendo una campagna di misurazioni completa sull'intero sito, un'area di circa 350 metri per settanta - spiega - e domani verranno eseguite altre misurazioni per scoprire la presenza di eventuali campi elettromagnetici».

In giornata inoltre, i tecnici proveranno con un generatore ausiliario a ridare elettricità alle abitazioni, per vedere se i fenomeni dei giorni scorsi si ripetano. Le misurazioni che verranno fatte domani, ha proseguito Maschio, saranno effettuate con strumenti di precisione già utilizzati sull'Etna. «Se i risultati saranno negativi dovremo escludere la presenza di campi elettromagneti e - aggiunge - anche di un possibile collegamento con eventuali fenomeni sismici».

L'ipotesi più probabile e quella al momento più accreditata, dunque, è che si tratti di un «fenomeno tecnico» le cui cause sono ancora sconosciute.
Quindi un fenomeno che ancora oggi desta sgomento e preoccupazione, che è ancora al vaglio degli esperti, e non è supportato da una spiezazione scientifica. Dal canto nostro, come Ufologi, non possiamo fare altro che osservare e cercare particolari importanti, offrendo all'opinione pubblica una lettura anche ufologica degli eventi. Staremo a vedere.

giovedì 18 giugno 2009

Impatto annunciato, cioè no, scusate il disturbo

È la più grande minaccia per il nostro pianeta: il 13 aprile del 2036 - la domenica di Pasqua - l'asteroide "Apophis" entrerà nell'orbita terrestre. Avrà una probabilità dello 0,2 per cento di schiantarsi contro il nostro pianeta.

Sembra poco, ma non si sa mai. Lo ha calcolato un ragazzino di 13 anni di Potsdam, in Germania. Secondo le formule matematiche del giovane Nico Marquardt, la Nasa ha sbagliato - e non di poco - le sue previsioni sulla possibile collisione dell'asteroide con la Terra: per il giovane tedesco la probabilità d'impatto è una su 450 e non una su 45 mila.

Il tam tam mediatico si è scatenato dopo la notizia che anche la Nasa aveva dato ragione al giovane. Ma successivamente è arrivata una secca smentita: «Non abbiamo avuto nessun contatto con lui».

ASTEROIDE KILLER - Troppo tardi. La notizia del "ragazzino che ha beffato la Nasa", era prevedibile, ha fatto il giro del mondo in queste ultime due settimane. Il pericoloso asteroide, dal diametro di 320 metri e dal peso di diverse decine di milioni di tonnellate, potrebbe colpire la Terra tra 28 anni con maggiore probabilità di quella calcolata dagli esperti dell'agenzia statunitense, assicura il giovane Nico Marquardt, piccolo genio del ginnasio di Humboldt che ha osservato e fotografato l'asteroide col telescopio dell'istituto di astrofisica di Potsdam (AIP), a Babelsberg.

La traiettoria di Apophis potrebbe venire modificata a causa di uno scontro con uno dei migliaia di satelliti che gravitano intorno al nostro pianeta, ha scritto lo studente nel progetto scolastico sull' "Asteroide killer", vincitore tra l'altro di un premio speciale al recente concorso tedesco riservato ai giovani ricercatori "Jugend forscht".

CATASTROFE - L'incredibile storia è stata raccontata dal quotidiano Potsdamer Neueste Nachrichten. «Nello scontro con la Terra si libererebbe l'energia di 65 mila bombe nucleari come quella che distrusse Hiroshima nel 1945. Morirebbero milioni di persone; una fitta polvere coprirebbe il cielo per anni; un gigantesco tsunami scaturito nell'Oceano Atlantico allagherebbe parti della Terra«, ha raccontato Nico al giornale. L'adolescente sogna di poter, un giorno, lavorare proprio alla Nasa.

CLAMORE - Ma una certezza sulle probabilità per le quali il gigantesco asteroide fatto di iridio e ferro cada sulla Terra si avrà solo nel 2029, quando passerà a soli 32.500 km dal nostro pianeta. Secono l'agenzia europea Esa «le probabilità che questo colpisca la Terra restano remote, e il rischio che colpisca uno dei 35.880 satelliti geostazionari è vanificato dalla traiettoria che segue».

CALCOLI - Gli scienziati che studiano i cosiddetti asteroidi Neo (Near-Earth Objects, cioè gli oggetti che passano vicino alla Terra) hanno ribadito alle reti televisive americane che «le stime del probabile impatto di Apophis restano 1 su 45.000», negando infine di aver mai dato credito alle teorie del giovane Nico Marquardt.

Come ha fatto il nostro giovane ricercatore ad arrivare ad un risultato di due ordini di grandezza diverso da quello della NASA?

La risposta, in breve, è che egli ha preso una clamorosa cantonata. Il blog Cosmos4U ha fatto qualche indagine ed ha scoperto come sono andate davvero le cose.

Lo scienziato tedesco Frank Spahn è un esperto di meccanica celeste che ha conferito personalmente con Nico: il ragazzo ha ritenuto che l’impatto con un satellite geostazionario per telecomunicazioni possa alterare la traiettoria dell’asteroide fino a farla collidere con la Terra.

Ci sono due motivi per cui questo non può accadere: primo, la probabilità di impatto con un satellite è ancora più minuscola di quella di un impatto con la Terra; secondo – e fondamentale – la massa di Apohis è di parecchi milioni di tonnellate, mentre quella di un tipico satellite geostazionario è di circa una tonnellata – insufficiente a causare la minima variazione di traiettoria.

Non è nemmeno vero che la NASA abbia inizialmente accolto la “correzione” ai propri calcoli: la posizione dell’ente è sempre stata quella di non avere conferito con Marquardt e di considerare i propri dati e calcoli come quelli accurati. I media tedeschi e poi quelli italiani che hanno copiato la notizia, non si sono nemmeno presi la briga di contattare la NASA per chiedere chiarimenti.

Personalmente, non ho niente contro Marquardt: capita a tutti di prendere cantonate, figurarsi ai giovinetti entusiasti ma inesperti.

I media (e pure i giudici del concorso per giovani ricercatori che Nico ha vinto) invece dimostrano ancora una volta di non sapere nemmeno da che parte iniziare per fare informazione scientifica di qualità, e di essere proni a prendere per vere le affermazioni più assurde e strampalate.

sabato 13 giugno 2009

La pioggia dei finesettimana

Fine settimana. Tutti di solito, lo aspettano per rilassarsi e magari uscire. Vuoi per fare shopping, vuoi per una gita fuori porta, vuoi per andare al mare.

Non si capisce come però, pare che capita spesso piova. Ci sono momenti che tutto sembra andarci storto. Ma come, dopo una settimana di lavoro nella quale il sole ci faceva sognare di starcene in panciolle in altri lidi, proprio quando ne abbiamo la possibilità, ci viene negato?

