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giovedì 21 gennaio 2010

Il giochino delle dita secondo B.


Quando ho visto il servizio alla TV, pensavo di aver capito male, oppure di essermi confuso, invece no. Riportato fra i meandri della rete e dei media, ecco la conferma di quella che non ho capito se sia stata una battuta o una svista.

L'AQUILA - «Quante dita ha una mano?». E' la domanda che il premier Silvio Berlusconi ha fatto ai bambini della scuola elementare «Mariele Ventre» de L'Aquila, dove si è recato in visita oggi. I ragazzini sono stati al gioco e hanno risposto correttamente: cinque. «Quante dita hanno due mani?» ha poi chiesto il premier. Ancora una volta i bambini hanno risposto correttamente: dieci. «Passiamo a una domanda più difficile- ha poi detto Berlusconi - : quante dita hanno dieci mani?». I bambini in coro hanno risposto... «cento». E il Cavaliere: «Bravi, rispondono tutti cinquanta, voi invece avete dato subito la risposta giusta». Che però giusta non era: a dieci mani corrispondono infatti a 50 dita. Nota l'Apcom: Berlusconi ha lasciato il dubbio tra i giornalisti se scherzasse o meno.

«VOTO A 5 ANNI» - Nella stessa occasione aveva scherzato con i ragazzini facendo loro domande sui progetti per il futuro. A chi gli diceva di voler fare il politico, il premier ha consigliato: «Cercate prima di diventare medici, avvocati e ingegneri e poi, magari interessatevi alle cose che servono per la vostra città e per il vostro paese». E domanda ancora più maliziosa: «Pensate che Silvio Berlusconi sia un buon presidente del Consiglio?». I bambini in coro hanno risposto «sì». Pronta la replica del premier: : «Allora daremo il voto anche ai bambini sopra i cinque anni...».

Fonte: Corriere della sera

Mi chiedo se fra tutti i servizi di sicurezza che il premier ha, non ce ne sia uno che ritagli questi servizi pennellandone la figura. Uno non può essere così sfigato...

venerdì 6 novembre 2009

Dimensioni del piccolo popolo

Capita sovente di venir a contatto con situazioni o testimonianze, che non rispecchiano le normali leggi scientifiche attualmente conosciute. Mi spiace per l'immagine che propongo nell'articolo, ma è l'unica che cercando nella rete, possa dare l'idea delle testimonianze che a seguire riporto.

Premesso che molti effetti visivi che si possono percepire attraverso foto o video, sono già catalogati dalla scienza attuale e vanno spesso sotto il nome di "pareidolia", ovvero la tendenza istintiva e automatica a trovare forme familiari in immagini disordinate, le persone che ho avuto modo di contattare personalmente, non erano animate da sensazionalismo o necessità di un'immagine mediatica, anche se il materiale ed il racconto datomi, li poneva senz'altro su un piano d'interesse più spiccato che quello normale.

Delle foto che personalmente avevano eseguito con la loro reflex, ho potuto constatare l'originalità ed i negativi, anche se solo come verifica sommaria dato che gli elementi presenti nella foto, non mostravano che paesaggi normali di boschi, prati ecc., e solo ponendo attenzione si riusciva ad intravedere forme riconducibili a elementi diversi dal soggetto inquadrato. Come dire, bisognava far funzionare l'effetto pareidolia per scorgervi gli elementi.

La nota curiosa era il numero di tali elementi che si potevano distinguere, con sorpresa, per la precisioni dei dettagli che ne delimitavano i profili e le forme. Si potevano intravedere cavalli al galoppo, coppie di uccelli in volo, bambini giocosi, figure a passeggio e altro ancora, nati dai profili delle foglie, dei rami, delle ombre e luci filtrate dal sottobosco e fili d'erba.

Se le immagini erano state il prodotto di una qualche forma di ritocco, devo dire che erano molto ben riuscite. Alla mia richiesta di poterne avere copia, con sorpresa mi si nega la cosa, nemmeno una fotocopia. Cosa che mi sembrò strana e oggi magari potrei nutrire qualche sospetto sulla commerciabilità di quanto visionato. Però non ho notizie di libri o riviste e nemmeno di siti eseguiti da queste persone.

Chiesi come le avessero eseguite e mi dissero che semplicemente avevano fatto alcuni scatti del paesaggio che videro, in occasione di una delle loro escursioni boschive e che solo in seguito, ad una visione più attenta per raccoglierne i particolari immortalati di quella variopinta giornata d'autunno, scoprirono questo piccolo popolo nascosto fra le pieghe dei colori.

Data la reticenza nel fornirmi copia del materiale, e vista la curiosità creata per quell'effetto, cercai maggiori informazioni, scoprendo che in base a queste immagini, si era creato nel frattempo gruppi di persone credenti a fate e folletti. Mentre però, i possessori delle foto originali, solo mostravano la stranezza del fenomeno e apparivano sinceramente sorpresi loro stessi, senza inserire spiegazioni di provenienza mistica, questi gruppi nella maggior parte dei casi, accumulano materiale con il fine di dimostrare la teoria anzi, per loro realtà dell'esistenza di una dimensione parallela abitata da esseri che di solito, si trovano nei racconti infantili.

Il caso più interessante che è questo che volevo riportare e che quanto ad ora scritto serve solo come introduzione al discorso, è l'incontro con una persona che asseriva di aver visto e per parecchio, direttamente le forme che possono apparire in tali foto, con la differenza che esse si muovevano di vita autonoma confondendosi fra le pieghe del mondo tridimensionale a noi noto.