Esiste una relazione tra inquinamento e piovosità, dovuta all’azione delle polveri di origine antropica all’interno delle nuvole. Daniel Rosenfeld, dell’Istituto di Scienze della Terra dell’università di Gerusalemme, ha guidato un gruppo di ricerca di cui ha fatto parte anche Sandro Fuzzi, ricercatore italiano del CNR di Bologna.

All’interno delle nuvole che si formano nelle zone tropicali, dove i nuclei di condensazione sono rari, l’umidità condensa in grosse gocce, che cadono subito al suolo. Le nuvole hanno vita breve e non percorrono grandi distanze.

In zone particolarmente inquinate, dove i nuclei di condensazione abbondano, le gocce restano piccole e, quindi, maggiormente esposte al rischio di evaporare prima di cadere. Questo e’ il meccanismo che spiega come l’emissione di polveri oltre una certa soglia faccia diminuire le precipitazioni.E

saminando gli effetti di lungo periodo, si e’ visto come l’aumento dell’inquinamento in Cina sia correlato, negli ultimi 50 anni, ad una diminuzione delle precipitazioni del 20%. Guardando gli effetti di breve periodo, si sa da tempo che durante i fine settimana, quando in città ci sono meno auto in circolazione e quindi meno nuclei di condensazione disponibili, e’ più probabile che piova rispetto agli altri giorni della settimana. Le gocce che si formano nel fine settimana hanno meno nuclei di condensazione disponibili (quindi sono più grosse e pesanti) e tendono a cadere al suolo in forma di pioggia, neve o grandine.

Ma è interessante anche vedere come si comporta lo smog.

Le particelle di smog hanno schermato l’Europa dall’ultimo dopoguerra ad oggi, impedendo che le temperature salissero in correlazione alle emissioni di gas serra. Quando sono entrate in vigore le leggi sulla qualità dell’aria, tese a diminuire lo smog, l’effetto di questo schermo e’ diminuito.

Le particelle di smog sospese nell’aria fanno “rimbalzare” le lunghezze d’onda brevi, impedendo loro di raggiungere il suolo. Questo effetto e’ maggiore di quello causato sulle lunghezze d’onda maggiori che vengono “intrappolate” dalle nubi e dai gas ad effetto serra.

Complessivamente, l’aumento delle temperature in Europa dagli anno ‘80 ad oggi e’ dovuto in parte al diminuire dello smog e in parte all’aumento delle emissioni. D’ora in avanti, essendosi stabilizzata la produzione di smog, l’aumento sarà più dipendente dalle emissioni di gas serra.

venerdì 12 giugno 2009

Lampadine ionizzanti a basso consumo

C'è movimento nel mercato delle lampadine, forse derivato dall'annuncio che vedrà fuori legge le vecchie fonti luminose ad incandescenza.

Sono arrivate da un po' di tempo negli scaffali, nuove lampade, con una forma un po' particolare se vogliamo. Sono diversi i pregi del nuovo prodotto. In primo luogo la sua capacità di purificare l'aria, virtù molto utile negli ambienti chiusi come scuole, uffici, appartamenti, biblioteche, asili, palazzetti, piscine, sale riunioni, centri commerciali, discoteche.

Ma non solo. E' pure in grado di neutralizzare buona parte delle radiazioni generate dagli schermi di computer e tv, di "abbattere" il fumo e più in generale le sostanze nocive presenti nell'aria che respiriamo, quali benzene e formaldeide. E' poi una efficace coadiuvante delle forme umane di depressione, asma, allergia, nonché sterilizzante (in quanto anche ossidante) di virus, funghi, batteri.

Le lampadine ionizzanti oltre alla luce emettono ioni negativi, in particolare ioni di ossigeno. Le consigliano agli allergici per migliorare la qualità dell’aria in ambienti chiusi e le consigliano agli anemici per stimolare la produzione di globuli rossi, imitando l’atmosfera di montagna. Gli ionizzatori abbattono gli odori e pare abbiano anche un effetto antidepressivo.

La ionizzazione produce aggregazione delle particelle sospese, ovvero la caduta della polvere, che quindi se da una parte non viene respirata, dall’altra si deposita ovunque trovi qualcosa su cui appoggiarsi. I virus contenuti nell’aeroplancton cadono a terra e ne viene diminuita la capacità di infettare gli organismi bersaglio, tanto che si usano ionizzatori negli allevamenti di polli e nei reparti grandi ustionati degli ospedali, per motivi sanitari.

La ionizzazione negativa dell’aria aiuterebbe gli sportivi a smaltire l’acido lattico e ne aumenterebbe le prestazioni, secondo il Centro di Ricerca in Bioclimatologia medica dell’Università degli Studi di Milano.

La ionizzazione produce ozono e l’ozono e’ un fortissimo ossidante. Se da una parte l’ozono disinfetta, dall’altra brucia. In estate in molte città italiane scattano gli allarmi per la troppo alta concentrazione di ozono al punto che si sconsiglia agli sportivi di fare attività intensa nelle ore centrali della giornata, ai bambini di giocare all’aperto e a chi soffre di malattie respiratorie di uscire di casa.

L’ozono reagisce con i clorofluorocarburi. Se questa reazione avviene nella fascia alta dell’atmosfera, perdiamo lo strato di ozono che ci protegge dagli ultravioletti, ragione per cui esiste il bando internazionale ai cfc. Se la stessa reazione avviene nella parte bassa, quella dove respiriamo noi, si impedisce ai cfc di salire a far danni.

Per concludere, essendo, come detto, a basso consumo, consente risparmi sulla bolletta fino al 75-80 per cento, e ha in dote una serie impressionante di certificazioni (ISO 9001, CE, GS, TUV, UL, FCC, KEMA, KEUR, FIMKO, DEMKO).

martedì 9 giugno 2009

Lampadine 2.0

L’annuncio forse è prematuro, ma sembra proprio questa la prospettiva schiusa da una nuova scoperta effettuata nel laboratori di fisica dell’università di Rochester, negli Stati Uniti.

Proprio quando sta per scattare la messa al bando dell’Unione Europea per le lampade col filamento da settembre prossimo, progressivamente, a partire dai wattaggi più elevati, saranno ritirate dal commercio, fino alla completa cancellazione nel 2016-, una ricerca in corso di pubblicazione sulla rivista scientifica internazionale Physical Review Letters, le riabilita e sembra assicurare ad esse una seconda vita, nel rispetto del risparmio e della sostenibilità.

Infatti nel 2012 l’Europa dirà definitivamente addio alle poco efficienti lampadine ad incandescenza e darà il benvenuto solo alle lampadine a fluorescenza.

Già dal primo settembre di quest’anno diventeranno introvabili nei negozi le classiche lampadine da 100W, poi entro il 2010 saranno tolte dal commercio quella da 75W.