-Era un periodo di fine inverno e stavo passando per riflessioni dell'esistenza o meno di dimensioni diverse da quella comunemente nota. Avendo letto su testi esoterici e filosofici sulla concretezza di tali mondi, ero davvero curioso di toccarli con mano, di poterli verificare, ma nello stesso tempo, avere una prova concreta nelle mani e non solo teorie o dati teorici.
-Intento abbastanza impegnativo, e cos'hai scoperto?
-Sinceramente non lo so, mi spiego meglio, non saprei come definire in modo tecnico il fenomeno osservato..
-Quindi non è una cosa sulla quale hai potuto fare molte osservazioni ed analisi?
-Al contrario, potevo verificare in ogni momento il fenomeno.
-Nel senso che bastava ti ritirassi in qualche luogo appartato e a seguito di qualche rilassamento e concentrazione, riuscivi a vedere qualcosa?
-Affatto. Potevo farlo dove mi trovavo, in qualunque situazione, con o senza persone presenti e luoghi pubblici o meno.
-Cioè? Sapresti quindi riprodurre il fenomeno anche ora mentre parliamo?
-Un momento, faccio alcune precisazioni.
-Ecco forse è meglio.
-Il fenomeno per quanto lo descrivessi ai presenti mentre lo stavo vivendo, non era visto dagli stessi, ma pareva solamente interessare i miei sensi, per cui non provocavo nessun fenomeno solo lo stavo osservando.
-E le persone presenti alle quali confidavi ciò, non ti dicevano nulla? Non facevano notare magari, una qualche tua turbe mentale o ti prendevano in giro?
-Esattamente. Anzi a volte erano preoccupati.
-Preoccupati. Ma dai?
-Capisco l'incredulità che mostri; erano preoccupati perché non avevo mai esternato nulla di simile. Era difficile anche per me dover descrivere le cose che stavo osservando e solo per cercar di capire se stavo per caso impazzendo o se qualcuno poteva darmene una spiegazione o conferma.
-Stai cercando di dirmi che non volevi far dichiarazioni di poteri personali ma che solo cercavi di capire il fenomeno?
-Proprio. Infatti anche loro mi dicevano che sarei stato più credibile se ostentassi qualche crisi mistica tipo medium, che insistere nel dire che vedevo cose strane. Davvero c'era di preoccuparsi sulla mia salute.
-E tu eri preoccupato?
-Moltissimo. Non sapevo cosa stava succedendo e mi chiedevo cosa stessi sperimentando. Per farla breve ad un dato momento pensai che tutti quei saggi letti sull'argomento, mi avessero fritto il cervello, anzi, riuscii persino a credere che qualche maledizione si fosse abbattuta sopra di me.
-Orribile. E poi?
-Bhé, le cose poi si sistemarono.
-Ah, bene. Ma cosa vedevi o provavi esattamente?
-Vediamo se riesco a dar l'idea. Qui dove siamo, possiamo vedere il tavolino, il bancone, le persone che frequentano il luogo ecc. Se focalizziamo lo sguardo su profili e ombre, possiamo dargli però, una diversa interpretazione. Come quando si guarda le nuvole, che si possono vedere figure e forme senza che però queste davvero siano animate di vita propria.
-Sì conosco l'effetto, ma applicarlo al momento attuale...
-Io in verità, non saprei spiegarti come e perché si manifesti la cosa. Posso dirti che stavo riflettendo su quanto appreso, come ti ho detto, mentre me ne stavo sdraiato con lo sguardo verso le nuvole. Dopo un po' notai che buffamente, i miei ragionamenti prendevano forma nelle nuvole.
-Eeeh?
-Si non fraintendermi, insomma vedevo che le forme sfuggenti delle nubi portate dal vento, disegnavano come uno spettacolo di ombre cinesi, le immagini che mi venivano alla mente mentre pensavo.
-Scusa, comprendo la rarità del fenomeno e posso intuire cosa lo provochi, ma nel nostro caso? Quello di forme e esseri viventi fra le "pieghe dimensionali"?
-Ci arrivo. Terminate le mie riflessioni, come può fare chiunque, mi alzai per fare una passeggiata, per incontrare qualcuno, per scambiare due chiaccihere insomma.
-Su quanto riflettuto immagino.
-Per niente. Come si fa di solito quando si esce e si va a zonzo. Ed ecco che mentre camminavo per la città, qualcosa cattura la mia attenzione. Una macchina che stava svoltando ad un incrocio con tanto di lampeggiante in funzione, pur rimanendo tale, assunse nei contorni, la figura di... non saprei, un simbolo, una freccia o qualcosa del genere, ma che non svanì passato il mezzo, anzi, prendeva ulteriore significato mentre nella zona ormai da me messa a fuoco, cambiava nel suo vivere normale. Restai di sasso! Non solo l'immagine non era fugace ma via via che l'osservavo pareva un disegno animato che viveva di vita propria.
-Ma cosa stava dicendoti?
-In verità nulla. Come osservare un scena normale di una piazza. Vedi persone che si muovono e fanno azioni, ma non sono dirette a te. Fanno parte di quello che è il contesto normalmente accettato.
La cosa mi lasciò perplesso e per quel giorno non si ripeté. Tornai a casa e ci pensai un po' sù. Il giorno seguente, uscito per le mie attività, il fenomeno si ripresentò. Questa volta riuscì a vedere distintamente persone che si muovevano e avevano un loro filo logico comportamentale, ma che non facevano parte dello scenario della strada che percorrevo. Volgendo lo sguardo altrove, come per scacciare la visione, ecco che vidi animali giocosi che si rincorrevano, poi ancora bambini e così via. Nei giorni successivi fui capace di vedere tali fenomeni anche in casa, con gli amici. Naturalmente visto il mio sguardo assente, mi chiesero cosa c'è. Il problema fu quando descrivendo la cosa, iniziarono a preoccuparsi. Non gli stavo dicendo di un episodio spordadico che normalemnte può capitare quando si rimane sovrapensiero, gli stavo raccontando quello che stavo vedendo. E gli chiedevo come mai loro non vedessero nulla. Ovviamente, visto che la cosa era persistente, alla fine erano spaventati. Arrivò il punto che riuscivo a vedere forme vive fatte di luce, uscenti dagli alimenti, il che assomigliando a dei vermi, mi provocavano il rigetto al cibo.
-Non mangiavi?
-Non quelli da cui vedevo uscire queste cose.
-Non sei andato da un medico per vedere cosa...
-Sì! Preoccupato ebbi anche una visita psichiatrica, nella quale il professionista, dopo avermi ascoltato, mi disse che si tratta di un caso di proiezione inconscia, derivata da riflessioni su massimi sistemi.
-Non capisco.
-In pratica secondo lui, ragionare su enigmi esistenziali, come cercare di spiegarsi logicamente, l'esistenza umana, la vita, l'universo le dimensioni ecc., porta la nostra mente ad un corto circuito di coerenza, cercando di visionare soluzioni ad un mistero assurdo.
-Continuo a non capire, scusami.
-Bhè, come nelle pratiche per raggiungere il vuoto mentale che si cerca nella meditazione, obbligando la mente a ragionare e spiegare questioni assurde ma nel contempo reali, si consegue il rifiuto della stessa a dare interpretazione su quanto sia presente.
-Un esempio, magari?
-Prova obbligare la tua mente che ti dia la risposta sul perchè la vita esista e come sia iniziato il tutto.
-Questo argomento mi pare sia materia di ricerca attuale. Ci sono fior fiore di scienziati impegnati con studi a riguardo. Devo desumere che siano tutti... come dire, un po' pazzi?
-Non sto dicendo di avere un approccio probatorio, ma di darsi una risposta con la logica che può scaturire dalla mente e chiedersi spiegazioni su ogni risposta.
-Scusa, ma è quanto in pratica fanno gli scienziati, dopo aver raggiunto una spiegazione, approfondiscono la questione con ulteriori indagini ed esperimenti.
-Cambio esempio. Cercare di spiegarsi chi sia nato prima, se il maschio o la femmina.
-La scienza ci dice che si tratta dell'evoluzione di strutture molecolari organizzate, che hanno codificato questo sistema atto al mantenimento di una specie stabile.
-E qui si deve obbligare la mente a rispondere come lo abbiano conseguito.
-Ma, ancora è materia di studio attuale. Tramite questo infatti oggi, abbiamo il genoma codificato e tutti i vari ritrovamenti medici.
-Che però, non da la risposta.
-Certo che per il momento non la dà. Sono lì a studiarsi la cosa proprio per questo. E chissà quante cose ancora si possono scoprire e che porteranno beneficio. Si chiama, progresso.
-Si ma nel nostro caso, uno deve insistere finché la mente s'arrende al fatto che non sa spiegarlo.
-Ma scusa, questo è implicito già nella domanda. Se si avesse la risposta non ci sarebbe la ricerca. Si utilizzerebbe la conoscenza acquisita e basta.
-Qui sta il punto, non si tratta di dimostrare niente, si tratta solo di raggiungere il punto in cui la mente, sta lì e non fa più nulla. Solo si può osservare e basta.
-Mi pare che non ci siamo. Gli scienziati per scoprire qualcosa, fanno proprio esperimenti atti alle osservazioni. Senza metterci la logica. Quella arriva dopo, analizzando i dati dell'esperimento. Quando alla fine hanno capito il processo, enunciano la teoria ed in base questa, eseguono ulteriori esperimenti per definirne i contorni in modo che siano reali, concreti e riproducibili.
-Sì! Solo che in questo caso il fine è diverso. Ci basta solo la mente silenziosa, non la risposta. Scusa, non sto cercando di convincerti in qualche pratica oscura, ti sto dicendo cosa ho fatto e cosa ho osservato. Non ho esempi che possano spiegare bene cosa intendesse lo psichiatra. Ricordi? Me li hai chiesti tu per spiegare cosa significasse la sua analisi. Io posso ipotizzare, ma non sono lui e sinceramente mi bastò che la sua diagnosi dicesse che il fenomeno era noto.
-Ah... Ok.
-Passai un brutto periodo. Nel quale mi ritrovai a lottare con i miei pensieri, scacciandoli e voler rivedere le cose normalmente, come sempre.
-Quindi mi dici che il tutto si può solo ricondurre a queste riflessioni, e che la mente gioca brutti scherzi?
-Non lo so. Ad oggi non posso dire di sapere esattamente perchè ebbi quell'esperienze, e nemmeno saprei dire se erano reali, dato che ho appreso a non fidarmi della mente. Se la lasci fare ti fa credere mille e una cosa. Posso solo dire che molte di quelle cose viste, erano in armonia con la vita normale. Sembrava come che le leggi di questa dimensione, siano amalgamate con quella, e che permettessero incredibilmente, vite parallele coesistenti.