Dal 2011 invece spariranno completamente anche le lampadine da 60W in modo da lasciare tutto il mercato in mano alle ecologiche lampade a fluorescenza, campionesse nel risparmio energetico.

Le lampadine a fluorescenza, anche se più costose permettono risparmi energetici anche dell’80%. La Comunità Europea ha quindi deciso di investire in nuove tecnologie anche nell’illuminazione; maggior risparmio per le famiglie e per le Amministrazioni, maggiori efficienze e di conseguenza drastica riduzione delle emissioni termiche.

LA SCOPERTA
Il miracolo tecnologico è stato compiuto da un gruppo di ricercatori americani specializzati in ottica fisica i quali sperimentavano da tempo le trasformazioni indotte, su scala microscopica, dall’esposizione di alcuni metalli a un nuovo tipo di laser di potenza.

Racconta Chunlei Guo, professore associato di Ottica all’università di Rochester, e uno degli autori della scoperta: «Mentre stavamo effettuando alcuni esperimenti con il laser ultraveloce, ci siamo chiesti che cosa sarebbe successo se lo avessimo puntato sul filamento di una lampadina. E così abbiamo fatto passare un sottile raggio attraverso il bulbo di vetro e abbiamo colpito solo un segmento di filamento. Ebbene, ci siamo resi conto che quel tratto di filamento colpito emetteva molta più luce rispetto al resto, e tutto ciò senza che la lampada assorbisse più energiA».

Che cosa era successo? Come hanno potuto constatare gli scienziati di Rochester, il laser ultraveloce aveva variato la struttura elementare del metallo tungsteno di cui è fatto il filamento, riorganizzandola in una fila di nano strutture che ne fanno aumentare il rendimento luminoso.

APPLICAZIONI
Insomma, pare che basterebbe trattare in questo modo i filamenti delle lampade a incandescenza per far sì, tanto per fare un esempio concreto, che una da 60 watt emetta una luce equivalente a 100 watt, senza richiedere per questo maggiore energia elettrica.

Se il trasferimento tecnologico di questa scoperta sarà praticabile e porterà alla commercializzazione di lampade a incandescenza più efficienti, interrogativi che ancora sono senza risposta, allora potremmo assistere a un capovolgimento della situazione a sfavore delle lampade fluorescenti.

Quest’ultime, infatti, a fronte dell’indubbio risparmio, presentano il problema dell’inquinamento da mercurio, in un contesto in cui spesso non viene assicurato un corretto smaltimento dei prodotti giunti a fine vita.

Per altro, molti utenti, pur riconoscendo l’attuale inefficienza energetica delle lampade a incandescenza, ne rimpiangono la qualità dell’illuminazione che è la più simile alla luce naturale del Sole.


Antimateria dall'oro

Basta un piccolo campione di oro delle dimensioni della capocchia di uno spillo, un fascio laser che incide su di esso che improvvisamente appaiono più di 100 miliardi di particelle di antimateria, in particolare positroni, che fuoriescono in un getto di plasma di forma conica.

È questa, in breve, la descrizione di una risultato ottenuto presso i Laboratori Livermore, negli Stati Uniti, che aprono la strada alla produzione di una enorme quantità di antimateria anche in laboratori di piccole dimensioni e alle ricerche sui fenomeni astrofisici come i buchi neri e i burst di raggi gamma senza apparati giganteschi e dai costi esorbitanti.

“Abbiamo rivelato molta più antimateria di chiunque altro finora in un esperimento laser”, ha spiegato Hui Chen, ricercatore del Livermore che ha guidato lo studio. “Oltre a ciò abbiamo dimostrato la possibilità di produrre un significativo numero di positroni utilizzando un laser a impulsi brevi.”

Chen e colleghi infatti hanno utilizzato un laser in grado di produrre un fascio estremamente intenso ma a impulsi estremamente brevi per colpire un bersaglio di oro di un millimetro di lato.

Nell’esperimento, il laser ionizza e accelera gli elettroni, che vengono indirizzati contro il bersaglio di oro. Sulla loro traiettoria, gli elettroni interagiscono con i nuclei d’oro. In seguito a un'ulteriore complessa interazione si producono i positroni, che rappresentano l’antimateria degli elettroni.

Le particelle di antimateria sono annichilate quasi istantaneamente al contatto con la materia e convertite in raggi gamma. Tuttavia, prima che avvenga l’annichilazione, i positroni si comportano, per molti aspetti, come elettroni che possono essere facilmente rivelati con strumenti come gli spettrometri.

venerdì 5 giugno 2009

Perchè ridi? Analisi di una ricerca

Il campo della ricerca è sempre vario e ricco di spunti per approfondire argomenti che, a prima vista, possono apparire banali ma, danno a volte risvolti inaspettati; specie se possono toccare interessi che coincidono con mercato, denaro e potere.

Capita che un gruppo di studio, si è proposto di sapere l'evoluzione e l'origine, della risata umana. Questo apriva molti sviluppi, anche se a prima vista potrebbe apparire mera curiosità. Pensate ad esempio, se si potesse inserire l'algoritmo in una rete neurale di computer, abbattendo così il muro del mancato senso dell'umorismo che contraddistingue ad oggi, una macchina dall'uomo.

Oppure nuove forme di PNL (Programmazione Neuro Linguistica), con la quale si può comunicare alle masse, secondo alcuni, messaggi profondi che vanno al di sopra di quanto detto, facendo accettare all'ascoltatore il concetto espresso dato che viene espresso con una forma totale di coinvolgimento.

Così il gruppo di scienziati che hanno deciso di tracciare la storia delle radici della risata umana, hanno usato alcune scimmie e gorilla solleticandoli per aiutare la ricerca. I ricercatori hanno fatto ridere una varietà di scimmie e qualche neonato umano.

Dopo aver analizzato i suoni, hanno concluso che gli umani e i grandi primati hanno ereditato la risata da un antenato comune che visse più di 10 milioni di anni fa.
Gli esperti hanno lodato questa ricerca la quale mette in forte evidenza che la risata umana e quella delle scimmie sono correlate attraverso l’evoluzione.

Sin dai tempi di Darwin gli scienziati avevano notato che le scimmie emettono dei suoni caratteristici durante il gioco o quando vengono solleticate, apparentemente per segnalare che sono interessate a giocare; all’inizio era stato suggerito che la risata umana provenisse dalle radici dei primati ma la risata delle scimmie non suona come la versione umana: può essere un rapido ansimare un respiro rumoroso più lento o una breve serie di grugniti.

E quindi cosa ha a che fare con la risata umana? Per investigare questo la dott.ssa Marina Davila Ross e i suoi colleghi dell’Università di Portsmouth in Inghilterra hanno portato avanti una dettagliata analisi dei suoni provocati dal solleticare tre neonati dell’uomo e 21 tra gorilla, orango e scimpanzè.

Dopo aver misurato 11 tratti del suono di ogni specie hanno fatto una mappa di come questi suoni sono apparsi essere correlati l’uno con l’altro."Nonostante le diversità, la ricerca indica che la risata ha basi pre-umane", spiega la dottoressa Davila Ross, "ed è probabile che le grandi scimmie usino quesi suoni per interagire fra loro in modo simile al nostro".

Di più. Le differenze stesse fra i suoni emessi durante la risata avrebbero un senso: corrispondono alla differenziazione delle specie sull'albero genealogico nel corso dell'evoluzione. Il risultato è sembrato essere un albero familiare, genealogico, che testimonia che le specie sono correlate tra loro.

Le caratteristiche uniche della nostra risata, spiega Davila Ross, che la distinguono da quella delle scimmie come ad esempio un'intonazione più regolare dovuta alle vibrazioni regolari delle nostre corde vocali, sarebbero comparse tra 4,5 e 6 milioni di anni fa, dopo la separazione degli ominidi dagli antenati comuni con bonobo e scimpanzé, ma di fatto la risata da solletico è comparsa molti milioni di anni prima del nostro arrivo sulla Terra.

Prossimi sviluppi?
Continuando a fornire prove marginali ma sempre più numerose, della correlazione uomo-scimmia, si potrà sempre più eseguire esperimenti sopra gli animali, con l'intento di trovare nuove cure, medicinali senza preoccuparsi dell'etica, evitando le giuste indignazioni di chi vede questa pratica abnorme.

Che dire, nel campo della ricerca, tutto fa brodo se indirizzato a ritorni economici, oppure a importanza e lustro personale. Prima si formula una teoria, e poi si ricercano le prove con esperimenti. Ribaltando il senso della ricerca stessa che vede l'osservazione di fatti prima e poi la formulazione della teoria

Dando a volte il tutto, un lato comico ben espresso dal divertente aneddoto che si riporta:

"Un ricercatore si propone lo studio degli insetti e la loro capacità di eseguire ordini esterni a seconda delle difficoltà che possano avvenire.
Prende così una pulce ammaestrata e inizia le sue prove.
Diario:
Ore 02.20;
Dato ordine alla pulce di eseguire un salto; la pulce esegue il comando.
Ore 02.21;
Tolta una zampa alla pulce e impartito lo stesso comando. L'insetto esegue ancora il compito.
Ore 02.22:
Levata ulteriore zampa all'insetto e ordinato l'esecuzione del salto; L'animale con 4 zampe esegue l'esercizio.
Ore 02.25
Amputata ulteriore zampa. L'insetto con 3 arti esegue l'ordine del salto.
Amputata altra zampa. Anche in questo caso all'ordine di saltare, la pulce esegue.
Ore 02.28
Amputato altro arto. La pulce con 1 arto rimasto, esegue comunque il salto a seguito dell'ordine.
Ore 02.30: Pausa caffè.
Ore 03.00:
Amputata ultima zampa alla pulce. Nonostante ripetuti ordini e sollecitazioni, l'insetto non esegue nessuna salto.

Conclusioni dell'esperimento.
La pulce senza zampe diviene sorda!"

giovedì 4 giugno 2009

Lo stress ossidativo si ritrova nei geni

In una serie di esperimenti, si è riusciti a identificare un nuovo fattore di trascrizione, chiamato Mga2, cruciale per il meccanismo di adattamento alla presenza di bassi livelli di composti ossidativi.

Lo stress ossidativo, sia nella letteratura scientifica sia nella pubblicistica, è stato spesso legato all'invecchiamento, all'insorgenza dei tumori e di altre malattie. Paradossalmente, alcuni studi hanno trovato che una piccola esposizione a composti ossidativi può in realtà offrire una protezione dalla presenza di dosi più massicce.

Ora i ricercatori dell'Università della California a San Diego hanno scoperto il gene responsabile di tale effetto: il lavoro pubblicato sull'ultimo numero della rivista on-line ad accesso libero PLoS Genetics spiega il meccanismo sottostante al processo che previene il danno cellulare da parte dei derivati reattivi dell'ossigeno (reactive oxygen species, ROS).

"Possiamo bere succo di melagrana per combattere i radicali liberi o seguire una dieta a basso introito calorico per essere più longevi", ha commentato Trey Ideker, capo della divisione di genetica del Dipartimento di medicina della UC San Diego e professore di bioingegneria della Jacobs School of Engineering. "Ma ora i nostri studi suggeriscono che effettivamente gli esseri umani sono in grado di prolungare la propria vita esponendo il proprio corpo a minime quantità di ossidanti."

I ROS sono ioni che si formano come prodotto di scarto naturale del metabolismo dell'ossigeno e rivestono un ruolo importante nei processi di segnalazione molecolare all'interno delle cellule. Questa classe di piccole molecole include gli ioni ossigeno, i radicali liberi e i perossidi. Tuttavia, in condizioni di stress ambientale - per esempio, per l'esposizione alla radiazione ultravioletta, al calore o a sostanze chimiche nocive - i livelli di ROS possono aumentare drasticamente. Tale effetto, a sua volta, può determinare un significativo danno cellulare a carico delle molecole di DNA e di RNA e delle proteine con effetti cumulativi che vanno sotto il nome di stress ossidativo.

Uno dei maggiori contributi a a quest'ultimo è dato dal perossido d'idrogeno derivato da un tipo di radicali prodotti dai mitocondri con la produzione d'energia. Sebbene la cellula abbia un metodo per minimizzare gli effetti dannosi del perossido d'drogeno, convertendolo in ossigeno e acqua, tale processo non riesce nel 100 per cento dei casi.


Ideker e colleghi hanno così cominciato a studiare nei lieviti i processi coinvolti nel processo di adattamento della cellula alla presenza di perossido d'idrogeno, cercando di chiarire in che modo avviene l'ormesi, il fenomeno per il quale una sostanza tossica agisce come stimolante in piccole dosi e come un inibitore a grandi dosi.

Si è così proceduto a trattare le cellule con una piccola dose di perossido d'idrogeno seguita da una alta dose cercando al contempo i geni candidati a controllare questo meccanismo di adattamento, per il quale è risultato cruciale un nuovo fattore di trascrizione chiamato Mga2.

"Si è trattato di un risultato sorprendente perché Mga2 si trova in un 'posto di controllo' di un cammino completamente differente di rispetto a quelli che rispondono a una esposizione acuta ad agenti ossidativi: questo secondo cammino è attivo solo alle più basse dosi", ha concluso Ideker.

Fonte:

sabato 23 maggio 2009

Anello mancante: considerazioni su IDA ma non solo.

C'è fermento nel mondo della scienza, per il ritrovamento o sarebbe meglio dire, per l'annuncio di un ritrovamento avvenuto ben 25 anni fa, del fossile di un primate che a detta di alcuni esperti, sarebbe l'anello mancante che ci lega tutti alle scimmie.