Fin qui l'incontro. Naturalmente ho tagliato molta parte del dialogo che protrattosi per parecchio, non poteva essere racchiuso tutto nell'articolo. C'erano parti di vita comune, conversazioni sull'attività svolta, ecc. Ne ho riportata solo la parte inerente all'argomento trattato.

mercoledì 21 ottobre 2009

Tetris

Appassionati...



martedì 25 agosto 2009

Ciucciarsi un gomito

Tempo fa, riportando alcune curiosità che circolano in rete, si scrisse che è impossibile succhiarsi i gomiti. Ebbene, a parte che molti contorsionisti sono in grado di farlo si rimane stupiti al video che ci mostra una performance che non ha niente di contorsionistico anzi, lo fa apparire così normale che viene da chiederci come mai noi non riusciamo a farlo.


Percorsi circolari

Quante volte abbiamo visto in un film, i nostri eroi alla ricerca di qualcosa e che si perdono nei meandri di una selva, un labirinto ecc.? Solitamente uno del gruppo salta fuori con la frase :"Hei! Stiamo girando in tondo". A dir il vero il fatto ci lascia un poco interdetti, tant'è che magari, a pochi sarà capitato di perdersi e di rendersi in conto in seguito di aver percorso in circolo sentieri e cammini.

Certamente pochi saranno abituati a grandi spazi, dove effettivamente la mancanza di punti di riferimento, ci fa proseguire verso una rotta circolare. Dato che difficilmente uno può comprovare quanto ci sia del vero e visti studi di ricerca mirati allo sviluppo di nuovi sistemi di navigazione, studiosi del settore hanno sentito la necessità di comprovare o confutare, questo fatto secondo il quale l'essere umano tende a girare in circolo in assenza di punti di riferimento.

Ecco che un istituto tedesco assieme ad uno francese, hanno mostrato i risultati di un esperimento eseguito su 9 volontari, che avrebbero dovuto percorrere una rotta rettilinea, lasciati alla mercé delle assolate dune di un deserto, in una foresta e variando sulle combinazioni, sole, luna, nubi, per capire il comportamento.

Le rotte tracciate dai GPS segnalatori in possesso dei volontari, hanno evidenziato che quelli in assenza di riferimenti certi, come il sole nascosto dalle nubi, o scarsa illuminazione, eseguono percorsi chiusi al contrario di quelli che o per il sole o una montagna o altro, potevano desumere quale fosse il tracciato retto, confermando così la tendenza alle rotte circolari da parte dell'essere umano.

Secondo gli studiosi, questo comportamento va ricercato nella tendenza dell'essere umano a trovare un equilibrio nel cerchio, parificando le asimmetrie naturali del corpo fisico, che lasciato senza punti di riferimento, deambula usando più la gamba che ha forza inducendo la direzione da seguire.

Una simpatica prova che si può eseguire è entrare in un gran magazzino di vendita, come possono essere Ikea ad esempio, scegliendolo fra quelli che ovviamente non si conoscono, e passarvici un po' di tempo. Si potrà notare che vista la quantità di articoli presenti e le loro similitudini, si tende a perdere l'orientamento e ci si ritrova al punto di partenza dopo aver camminato in circolo.

Non per niente vi sono in questi grandi spazi commerciali, apposite linee che indicano il percorso con cartelli indicatori di posizione di quando in quando. Il problema forse che questi sono messi ad arte per fare un percorso consumistico e difficilmente ci indicano la via più breve per raggiunger l'uscita, ma questo è un altro argomento.

lunedì 24 agosto 2009

Bagni nei fiume; attenti ai Piranha

Vedendo documentari o leggendo articoli su paesi esotici, ci capita sovente, di immaginare forse rabbrividendo un poco, come vivremmo in un ambiente che ospita specie animali predatrici di una certa rilevanza.

Immaginiamo di andare a passeggio per i nostri boschi ed incontrare una tigre, oppure passeggiando nel parco incappare in qualche Lancia di Ferro che ci taglia il passo. Certamente rassicurati che tali animali vivono in zone del pianeta ben distanti dalle nostre e che loro natura, abbisognano di un habitat differente da quello cittadino, scacciamo il pensiero e magari ci facciamo un sorrisino su per la piccola dose di andrenalina che questo ci ha dato.

Eppure, complice il fatto che i viaggi esotici sono alla portata di tutti, non è difficile incappare in specie per niente autoctone, e che nelle nostre lande vi si sono adattate incutendoci perplessità ma a volte, un certo subbuglio. Abbiamo introdotto specie raccolte magari come cuccioli in lidi lontani e o stancati dal possesso o preoccupati per la mole, le abbiamo messe in libertà nelle zone a noi riservate. Come ad esempio le tartarughine così simpatiche finchè piccole e nuotanti vivaci del nostro acquario, ma decisamente imbarazzanti quando raggiungono una certa dimensione; la soluzione? Immetterle in qualche laghetto comunale ignorando che originarie del Canada, questa specie è carnivora e voracissima, ed in breve fanno festa degli animali presenti da tempo come adorno dei nostri parchi.

Che dire delle nutrie, la cui comparsa nei nostri territori rimane un mistero se non assumendo a volte punte preoccupanti laddove il numero di questi animali raggiunge il limite e la loro sopravvivenza li vede a caccia di risorse che non erano dedicate al loro mantenimento.

Ma alla stupidità umana non c'è limite; complici trasportatori frettolosi di denaro, attraverso navi e camion, abbiamo importato specie moleste: zanzara tigre, api sudafricane, ecc. E che fare degli esotici e alquanto ingombranti pesci dell'acquario, quando questi raggiungono dimensioni che preoccupano il portafogli? Li gettiamo nei fiumi.

Immaginate la faccia del pescatore che, incuriosito dalla specie a lui ignota, si sente rispondere dall'ufficio tecnico interperllato di aver colto all'amo un grosso esemplare di piranha.

Il "Pygocentrus Nattereri" è un pesce d'acqua dolce, che vive solitamente nei grandi bacini idrici dell'America del Sud, come il Rio delle Amazzoni ed i fiumi del Paraguay. Il Piranha rosso è un vorace cacciatore, che si ciba di svariate creature, come insetti, vermi, crostacei, pesci, mammiferi e uccelli, ma non disdegna bersagli di grossi dimensioni. Il pesce forma assieme ai suoi simili dei branchi numerosi, che attaccano le loro vittime utilizzando una particolare tecnica detta fullblown: circondano il bersaglio, indebolendolo e facendolo poi a pezzi utilizzando i denti affilati.