Questa vicenda di cercare le origini dell'uomo e spostarla verso la ricerca delle origini delle scimmie, mi ha sempre puzzato sin da quando mi hanno rifilato la teoria di Darwin. Teoria che uno deve imparare a memoria e divenirne sostenitore, pena brutti voti e il ridicolo durante gli studi, emarginato e sovversivo, nella vita poi.

Non mi sono mai piaciute le imposizioni scientifiche che non mi permettono di poter comprovare in qualche modo, la loro veridicità, fatto che si riscontra in molte "teorie", ben accomodanti con la logica, ma che si trasformano nel tempo adattandosi a quanto la scienza riscontra in prove di laboratorio e scoperte successive.

Secondo la scienza del passato, il sistema solare vedeva la Terra al centro dell'universo, condannando il buon Galileo a eretico e costringendolo all'abiura delle sue opere. "Eppur si muove" disse, lasciando ai posteri il riscontro oggettivo delle cose e obbligando la chiesa, somma detentrice delle scienze di allora, a chiedere scusa secoli dopo.

In quella di Darwin, si sono buttatati un po' tutti. Travisandone la teoria e adattandola alle proprie speculazioni mentali. Mendel studiando il suo "pisello odoroso", definì che siamo tutti una mescolanza di geni che riaffiorano a seconda siano primari o secondari, nelle generazioni future. Cercava di spiegarsi perché si nasce con gli occhi azzurri pur avendo genitori con occhi scuri, di alta statura pur avendo avi diretti con altezze sotto la media, ecc. o dalla sua teoria fu applicata una derivata, per consentire lo studio sui geni umani e l'incrocio delle specie che questa società ama, visto che si possono brevettarne le conseguenze e quindi, monetizzare la cosa?

Ricordo ancora che alla mia professoressa di biologia la quale insisteva a dire che la "mescolazione" genetica è tale da renderci tutti imparentati, inorridiva alle mie " non è possibile" dette fra i denti al punto che stizzita, mi chiese a bruciapelo: "Adesso basta! Dammi una sola ragione scientifica, per la quale affermi l'impossibilità di quanto affermo!"
Risposi di rimando: "Perché se fossimo tutti una mescolanza di geni che sono solo il risultato di primari e secondari, dove i primi vincono rispetto ai secondi al punto di farli scomparire in lunghe discendenze, oggi a distanza di milioni di anni di discendenze umane, saremmo tutti dello stesso colore, razza e forma!"

Darwin formulò la sua teoria in base ad osservazioni sulla natura. Non si può negare che questa si adatti alle circostanze. Effettivamente ciò che esiste su questo piano tridimensionale, sono le conseguenze di eventi passati. Ma Darwin non affermò che discendiamo dalle scimmie! Usò i primati come esempio per spiegare quanto aveva osservato. Indicando come la natura si adatti alle cose per mantenere se stessa in vita. Nel connubio uomo-scimmia, risaltava come le necessità di una specie, era adattata alla sua forma e così la scimmia che cercava solo cibo e rifugio e prole, stava in una posizione diversa dalla forma dei suoi predatori dandole coda, capacità di andare su due gambe e mani che gli permettessero molte azioni; mentre l'uomo sfruttava la sua capacità mentale con un cervello meglio formato e piedi per deambulare, cosa che gli dava vantaggio sopra tutte le altre specie.

Darwin all'inizio fu deriso dai suoi colleghi, che gli proponevano l'esempio che secondo le sue affermazioni, allora il vento avrebbe nel tempo modellato gli aeroplani da roccie, dato che l'aerodinamica modella naturalmente sulle goccie d'acqua, la forma migliore per fendere l'aria e applicando il fattore tempo, l'erosione degli agenti atmosferici sulla pietra avrebbe fatto il "miracolo".

Nel tempo gli scienziati sempre più alla ricerca di denari e fama personale, si accorsero delle potenzialità economiche di alcune affermazioni di Darwin, dando vita alle ricerche di modificazione genetica, con nuovi farmaci, nuovi alimenti, nuove specie. La naturà si sa, è imperfetta e l'uomo la sta correggendo!
E ne vediamo bene gli effetti; virus nuovi, malformazioni ed intolleranze dovute a ingestione di sostanze alimentari modificate, ecc. Ma tutto in nome dell'evoluzione, del benessere dell'umanità! il denaro non centra nulla, per carità e solo il giusto compenso di tanti studi.

Ora ci mostrano IDA, nome del fossile che aspettava di essere posto alla ribalta da 25 anni. L'Adapide, la cui eta' stimata e' di circa nove mesi, e' stato scoperto da un cacciatore di fossili 25 anni fa nei pressi di Darmstadt in una cava che coincideva con il fondo di un lago vulcanico famoso per i resti dell'Eocene. Qui vennero rinvenuti anche un 'Buxolestere' (un incrocio tra una lontra e un toporagno) e un 'Diacodexis (una sorta di coniglio antenato delle moderne capre).

La notizia ci viene sparata da tutti i media con gran pompa, alcuni affermano che diverrà un fatto storico da inserirsi nei libri di testo ufficiali per tutto il resto avvenire. Altri, leggermente più cauti, non si sbilanciano affermando che la scienza deve ancora indagare bene sulla cosa. (Fondi per la ricerca). «L’annuncio è destinato a rivoluzionare la nostra comprensione dell’evoluzione umana», titola il comunicato ufficiale del Museo, ma la comunità scientifica è prudente nell’abbracciare la novità come un fatto provato.

L’analisi fossile ha rivelato che si tratta di una giovanissima femmina, con le dita e le unghie dei piedi al posto delle zampe a «dimostrare» che è una pre-umanoide. La presenza del pollice opponibile nelle due mani e dell’astragalo, l’osso breve del tarso, lega, anzi, ancora più direttamente Ida agli umani. Il fossile permette anche di risalire alla forma completa di una corporatura di carne soffice, con tanto di resti di cibo nello stomaco. Erbivora, alta all’incirca 60 centimetri, la «ragazza» si nutriva di frutta, semi e foglie: i raggi X hanno mostrato che aveva, insieme, denti sia da bambina sia da adulta. Morì per aver bevuto l’acqua del lago Messel, prima vittima dell’inquinamento da ossido di carbonio, sprigionato dal vicino vulcano. La sua età è stata calcolata attorno ai nove mesi, che tradotti in età da umani significa circa sei anni. I lemuridi, altra prova dell’«anello mancante», erano noti invece per avere una «dentatura a pettine».

PERCHÉ DISCENDIAMO TUTTI DA LEI
SECONDO GLI SCIENZIATI
Lontano parente
"Ida ha caratteristiche che si riscontrano nella specie umana, tra cui il pollice opponibile, le unghie al posto degli artigli e, nel piede, l’osso del tallone che lascia intravedere il passaggio dall’andatura a quattro zampe alla camminatura eretta."