Il nome di questo animale deriva dalla lingua guaranì, che composto da due parole "pira" e "nha" significa proprio, pesce cattivo. Trovarselo nel nostro fiume Po, da da pensare. La mole dell'animale ci fa presumere che la sua vita fosse tranquilla e per niente carente di alimento. Inoltre dove c'è ne uno, possono essercene altri. Questi animali infatti, solitamente vivono in branchi come del resto tutti i pesci e se l'incauto possessore stufo di tenerli in acquario, li ha liberati in toto magari con esemplari maschio femmina, potremo trovarci in futuro, in situazioni non del tutto allegre.

mercoledì 12 agosto 2009

Guidare in Europa

La patente oramai, ci permette di condurre i nostri automezzi su tutte le strade d'Europa. Il che se per un verso è una libertà, ci ha fatto credere che le regole e il codice della strada siano uguali in tutti i paesi. Ci si preoccupa, di solito, di informarsi sui limiti di velocità, sul tasso alcolico consentito o sulle norme relative alle assicurazioni, per il resto poi, si conduce come si è abituati.

Esistono però consuetudini e norme di comportamento conosciute solo dai 'locali' che rischiano di tramutarsi in trabocchetti, in alcuni casi anche molto pericolosi.

In Inghilterra, ad esempio, guai a segnalare con il lampeggio dei fari l'avvicinamento ad un incrocio dove si ha la precedenza. Questo gesto, familiare ai nostri automobilisti, per gli inglesi significa invece 'passa pure' ed è molto spesso all'origine di incidenti tra auto locali e auto guidate da italiani.

In Svezia e in generale nei Paesi scandinavi è invece assolutamente sconsigliato avvicinarsi troppo all'auto che ci precede: il non mantenere la distanza di sicurezza vale come una minaccia all'incolumità dell'automobilista locale, il quale ha il diritto di telefonare alla Polizia e di denunciare il comportamento minaccioso e pericoloso del turista.

La stessa cosa vale in Germania per il lampeggio nello specchietto: chi sopraggiunge alle spalle non deve mai chiedere strada con il classico colpo di fari, un gesto che anche per i tedeschi è assimilabile alla minaccia. Più si insiste con le luci e meno l'automobilista tedesco si sposta! Ed anche in questo caso chi si sente 'vessato' ha il diritto di chiamare con il cellulare la Polizia segnalando il numero di targa dell'aggressore.

Per chiedere strada ad un automobilista tedesco (e la cosa funziona anche in Italia), ma anche ad un austriaco, un olandese ed ai guidatori di alcuni Paesi dell'Est basta, invece, invece, inserire il lampeggiatore dal lato del sorpasso: la luce arancione fa solitamente il miracolo e l'auto rientra appena possibile.

Questo comportamento virtuoso ha però un risvolto negativo: sulle autostrade tedesche mettere il lampeggiatore per sorpassare, uscendo dalla corsia di marcia, significa: 'esco' e non 'vorrei uscire'. Anche in Francia c'é un gioco di fari molto pericoloso: quello cioé che si fa dalle nostre parti per segnalare, con un lampeggio, a chi viaggia in senso opposto la presenza di una pattuglia della Polizia.

Sulle strade statali francesi sono frequentissime le auto civetta, difficilmente distinguibili (se non per la presenza nel muso e nella coda dei sensori per rilevare le infrazioni sui limiti) da quelle dei civili. Ed una 'spiata' può comportare una denuncia molto pesante.

Chi, al volante della propria auto, ha come destinazione Parigi e, in generale, una delle altre grandi città francesi, deve poi conoscere una regola 'non scritta' che vale sulle autostrade urbane e, in caso di code, anche su quelle extraurbane: le moto sfilano nel traffico in un varco lasciato tra la corsia di marcia centrale e quella di sorpasso, con le auto che si spostano verso i rispettivi margini esterni. Chi lo fa spesso riceve il ringraziamento del motard (un cenno con il piede destro o con le dita della mano) ma chi non lo fa corre anche il rischio di essere colpito sulla carrozzeria con i pesanti stivali dei motociclisti meno accomodanti.

lunedì 10 agosto 2009

I piccioni nelle città

Il segno più tangibile della loro presenza e una fila di macchie biancastre che si snoda lungo il marciapiede. Noi camminiamo sulla strada. I piccioni la usano come servizio. E poi razzolano la terra, mendicano briciole correndo a dietro alle persone, sembrano sempre sporchi. Per di più inclinano la testa e la muovono a scatti con un atteggiamento che non e difficile definire "da stupido".

E, nonostante siano tra i pochi animali che ancora restano in città, non li amiamo. Dopo i topi, sono gli animali più diffusi nei centri urbani. Ce ne sono 16 mila a Pisa, 40 mila a Bologna, 100 mila a Venezia. Si raccolgono in particolare nelle piazze, dove formano veri e propri assembramenti. A Milano, in piazza del Duomo ne hanno contati 8 mila.

Negli ultimi hanno hanno fatto persino scattare l'allarme sanitario. I piccioni hanno le zecche e trasmettono all'uomo salmonella (un batterio), toxoplasma (un protozoo) e criptococco, un lievito che provoca gravi infezioni nelle persone che hanno un debole sistema immunitario.

C'è però il rovescio della medaglia. L'animale dall'aspetto insignificante e un po' irritante nasconde uno dei principali protagonisti delle ricerche di neurobiologia, fisiologia sensoriale, etologia, psicofisica e psicologia comparata.

I piccioni hanno per esempio permesso di scoprire che la capacità di compiere associazioni non è una caratteristica esclusivamente umana.

Come altri animali imparano per apprendimento meccanico, e cioé se ricevono un premio quando fanno l'azione che gli viene richiesta. Per esempio dare un colpo di becco sopra a un simbolo a forma di albero. Però sanno andare anche oltre. Sono in grado di individuare l'albero anche quando l'immagine che viene presentata ha una forma diversa dal simbolo con cui ricevano il premio. E non solo: lo riconoscono in mezzo a centinaia di altre immagini, che tra l'altro memorizzano e ricordano anche a diversi mesi di distanza. Il che significa che il loro cervello crea una categoria mentale (l'albero) che permette di applicare il concetto anche se ci sono delle variazioni sul tema. Esattamente come facciamo noi.

Si potrebbe obiettare: gli alberi sono particolarmente importanti per i piccioni che, originariamente, erano uccelli migratori. Cosa accadrebbe invece se gli venissero proposte forme diverse? Sono state fatte prove con altri soggetti e persino con lettere e numeri, simboli astratti. I piccioni non hanno mai sbagliato. Con un po¹ di allenamento sono stati persino capaci di individuare uno stile, distinguendo un quadro cubista (Picasso)da uno impressionista (Monet).

La loro capacità di riconoscere i luoghi è stata semmai sfruttata per verificare come mai i piccioni viaggiatori riescano sempre, o quasi, a fare ritorno a casa. In realtà si è scoperto che più che sull'osservazione del paesaggio, si basano su quella della posizione del sole rispetto all'orizzonte. La confrontano con una sorta di orologio interno. In praticano sanno che se è mattino il sole deve essere a est. Quando il cielo è coperto si aiutano invece con la bussola: rilevano le variazioni del campo magnetico terrestre. Infine usano il naso: costruiscono mappe olfattive che si basano sia sugli odori sia sulla direzione dei venti dominanti. Ovvero: imparano che con lo scirocco che arriva da sud arrivano profumi diversi da quelli che viaggiano con la brezza del nord.

Le soprese non sono finite: i piccioni non sono solo delle teste. Hanno anche un cuore. In un mondo popolato da animali che praticano il sesso libero, sono rigorosamente monogami, e fedeli per tutta la vita. Il piccione maschio impiega parecchio tempo per scegliere la compagna. E la corteggia a lungo. Quando lei accetta le attenzioni del partner, il maschio si avvicina e le becchetta testa e collo. Se lei lo imita è fatta: significa che i due possono "fidanzarsi". Di accoppiamento infatti non si parla finché la coppia non si reputa stabile: deve passare almeno una settimana. A quel punto è la femmina a prendere l'iniziativa: inizia a becchettare il maschio vicino al becco. Lui le offre del cibo e glielo infila direttamente nel becco, proprio come si fa con i pulcini. È una dimostrazione importante: significa che è capace di prendersi cura anche dei figli.