Questa è carina: mi risulta che sono molte le specie che vanno a due zampe (i polli ad esempio, ma non ho notato ultimamente in loro, una particolare intelligenza). Andavano a due zampe anche i dinosauri, lo fanno alcune lucertole e le scimmie attualmente sul pianeta oggi.

Epoca decisiva
Secondo gli scienziati, il fossile «è importante perché permette una migliore comprensione della paleobiologia di un primate del periodo dell’Eocene»: è l’epoca in cui i primati cominciarono a evolversi in due specie: le proscimmie e gli antropoidi.

Ci sono fossili prima e dopo, su primati, che affermano il contrario.

Dal cacciatore ai ricercatori
Ida era stata ritrovata da un cacciatore di fossili 25 anni fa, nei pressi di Darmstadt, in una cava. Solo nel 2006, però, entrò in possesso del gallerista Thomas Perner, che l’ha venduta al museo di storia naturale di Oslo per un milione di dollari.

Ecco, questa è quella che mi piace di più. Il denaro. Non solo una cosa importante per l'umanità, dormiva in attesa di sviluppi futuri, ma ci sono già libri sopra la cosa per sentire a pagamento cosa si dice, con tanto di copyright con un film già pronto e compravendita di gadget. La presentazione al mondo è stata fatta il 19/05/2009, al Museo di Storia Naturale di New York in pompa magna multimediale, con un libro già stampato in 100 mila copie, un film per la tv «History Channel», un accordo di esclusiva con il network ABC News e un sito web dedicato al fenomeno. Come ha fatto notare con malizia il «New York Times», benvenuti nella «scienza per l’Età del Mediocene», la fase attuale dell’evoluzione del mondo dove tutto è show, con audience e copyright sparsi in tempo reale per il grande pubblico globale.

"La natura non fa salti!" Antichissimo detto, che ci ricorda l'impossibilità della natura a spostarsi su un piano evolutivo, saltando un passagio. Ed è questo che fa dell'anello mancante, il grande businnes del momento. Dimenticando che se la natura si porta ad uno stadio più evoluto, cancella lo stadio meno evoluto. La natura non usa fare sprechi! Se una cosa è piu funzionante e funzionale, va a sostituire quella obsoleta.
ERGO, se discendiamo dalle scimmie o meglio, se abbiamo un progenitore comune, la natura non può manifestarsi con due linee evolutive presenti che coabitano e condividono le stesse risorse vitali.

La scienza è centrata a dimostrare che tutto è meccanico ("Deux est machina" ) ed è innegabile che non sia così. Ma non esiste macchina che non sia stata progettata da qualcuno!

mercoledì 20 maggio 2009

Galileo: che si vede da lassu?

(di Giuseppe Nobile)

…..Un binocolo è sufficiente per individuare, accanto al grande pianeta, quattro stelle in lento moto. In realtà stelle non sono, ma i satelliti scoperti da Galileo.
Con un piccolo telescopio lo spettacolo è assicurato: se la nostra pazienza ci permetterà di seguirli per alcuni giorni, ogni sera, saremo testimoni di fenomeni interessanti: a volte un transito, quando uno di essi passa innanzi a Giove, confondendosi quasi con le sue fasce di nubi, preceduto o seguito dalla propria ombra, mentre occulta il Sole lontano.
A volte un’eclisse, mentre percorre il tratto della sua orbita nascosto dal globo di Giove, per noi che osserviamo dalla Terra.

Non c’è sera nella quale non si verifichi qualche evento interessante, un esempio di come la mano precisa e potente della forza gravitazionale sovraintenda ai moti di interi mondi. Per generazioni di astronomi, i satelliti galileiani di Giove erano rimasti semplici punti di luce o poco più, nulla si sapeva degli ambienti che li caratterizzavano.
L’alone di mistero che li avvolgeva venne distrutto solo quando fu possibile osservarli da distanza ravvicinata. Si sapeva da tempo trattarsi di mondi importanti, capaci probabilmente di presentare storie geologiche complesse, ma nessuno si aspettava ambienti così stupefacenti.

I quattro satelliti galileiani di Giove (scoperti da Galileo Galilei nel 1610) ripresi dalla sonda Voyager 1 durante il suo avvicinamento al pianeta nel marzo 1979. Le dimensioni dei quattro satelliti - Io (in alto a sinistra), Europa (in alto a destra), Ganimede (in basso a sinistra), e Callisto (in basso a destra) - sono in scala: Ganimede e Callisto sono entrambi più grandi di Mercurio; Io e Europa hanno all'incirca le stesse dimensioni della Luna. Io è caratterizzato da un'intensa attività vulcanica, e presenta una superficie interamente ricoperta da zolfo. Europa, analizzata nei dettagli solo successivamente dalla sonda Voyager 2, ha caratteristiche completamente diverse: presenta una superficie liscia, priva di vulcani, completamente ghiacciata. Ganimede e Callisto presentano superfici craterizzate, composte principalmente da acqua e ghiaccio. [Fonte: Galileo: Journey to Jupiter]
a sinistra), Europa (in alto a destra), Ganimede (in basso a sinistra), e Callisto (in basso a destra) - sono in scala: Ganimede e Callisto sono entrambi più grandi di Mercurio; Io e Europa hanno all'incirca le stesse dimensioni della Luna. Io è caratterizzato da un'intensa attività vulcanica, e presenta una superficie interamente ricoperta da zolfo. Europa, analizzata nei dettagli solo successivamente dalla sonda Voyager 2, ha caratteristiche completamente diverse: presenta una superficie liscia, priva di vulcani, completamente ghiacciata. Ganimede e Callisto presentano superfici craterizzate, composte principalmente da acqua e ghiaccio. [Fonte: Galileo: Journey to Jupiter]

Dai vulcani di Io in piena attività, al suolo liscio e ghiacciato di Europa, dai terreni craterizzati di Ganimede di varia età e albedo, al suolo antico di Callisto ricchissimo di crateri. Esaltanti novità hanno arricchito i ritratti di questi mondi, quando è stato possibile esaminarli da distanza ancora minore per opera della sonda Galileo, che dal 1995 è in orbita attorno a Giove.

La sorpresa più grande, senza dubbio, consiste nell’aver trovato sotto la superficie di Europa un oceano d’acqua. Più che di certezza si tratta di un sospetto sostenuto da molti indizi significativi. I dati raccolti dal magnetometro della Galileo hanno rivelato la presenza di correnti elettriche, circolanti in prossimità della superficie di Europa, in risposta ai cambiamenti del campo magnetico di Giove, mentre questo ruota, che creano un campo magnetico indotto.