Preoccupato per l'eventualità che la femmina si conceda delle scappatelle, il maschio fa la guardia per tutto il periodo successivo. E se la vede avvicinarsi ad altri maschi interviene, beccandola sulla nuca. La femmina non è per nulla infastidita. Anzi: con un protettore così solerte può andarsene in giro a cercare cibo senza temere l¹assalto di amanti indesiderati.

Dopo una ventina di giorni nascono i piccoli. I piccioni sono ottimi genitori: mamma e papà si alternano alla cova e producono, entrambi, il latte di piccione, una secrezione biancastra che serve per nutrire i pulcini. È una sostanza che contiene molte proteine e, proprio come il latte dei mammiferi, ricca di immunoglobuline. Viene prodotta dal gozzo.

I piccoli vengono alimentati esclusivamente con il latte per dieci giorni. Poi vengono svezzati. Con semi, chiocciole, vermi, larve di insetti e pane. Per il resto della loro vita sarà l¹uomo il loro principale fornitore di cibo. Un piccione adulto ha bisogno di 30 grammi al giorno di cibo secco, e di un bicchiere (90 grammi) di acqua.

Se la gente non li nutrisse il loro numero crollerebbe vertiginosamente: evidentemente, nonostante la loro cattiva fama, vengono aiutati. Risultato: c'è sovrappopolazione. Non dovrebbero essere più di 300 per chilometro quadrato, calcolano gli esperti. A Venezia,
dove sono ormai parte integrante del paesaggio, la densità è 10 volte di più di quella accettabile.

Ma con il cane e il gatto i piccioni sono stati tra i primi animali addomesticati dall¹uomo. Le tracce più antiche risalgono al Neolitico (8 mila anni fa). E piccioni di città sono figli e nipoti di piccioni viaggiatori che hanno smesso di lavorare, esemplari scampati al tiro a volo, piccioni da carne fuggiti dagli allevamenti. I loro parenti più stretti sono i piccioni selvatici (Columba livia), con cui ancora si incrociano e fanno figli, e che di tanto in tanto abbandonano la natura per avvicinarsi all'uomo. E ora di interrompere la convivenza? Non è detto. "Il rapporto con i piccioni si può recuperare, senza rischi per loro o per noi", dice Emilio Baldaccini, direttore del dipartimento di ccccc, di Pisa. Ma sarebbe meglio sospendere i rifornimenti.

domenica 2 agosto 2009

Stranezze della leucodermia

Denominato CAT-BOY, Nong Youhui dal sud della Cina ha confuso gli scienziati con la sua bizzarra capacità di vedere nel buo più pesto, con i suoi occhi gialli che effettivamente creano un bagliore nel buio!

Avere gli occhi giallo-luminoso in Cina è sicuramente abbastanza strano, ma Ling, il papà di Nong Youhui temeva che ci sia qualcosa di profondo e oscuro.

"Mi hanno detto che durante lo sviluppo i suoi occhi diventeranno neri come la maggior parte dei cinesi, ma non ci ho mai creduto", ha detto Ling.

Il ragazzo è stato sottoposto a una serie di esami medici, i quali sono stati condotti in condizioni di buio assoluto e i risultati hanno indicato che in effetti ha la capacità di leggere perfettamente al buio e di vedere chiaramente, come la maggior parte delle persone durante il giorno.

Gli esperti ritengono che il bambino è nato con una condizione cronica nota come leucodermia (chiamata anche Vitiligine), che è caratterizzata da macchie o bande di pelle non pigmentata.

L'esatta causa della leucodermia è molto complessa e non pienamente compresa. E 'noto che, a seguito di questa patologia, gli occhi sono più sensibili alla luce e senza più lo strato protettivo di pigmento.

Se questa bizzarra anomalia causa una visione simile a quella attribuita a felini, si possono sollevare dei quesiti circa lo stadio evolutivo dell'uomo. Siamo ancora in fase di costruzione? Si potrebbe chiedere a CAT-BOY, ma siamo certi che conosce la risposta?

martedì 7 luglio 2009

L'odore della paura

La paura si sente a naso. Questa fortissima emozione è associata a un particolare odore avvertibile dal naso umano. Sembra anche che questo odore del terrore sia contagioso e questo spiega, in parte, perchè in un gruppo in pericolo si diffonda rapidamente il panico generalizzato.

A fare questa scoperta è stato un gruppo di studiosi dell'Università di Dusseldorf, in Germania, che ha pubblicato uno studio sulla rivista “Plos One”.
Per giungere alla conclusione che siamo capaci di sentire l'odore della paura, gli studiosi hanno considerato due gruppi di studenti, inserendo sotto le ascelle di tutti loro del cotone assorbente.

Il primo gruppo avrebbe dovuto sostenere un esame orale in un breve lasso di tempo, mentre il secondo insieme di persone doveva solo svolgere un'ora di esercizio fisico.

Bettina Pause, una delle ricercatrici coinvolte nell'esperimento, spiega che, in seguito, è stato chiesto ai volontari di annusare i tamponi di cotone, imbevutisi di sudore, mentre gli studiosi rilevavano le reazioni del loro cervello agli odori percepiti tramite l'esame della risonanza magnetica funzionale.

Il risultato ottenuto ha indicato che nessuno dei volontari ha individuato a livello cosciente una differenza tra il sudore di chi doveva sostenere l'esame e di aveva semplicemente fatto sport, ma il loro cervello era, invece, perfettamente in grado di distinguere la differenza tra i due tipi di sudorazione con i propri rispettivi odori.
Dunque, seppur a livello inconscio, il nostro naso ci fa percepire la paura nostra e di chi ci è accanto.

Questa scoperta conferma, secondo i ricercatori tedeschi, che l'olfatto umano è molto più sensibile di quanto finora si pensasse e spiega perchè le sensazioni di panico si diffondano rapidamente in gruppo dove alcuni individui sono particolarmente impauriti.

Gli studiosi ritengono che il sudore di una persona terrorizzata contenga sostanze chimiche particolari che conferiscono a esso un odore peculiare, diverso da quello di una persona tranquilla. Questo “sudore della paura” è in grado di attivare reazioni di timore anche in chi è accanto alla persona impaurita.

Le aree cerebrali attivate dall'odore della paura sono quelle connesse con le emozioni sociali e con l'empatia, cioè l'insula, la corteccia cingolata e il giro fusiforme. Responsabili della percezione olfattiva inconscia del senso di timore sono i ferormoni, sostanze rilasciate nella sudorazione che segnalano a chi ci sta accanto quali emozioni stiamo provando: è noto che queste molecole odorose sono implicate nel gioco della seduzione tra un uomo e una donna, facendo percepire all'altro se e quanto siamo attratti da lui o da lei.

Scoperto nel sudore maschile l'odore della paura. Un 'elisir' in grado di influenzare le donne alle prese con estranei dai volti ambigui, spingendole a giudicarli pericolosi. Di fronte a una minaccia molti animali rilasciano sostanze chimiche, una sorta di segnale di avvertimento destinato ai componenti della propria specie, che reagiscono di conseguenza. Gli psicologi della Rice University, diretti da Denise Chen e finanziati dai National Institutes of Health americani, sono partiti dall'idea che un fenomeno simile si verificasse anche nell'uomo: nel sudore, dicono, restano tracce chiare della paura provata da un soggetto.

Ma dal momento che il sistema di percezione umano coinvolge spesso più di un senso, gli studiosi hanno cercato di capire se anche l'odore della paura funzionasse in questo modo. Così la Chen e il suo team hanno raccolto diligentemente campioni di 'sudore pieno di paura' da alcuni volontari maschi. E questo grazie a speciali cerotti, applicati sotto le ascelle dei soggetti, mentre questi guardavano film terrorizzanti. Più tardi alcune volontarie sono state esposte alle sostanze chimiche presenti nel 'sudore pauroso': praticamente gli scienziati hanno piazzato sotto le narici delle 'cavie' in rosa garze impregnate ad hoc.

Poco dopo i ricercatori hanno fatto scorrere davanti agli occhi delle volontarie alcune immagini di volti che avevano un'aria felice, ambigua o paurosa. Le donne dovevano giudicare l'espressione dei volti di volta in volta, premendo dei tasti del pc. Ebbene, il fatto di avere sotto il naso l'odore della paura maschile, ha spinto le donne verso un'interpretazione più timorosa dei volti: le volontarie erano più inclini a giudicare un'espressione paurosa, ma solo quando questa in realtà era ambigua.

Insomma, l'effetto-allarme dell'odore maschile svaniva nel caso in cui le emozioni facciali erano più chiare. Secondo Chen, un'emozione rilevata da un senso modula la maniera in cui questa viene percepita attraverso un altro, specie se si tratta di un segnale ambiguo. Per dirla in un altro modo, i nostri sensi sono intrecciati e interagiscono fra di loro. Nel caso dell'olfatto questo avviene in modo 'sotterraneo', e spesso senza che ce ne rendiamo conto.

"Il nostro studio fornisce la prova che il sudore umano contiene significati emozionali - spiega Chen - e dimostra anche che l'olfatto interagisce con la vista in modo specifico, quando si tratta di emozioni". Dal momento che gli esseri umani hanno sviluppato al massimo vista e udito, la funzione dell'olfatto nell'uomo resta ancora in gran parte enigmatica. "Questo senso - conclude la ricercatrice - guida la nostra percezione sociale quando i sensi più 'dominanti' sono nel dubbio o indeboliti".

mercoledì 24 giugno 2009

Forse non tutti sanno che...


…che è impossibile succhiarsi il gomito.

…che la Coca Cola era originariamente verde.

…che è possibile fare salire le scale ad una vacca ma non fargliele scendere.

…che il verso di un’anatra (Quac, quac) non fa eco e nessuno sa perchè.

…che ogni re delle carte rappresenta un grande re della storia:

- Picche: Re David.

- Fiori: Alessandro Magno.

- Cuori: Carlomagno.

- Quadri: Giulio Cesare.

…che multiplicando 111.111.111 x 111.111.111 si ottiene 12.345.678.987.654.321.

…che se una statua nel parco di una persona a cavallo ha due piedi per aria, la persona è morta in combattimento, se il cavallo ha una delle zampe anteriori alzate, la persona è morta in seguito ad una ferita inferta combattimento, se il cavallo ha le quattro zampe per terra, la persona è morta per cause naturali.

…che il nome Jeep viene dall’abbreviazione dell’esercito americano auto per le General Purpose cioè G.P. pronunciato in inglese.

…che è impossibile starnutire con gli occhi aperti.

…che i destri vivono in media nove anni più dei mancini.

…che lo scarafaggio può vivere nove giorni senza la sua testa, prima di morire … di fame.

…che gli elefanti sono gli unici animali del creato che non possono saltare (per fortuna).

…che una persona normale ride circa 15 volte al giorno.

…che la parola cimitero proviene dal greco koimetirion che significa:dormitorio.

…che nell’antica Inghilterra la gente non poteva fare sesso senza il consenso del Re (a meno che non si trattasse di un membro della famiglia reale). Quando la gente voleva un figlio doveva chiedere il permesso al Re, il quale consegnava una targhetta che dovevano appendere fuori dalla porta mentre avevano rapporti. La targhetta diceva Fornication Under Consent of the King (F.U.C.K.).Questa è l’origine della parola.

…che durante la guerra di secessione, quando tornavano le truppe ai loro quartieri senza avere nessun caduto, mettevano su una grande lavagna 0 Killed (zero morti). Da qui proviene l’espressione O.K. per dire tutto bene.

…che nel Nuovo Testamento nel libro di San Matteo dice che è più difficile che un un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli. Il problema è che san Geronimo, il traduttore del testo, interpretó la parola Kamelos come cammello, quando in realtà in greco Kamelos è quel cavo d’ormeggio utilizzato per legare le barche ai moli. In definitiva il senso della frase è lo stesso ma quale vi sembra più coerente?

….che quando i conquistatori inglesi arrivarono in Australia, si spaventarono nel vedere degli strani animali che facevano salti incredibili. Chiamarono immediatamente uno del luogo (gli indigeni australiani erano estremamente pacifici) e cercarono di fare domande con i gesti.

Sentendo che l’indigeno diceva sempre Kan Ghu Ru adottarono il vocabolo inglese kangaroo(canguro). I linguisti determinarono dopo ricerche che il significato di quello che gli indigeni volevano dire era Non vi capisco.



martedì 23 giugno 2009

Curare la pelle, in modo insolito

Sebbene ammirato per secoli in Giappone per la bellezza della sua melodia spirituale, il nobile usignuolo è conosciuto per qualcosa di diverso, che potrebbe risultare un po 'sorprendente, e non è per i deboli di cuore.

I suoi escrementi sono un prezioso trattamento viso e cosmetici in Giappone. Conosciuti con il nome di "Uguisu No Fun" il termine deriva dal nome dell'uccello. Sin dai tempi antichi le donne giapponesi hanno mantenuto la loro pelle di seta bianca e brillante e capelli setosi con prodotti naturali creati dalla cacca di questo incredibile animaletto.

Il guano (una parola Incas che significa escrementi di uccelli marini), dell'usignuolo è una bella e quasi inodore polvere che viene mescolata a formare una pasta. Questa pasta viene poi applicata come una maschera di bellezza. Il risultato è fulmineo e provoca l'immediata lisciatura della carnagione del viso, che lascia la sensazione di pelle morbida e nutrita.

Tramandato da una generazione all'altra, con tutta l'attenzione e l'amore di una nobile famiglia giapponese, questo prodotto è oggi molto usato in Giappone, come lo è stato nei secoli passati.

giovedì 18 giugno 2009

La city car ad idrogeno

Di Salvatore Lioce

Si chiama Riversimple Urban Car ed è un'auto a idrogeno. Fin qui nulla di tanto speciale perché la maggior parte dei grandi costruttori (GM, Mercedes, BMW, Honda...) ne ha una. Ma la novità di questa auto appena presentata in Inghilterra da un gruppo di ingegneri fra cui c'è Sebastian Piech, nipote di Ferdinand Porsche (proprio lui...) è che è una city car, al contrario delle altre "colleghe" alimentate a idrogeno che invece hanno bisogno di una struttura voluminosa che consenta di ospitare le fuel cell e le batterie.

Pesa infatti solo 350 kg grazie ad una carrozzeria in materiali compositi, ha 2 posti ed è grande più o meno come una Smart. E' mossa però da quattro motori elettrici posizionati in ogni ruota che sono alimentati da un sistema di celle di combustibile di solo 6kW, sufficienti però a farle raggiungere 80 km/h e una autonomia di circa 330 km, cioè oltre 100 km con un litro di idrogeno. Il tutto emettendo solo vapore acqueo.


La Riversimple Urban Car non verrà venduta, ma ceduta con una formula di leasing comprensivo di rifornimento ed eventuali riparazioni ad un canone di circa 200 sterline al mese. Ma il fatto ancora più rivoluzionario è che, a differenza di tutti gli altri costruttori, il team di Riversimple vuole competitors. Una volta approntata l'auto nella sua veste definitiva i disegni verranno pubblicati sulla piattaforma della 40 Fires Foundation secondo la filosofia open source.