Un ottimo candidato a conduttore, per queste correnti, sarebbe un oceano di acqua salata sottostante la superficie del satellite, con uno spessore di poche decine di chilometri. Un’alternativa all’acqua liquida potrebbe essere uno strato di ghiaccio, più molle e caldo di quello superficiale.

Anche Ganimede sembra presentare una situazione simile, dedotta dalle analisi delle caratteristiche di riflessione nell’infrarosso dei minerali presenti in alcune zone della superficie, che suggeriscono la fuoriuscita di acqua salata da fratture del suolo.
In questo caso, però, lo strato di acqua si troverebbe a oltre 200 chilometri sotto la superficie. Per Callisto analoghe conclusioni, suggerite dall’esistenza di correnti elettriche vicine al suolo come per Europa. Un oceano d’acqua salata sottostante, agendo come efficace conduttore elettrico, sosterrebbe il campo magnetico trovato.

I tentativi d’interpretare questi straordinari risultati si susseguono senza interruzione, ma è troppo presto per avere certezze. Il dibattito tra gli scienziati è intenso: esistono veramente oceani d’acqua liquida nel sottosuolo di quei mondi? Tutta quell’acqua potrebbe sostenere una qualche forma di vita?

Quasi 40 anni fa (ndr.: nell’originale si legge: Trent’anni fa) , nel celeberrimo romanzo “2001: Odissea nello spazio”, Arthur Clarke si domandava, per voce degli eroi del suo romanzo alla ricerca di una avanzatissima civiltà, cosa mai si celasse tra le lune di Giove, se il bene o il male, oppure antichissime rovine. Chi l’avrebbe mai pensato! Noi, oggi, (ndr.: nell’originale si legge: Noi, oggi, uomini del 2001) siamo qui a domandarci se tra le lune di Giove possa nascondersi qualche semplice, ma fantastica forma di vita aliena! Non si tratta di fantascienza in questo caso, ma di una incredibile realtà.



Dopo gli animali, ora si modifa ilDNA dei virus

(AGI) - Bologna, 19 mag. - Le "chiavi" su cui sono intervenuti i ricercatori bolognesi - spiega in una nota l'Universita' di Bologna - sono una porzione della glicoproteina D con cui il virus dell'herpes simplex - da molti conosciuto come responsabile delle caratteristiche vescicole che si presentano sulle labbra in caso di influenza, stress, indebolimento, ecc. - riesce normalmente ad entrare nelle cellule sane e a distruggerle. I ricercatori hanno rimosso questo pezzetto del Dna virale e l'hanno sostituito con un'altra 'chiave': un anticorpo capace di aprire la 'serratura' (recettore) delle cellule dei tumori del seno e dell'ovaio che producono la proteina Her-2. E' proprio questa molecola, che riveste in abbondanza le cellule cancerose in questione, a trasformale in bersaglio. Il virus modificato aggredisce infatti solo le cellule che ne sono ricoperte, risparmiando le altre.
L'infezione si autoalimenta, perche' il virus si replica progressivamente fino ad esaurimento delle cellule malate.
Eliminato il tumore, non trovando piu' cellule dove insediarsi, e' destinato, secondo i ricercatori, ad estinguersi, a differenza della sua variante naturale che invece permane in forma silente nelle cellule sane, in attesa di manifestarsi ancora alla prima occasione. L'efficacia del virus e' stata misurata sui topi, in test condotti nei laboratori di Dipartimento di patologia sperimentale dell'ateneo nel corso degli ultimi dodici mesi. Il 60 per cento dei topolini trattati e' completamente guarito dal tumore, mentre nel restante 40 per cento se ne e' inibita significativamente la crescita. Un altro aspetto innovativo del nuovo virus killer dei tumori e' che, in qualita' di variante dell'herpes simplex, naturalmente dotato di una predilezione per le cellule nervose, potrebbe rivelarsi efficace contro le metastasi cerebrali dei tumori Her-2, che invece i principali farmaci oggi comunemente adottati nella terapie non riescono a raggiungere. Questi farmaci inoltre, tendono ad arrestare la crescita del tumore, ma non a distruggerlo, cosa che invece sembra riuscire molto bene all'herpes mutato. Il prossimo passo sara' quello di indagare la possibilita' di veicolare il virus attraverso il sistema circolatorio, in modo da intercettare eventuali metastasi tumorali ignote, oltre ovviamente a portare la sperimentazione sull'uomo. Ma c'e' un altro risvolto che sta particolarmente a cuore agli studiosi. Questo successo sperimentale apre la strada ad altre simili manipolazioni genetiche del virus herpes, dotandolo, di volta in volta, delle 'chiavi' appropriate alle 'serrature' cellulari di altri tipi di cancro.
(ANSA) - ROMA, 19 MAG - Creato da ricercatori italiani un virus herpes anti-cancro modificato per essere aggressivo contro le cellule dei tumori al seno e all'ovaio. Annunciato dalla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze PNAS, e' il risultato dell'equipe della virologa Gabriella Campadelli-Fiume dell'Universita' di Bologna. Si tratta di un virus geneticamente modificato per essere distruttivo solo per le cellule tumorali e risparmiare quelle sane, per cui non c'e' bisogno di ridurne la virulenza.

martedì 19 maggio 2009

Energia dai batteri

Possono permettere lo sfruttamento degli scarti delle biomasse di cellulosa

Un Anaerocellum batterio in grado di trasformare le biomasse da cellulosa in zuccheri
Un Anaerocellum batterio in grado di trasformare le biomasse da cellulosa in zuccheri
MILANO - Energia o cibo? La rivoluzione dei biocarburanti continua ad attirarsi molte critiche dal momento che la coltivazione intensiva di cereali per la produzione di energia ha fatto crescere a dismisura i prezzi di grano e mais per scopi alimentari. Diversi gruppi di ricerca stanno ora mettendo a punto sistemi alternativi, in grado di generare biocarburanti da sostanze solitamente considerate di scarto e tralasciando, quindi, quelle parti dei cereali (amido, chicchi) che restano fondamentali per l'alimentazione, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

ENERGIA DAI PIOPPI - La scommessa dei biocarburanti può ora fare affidamento su un nuovo alleato: batteri in grado di trasformare in etanolo la cellulosa presente nei residui del legno (segatura), negli scarti delle cartiere e della raccolta differenziata, o nelle parti non commestibili dei cereali (foglia, gambo, etc). In uno studio presentato all'ultimo Convegno dell'American Society for Microbiology, ricercatori dell'università del Wisconsin hanno illustrato una nuova tecnologia in grado di analizzare rapidamente gli alberi di pioppo per testare la loro capacità di rilasciare zuccheri. Su 1.300 alberi analizzati, molti esemplari si sono dimostrati facili da digerire da parte dei microrganismi. E' il caso dell'Anaerocellum, un batterio in grado di trasformare le biomasse da cellulosa in zuccheri e di fermentarle poi in acetato ed etanolo, con costi molto ridotti rispetto a quelli richiesti dalle attuali tecnologie. «Al momento è molto costoso trasformare le biomasse da cellulosa. Ed è per questo che ancora non disponiamo di un'industria sostenibile dei biocarburanti», ha sottolineato l'autore dello studio.

LAPTOP AD IDROGENO - Non solo bioetanolo e biodiesel, comunque. Un altro fronte della ricerca guarda in direzione della produzione di idrogeno da fonti rinnovabili. Anche qui si fa ricorso ad un batterio (Rhodobacter sphaeroides) che si è dimostrato in grado di produrre idrogeno dalla cellulosa attraverso la fotosintesi. L'Università del Wisconsin ha già messo a punto una serie di «batterie microbiche» che, quando vengono esposte al sole, sono in grado di produrre l'energia necessaria per ricaricare un computer portatile.

Nicola Bruno

mercoledì 13 maggio 2009

Energia WireLess


Provate ad immaginate la realtà tecnologica del futuro prossimo: sono sicuro che penserete a dispositivi collegati via wireless, bluetooth ed infrarossi, alla cavetteria ridotta alla sola alimentazione elettrica. Sbagliato! Forse non ci saranno nemmeno i cavi di alimentazione. Sono in piena fase di sviluppo alcune soluzioni che permettano di trasmettere la corrente elettrica senza alcun supporto: al momento sono conosciute ben tre tecnologie in grado di sostituire il semplice cavo.

La prima tecnologia, adottata dalla Powermat, sfrutta un principio della fisica ben noto: l’induzione magnetica della corrente. L’obiettivo è indurre la generazione di corrente elettrica attraverso una superficie contenente i dispositivi da alimentare grazie all’orientamento e all’intensità di un campo magnetico sorgente.

Una seconda tecnologia, abbastanza simile, è stata sviluppata dal MIT (Massachussets Institute of Technology): in questo caso il trasferimento avviene attraverso due bobine. Una di esse, collegata a una presa elettrica standard (come una delle tante che abbiamo in casa adesso), genera un campo magnetico in cui si trova “immersa” la seconda bobina. In questa seconda bobina, per induzione magnetica, fluirà corrente elettrica.

Un ultima ed interessantissima soluzione è stata ideata da Intel: un’antenna che insieme a un convertitore trasforma le onde radio in banda VHF o UHF (quelle delle nostre stazioni TV per capirsi) in corrente elettrica continua per alimentare qualsiasi tipo di dispositivo.

Fantascienza? Non si direbbe, almeno secondo il Ministero della Comunicazione giapponese: i nipponici ipotizzano una standardizzazione della tecnologia in tempi brevi al fine di svilupparla nei dettagli e per consentirne la produzione di massa entro il 2020.

giovedì 7 maggio 2009

Buchi neri che si mangiano la Galassia


MILANO - Buchi neri protagonisti nella nostra galassia, la Via Lattea. Sapevamo che nel cuore della grande isola stellare alla cui periferia noi abitiamo ci sono alcuni buchi neri piuttosto corposi come il satellite Integral dell’ESA ha dimostrato. Ma ora Ryan O’Leary e Avi Loeb dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics hanno dimostrato che un non trascurabile numero di buchi neri vagano nella galassia divorando il materiale del loro circondario. Per la Terra non sembra esserci per il momento alcun pericolo perché secondo le valutazioni il più vicino buco nero mobile sarebbe localizzato ad alcune migliaia di anni luce del nostro sistema solare.

DA DOVE VENGONO -Da dove arrivano e come sono nati queste mine vaganti cosmiche? I due scienziati spiegano che sono il frutto della formazione della Via Lattea la quale è il risultato ultimo determinato da scontri e fusioni fra galassie avvenuti in epoche remote. I calcoli fin qui elaborati sostengono l’esistenza di alcune centinaia di buchi neri vagabondi con masse variabili da mille a centomila masse solari, quindi estremamente massicci. Molti si trovano nelle zone di confine dell’isola stellare. Le indagini continuano per precisare meglio il fenomeno, localizzare con precisione dove i mostri celesti si trovano ed eventuali rischi.

Si tratta di oggetti la cui esistenza fu ipotizzata dallo stesso Einstein ragionando sull'esito della vita di una stella di grandi dimensioni, dopo che il suo "carburante" fosse esaurito. Quando il peso della massa non viene più bilanciato verso l'esterno dalla fusione termonucleare al suo interno, la stella non può che collassare. L'esito finale di questo collasso è estremamente complesso da prevedere, ma varia da oggetti densi e freddi come "nane bianche" o "stelle a neutroni", fino alla possibilità che la densità precipiti a valori elevatissimi e fino a diventare infinita, generando quello che in termini matematici viene definito una singolarità. Questa singolarità, secondo l'interpretazione più comune, causerebbe l'intrappolamento di ogni tipo di particella, compresi gli stessi costituenti della luce, cioè i fotoni. Si creerebbe quindi, attorno alla singolarità, un orizzonte degli eventi che impedirebbe l'attraversamento dal suo interno. Questo orizzonte degli eventi sarebbe quindi visto dagli osservatori esterni come un "buco nero"

Stelle di neutroni

Risultato finale dell'evoluzione di una stella con massa pari a qualche volta quella Sole. Alla fine della sua vita, la stella si contrae bruscamente sotto il proprio stesso peso, fino a diventare piccolissima: un milionesimo del Sole. Contemporaneamente, i suoi strati esterni si espandono formando una nebulosa di gas.
Il collasso della stella è così violento che al suo interno gli atomi si frantumano e i protoni si fondono con gli elettroni, formando un "mare" di neutroni densissimo: a queste densità, una quantità di materia grande quanto una zolletta di zucchero avrebbe una massa pari a quella di tutta l'umanità.
Si sa ancora poco della struttura interna e dello stato fisico di una stella di neutroni, tranne che possiede un campo gravitazionale ed un campo magnetico estremamente intensi, ed è in rotazione rapidissima attorno al proprio asse.
Dato che al suo interno non avvengono più reazioni nucleari, la stella non produce energia ed è destinata a raffreddarsi gradualmente.

Nebuosa del Granchio
La nebulosa del Granchio è ciò che resta di una stella esplosa come supernova nel 1054. Al suo interno c'è una pulsar

Le stelle di neutroni non emettono luce come quelle normali, perciò non sono "visibili" nel senso stretto del termine. Tuttavia esistono evidenze indirette della loro presenza. Esse infatti danno luogo al fenomeno delle pulsar: impulsi radio ad intervalli regolari molto brevi (poche frazioni di secondo). Le pulsar non emettono soltanto nella banda radio, ma anche in quella ottica, nell'ultravioletto, nelle bande X e gamma.


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