Così altri costruttori di ogni parte del mondo potranno replicare la Urban Car adattandola alle proprie esigenze e migliorando il migliorabile. Ci vorrà ancora qualche anno però per vederla su strada. Nel 2010 una decina di prototipi verranno impiegati in Inghilterra per una serie di test, ma la squadra di Riversimple conta già di essere pronta per la commercializzazione già nel 2013.

Un tempo piuttosto breve, considerando che i costruttori tradizionali sostengono per la maggior parte che le auto a idrogeno saranno pronte almeno fra 10 anni...

Impatto annunciato, cioè no, scusate il disturbo

È la più grande minaccia per il nostro pianeta: il 13 aprile del 2036 - la domenica di Pasqua - l'asteroide "Apophis" entrerà nell'orbita terrestre. Avrà una probabilità dello 0,2 per cento di schiantarsi contro il nostro pianeta.

Sembra poco, ma non si sa mai. Lo ha calcolato un ragazzino di 13 anni di Potsdam, in Germania. Secondo le formule matematiche del giovane Nico Marquardt, la Nasa ha sbagliato - e non di poco - le sue previsioni sulla possibile collisione dell'asteroide con la Terra: per il giovane tedesco la probabilità d'impatto è una su 450 e non una su 45 mila.

Il tam tam mediatico si è scatenato dopo la notizia che anche la Nasa aveva dato ragione al giovane. Ma successivamente è arrivata una secca smentita: «Non abbiamo avuto nessun contatto con lui».

ASTEROIDE KILLER - Troppo tardi. La notizia del "ragazzino che ha beffato la Nasa", era prevedibile, ha fatto il giro del mondo in queste ultime due settimane. Il pericoloso asteroide, dal diametro di 320 metri e dal peso di diverse decine di milioni di tonnellate, potrebbe colpire la Terra tra 28 anni con maggiore probabilità di quella calcolata dagli esperti dell'agenzia statunitense, assicura il giovane Nico Marquardt, piccolo genio del ginnasio di Humboldt che ha osservato e fotografato l'asteroide col telescopio dell'istituto di astrofisica di Potsdam (AIP), a Babelsberg.

La traiettoria di Apophis potrebbe venire modificata a causa di uno scontro con uno dei migliaia di satelliti che gravitano intorno al nostro pianeta, ha scritto lo studente nel progetto scolastico sull' "Asteroide killer", vincitore tra l'altro di un premio speciale al recente concorso tedesco riservato ai giovani ricercatori "Jugend forscht".

CATASTROFE - L'incredibile storia è stata raccontata dal quotidiano Potsdamer Neueste Nachrichten. «Nello scontro con la Terra si libererebbe l'energia di 65 mila bombe nucleari come quella che distrusse Hiroshima nel 1945. Morirebbero milioni di persone; una fitta polvere coprirebbe il cielo per anni; un gigantesco tsunami scaturito nell'Oceano Atlantico allagherebbe parti della Terra«, ha raccontato Nico al giornale. L'adolescente sogna di poter, un giorno, lavorare proprio alla Nasa.

CLAMORE - Ma una certezza sulle probabilità per le quali il gigantesco asteroide fatto di iridio e ferro cada sulla Terra si avrà solo nel 2029, quando passerà a soli 32.500 km dal nostro pianeta. Secono l'agenzia europea Esa «le probabilità che questo colpisca la Terra restano remote, e il rischio che colpisca uno dei 35.880 satelliti geostazionari è vanificato dalla traiettoria che segue».

CALCOLI - Gli scienziati che studiano i cosiddetti asteroidi Neo (Near-Earth Objects, cioè gli oggetti che passano vicino alla Terra) hanno ribadito alle reti televisive americane che «le stime del probabile impatto di Apophis restano 1 su 45.000», negando infine di aver mai dato credito alle teorie del giovane Nico Marquardt.

Come ha fatto il nostro giovane ricercatore ad arrivare ad un risultato di due ordini di grandezza diverso da quello della NASA?

La risposta, in breve, è che egli ha preso una clamorosa cantonata. Il blog Cosmos4U ha fatto qualche indagine ed ha scoperto come sono andate davvero le cose.

Lo scienziato tedesco Frank Spahn è un esperto di meccanica celeste che ha conferito personalmente con Nico: il ragazzo ha ritenuto che l’impatto con un satellite geostazionario per telecomunicazioni possa alterare la traiettoria dell’asteroide fino a farla collidere con la Terra.

Ci sono due motivi per cui questo non può accadere: primo, la probabilità di impatto con un satellite è ancora più minuscola di quella di un impatto con la Terra; secondo – e fondamentale – la massa di Apohis è di parecchi milioni di tonnellate, mentre quella di un tipico satellite geostazionario è di circa una tonnellata – insufficiente a causare la minima variazione di traiettoria.

Non è nemmeno vero che la NASA abbia inizialmente accolto la “correzione” ai propri calcoli: la posizione dell’ente è sempre stata quella di non avere conferito con Marquardt e di considerare i propri dati e calcoli come quelli accurati. I media tedeschi e poi quelli italiani che hanno copiato la notizia, non si sono nemmeno presi la briga di contattare la NASA per chiedere chiarimenti.

Personalmente, non ho niente contro Marquardt: capita a tutti di prendere cantonate, figurarsi ai giovinetti entusiasti ma inesperti.

I media (e pure i giudici del concorso per giovani ricercatori che Nico ha vinto) invece dimostrano ancora una volta di non sapere nemmeno da che parte iniziare per fare informazione scientifica di qualità, e di essere proni a prendere per vere le affermazioni più assurde e strampalate.

martedì 9 giugno 2009

Bestie anomali sulle spiaggie

L’identità di questa creatura, che risulta essere emersa dal mare di New York il mese scorso, ha affascinato la blogosfera e divide gli zoologi.

L’essere, soprannominato Montauk Monster a Long Island Resort dove è stato scoperto, ha peli, denti taglienti e ciò che sembra essere un becco.

Una foto dell’essere è apparsa sul sito web gossip Gawker all’inizio di questa settimana sotto il titolo “Dead Monster Montauk”, e la storia da allora è stata ripresa dalle reti tv di Fox News e CNN.

Una donna che sostiene di aver preso la foto originale sulla spiaggia di Montauk il 12 luglio dice che non aveva alcuna idea di cosa fosse la creatura.

“Eravamo alla ricerca di un posto per sederci, quando abbiamo visto alcune persone guardare qualcosa”, ha detto Hewitt Jenna.

“Siamo rimasti stupiti”, ha aggiunto: “stupiti e sconcertati”.

Altre persone del luogo hanno visto l’animale prima che sparisse.
Molti commentatori di blog hanno riconsciuto l’essere come cane, orsetto lavatore, tartaruga marina senza guscio.

Un cane non può essere perchè ha un becco come cavità nasale.

Una prima teoria è che l’immagine potrebbe essere un falso prodotto come parte di una campagna di marketing.

Michael Meehan, un cameriere del ristorante sulla spiaggia di Montauk sostiene di aver visto la bestia, ha detto che è stato chiamato il veterinaio, ma altri dicono che è stato rimosso prima che fosse arrivato.

“Ho visto un ragazzo che si è caricato l’essere in braccio e se ne è andato con esso.”, ha detto la sig.ra Hewitt di New York intervistata. “Egli ha detto: ‘Me lo porto a casa e vado ad appenderlo al muro.’”

Antimateria dall'oro

Basta un piccolo campione di oro delle dimensioni della capocchia di uno spillo, un fascio laser che incide su di esso che improvvisamente appaiono più di 100 miliardi di particelle di antimateria, in particolare positroni, che fuoriescono in un getto di plasma di forma conica.

È questa, in breve, la descrizione di una risultato ottenuto presso i Laboratori Livermore, negli Stati Uniti, che aprono la strada alla produzione di una enorme quantità di antimateria anche in laboratori di piccole dimensioni e alle ricerche sui fenomeni astrofisici come i buchi neri e i burst di raggi gamma senza apparati giganteschi e dai costi esorbitanti.

“Abbiamo rivelato molta più antimateria di chiunque altro finora in un esperimento laser”, ha spiegato Hui Chen, ricercatore del Livermore che ha guidato lo studio. “Oltre a ciò abbiamo dimostrato la possibilità di produrre un significativo numero di positroni utilizzando un laser a impulsi brevi.”

Chen e colleghi infatti hanno utilizzato un laser in grado di produrre un fascio estremamente intenso ma a impulsi estremamente brevi per colpire un bersaglio di oro di un millimetro di lato.

Nell’esperimento, il laser ionizza e accelera gli elettroni, che vengono indirizzati contro il bersaglio di oro. Sulla loro traiettoria, gli elettroni interagiscono con i nuclei d’oro. In seguito a un'ulteriore complessa interazione si producono i positroni, che rappresentano l’antimateria degli elettroni.

Le particelle di antimateria sono annichilate quasi istantaneamente al contatto con la materia e convertite in raggi gamma. Tuttavia, prima che avvenga l’annichilazione, i positroni si comportano, per molti aspetti, come elettroni che possono essere facilmente rivelati con strumenti come gli spettrometri.

lunedì 8 giugno 2009

Nuvole bizzarre in cielo

Mesi fa si postò una articoletto riferito alle strane conformazioni che possono assumere le nubi in cielo. Oggi si aggiunge una rara formazione, che lascia perplessi persino gli esperti del settore.

Forse si chiamerà ‘Asperatus’è un nuovo tipo di nuvola avvistato dai meteorologi di tutto il mondo, erano ormai 50 anni che non veniva notato nulla di nuovo tra le forme delle nuvole.

Le notizie più attendibili sugeriscono che di solito non annunciano tempeste ne fenomeni inaspettati, certo è che non si erano mai viste prima, è veramente un mistero metereologico!



Volare, volare; ma ci si può fidare?

Si diceva appunto poco fa, che alcune cose non quadrano; vediamone alcune:

Grave problema a misuratori velocità. Il Bureau d'Enquetes et d'Analyses, nella ricostruzione fatta oggi, ha parlato di un problema nel sistema che misura la velocità, che potrebbe avere indotto i piloti dell'Airbus 330 a disinserire il pilota automatico per riportare il velivolo ad una velocità adeguata. I piloti potrebbero aver deciso di spingere il motore al massimo e poi di scendere in picchiata, nel tentativo di recuperare velocità. Tuttavia, non avendo indicazioni corrette, avrebbero raggiunto una velocità eccessiva provocando un cedimento strutturale che ha fatto precipitare l'aereo.

Il Bea ha così ipotizzato «programmi di sostituzione e miglioramento dei misuratori di velocità» degli aerei Airbus A330, che hanno conosciuto «un certo numero di guasti». Il riferimento, rileva un tecnico aeronautico, è molto probabilmente alle sonde che rilevano la velocità dell'aereo: sono i tubi di Pitot (dal nome del fisico francese, Henri Pitot, che li ha inventati) e si trovano all'esterno del velivolo, dove rilevano la misura della velocità. Quando la temperatura esterna è molto bassa è indispensabile che questi sensori siano riscaldati perché continuino a funzionare correttamente, inviando dati corretti all'indicatore di velocità che viene letto dal pilota. Quando questo non avviene può formarsi del ghiaccio che compromette il funzionamento dei sensori.

«Se l'impianto è difettoso - rileva il tecnico - si può formare del ghiaccio e di conseguenza il segnale di velocità non corrisponde più alla velocità effettiva». Un problema che probabilmente è stato segnalato da uno dei 24 messaggi automatici Acars inviati dal velivolo prima che se ne perdessero le tracce. «A fronte di una situazione del genere - ha osservato il tecnico - i piloti potrebbero aver reagito con manovre che potrebbero essere oggetto di ulteriori analisi». Ad esempio, dalle dichiarazioni fatte dalla Bea, si potrebbe dedurre che il pilota automatico è stato disinserito. Una possibilità, questa, che secondo il tecnico «può essere prevista da procedure standard», o «dovuta all'esigenza dei piloti di gestire in modo più efficace una situazione in atto». I piloti potrebbero quindi aver tentato di recuperare velocità spingendo i motori al massimo e poi, per acquistare ulteriormente velocità, potrebbero essere andati giù in picchiata. Ma a quel punto, sempre a causa di assenza di informazioni corrette, potrebbero aver spinto l'aereo ad una velocità eccessiva provocando un cedimento strutturale e il disastro.

Air France ha annunciato stasera di aver "accelerato" la sostituzione su tutti gli Airbus A-330 e A-340 la "sonda anemometrica" (o tubo di Pitot), cioè il sensore che consente di misurare la velocità dell'aereo. La compagnia ha tuttavia precisato che la decisione non ha un legame con il disastro all'A-330 Rio de Janeiro-Parigi. Air France spiega che «difetti di funzionamento» sono stati riscontrati su dei sensori di velocità sugli Airbus A-320, che assorbono l'umidità, falsando a volte i dati.

L'Airbus nel settembre 2007 aveva raccomandato alle compagnie di procedere alla sostituzione dei sensori. Cosa che Air France ha fatto finora solo sugli A-320, ma non sugli A-330 e A-340, per «assenza constatata di incidenti», cioè di episodi di malfunzionamento. Almeno fino al maggio 2008, quando un episodio di malfunzionamento si è verificati su un A-340 della compagnia francese.

Bomba. L'ipotesi di una bomba a bordo del volo Air France 447 Rio-Parigi «non è esclusa al 100%», ma non è «molto coerente» con gli elementi di cui dispongono gli inquirenti. «In realtà, sarebbe davvero sorprendente - ha detto Arslanian rispondendo alle domande sull'ipotesi di attentato - ma ciò non vuol dire che sia escluso al 100%». Gli inquirenti, infatti, dispongono di «messaggi di guasti, quindi non parlano, non commentano. Dicono soltanto quello che c'è». L'ipotesi di una bomba a bordo, afferma «oggi non è molto coerente con quello che abbiamo».

Scatole nere. Non c'è alcuna garanzia che il trasmettitore delle scatole nere dell'apparecchio sia sempre attaccato ai registratori di parametri del volo AF 447. Arslanian ha detto che «non c'è assolutamente alcuna garanzia che il trasmettitore sia sempre attaccato al registratore. Può essersi staccato».

La paura che c'accompagna

Immaginate di incrociare per strada una ragazza stupenda: tacchi a spillo, curve al posto giusto, labbra carnose… insomma, uno schianto. Se però invece che voltarvi a guardarla, iniziate a tremare e a sudare freddo, mentre un senso di nausea e oppressione vi attanaglia, allora probabilmente soffrite di caligynefobia, un terrore smisurato per le belle donne. Magari "condito" con un tocco di philematofobia, una fifa matta dei baci. Se invece a spaventarvi sono solo i baci di vostra suocera, forse siete affetti da penterafobia (un’avversione ingiustificata per la madre di vostra moglie).

Elenco senza fine
E l’elenco delle fobie più insolite potrebbe continuare all’infinito, c’è chi non sopporta la vista delle ginocchia - neanche delle proprie - (genufobia), chi trema, e non solo di freddo, quando nevica (quionofobia) e chi ha talmente paura delle ombre da ridursi a vivere nel buio più assoluto. Altri temono gli angoli di case e palazzi (gonofobia), vanno in panico davanti a un minestrone di verdure (lachanofobia) o alla sola vista di un pc (i ciberfobici, che difficilmente leggeranno queste righe). Disturbi un po’ insoliti, certo, ma seri e invalidanti, che possono colpire un po’ tutti, indistintamente.

Ce n'è per tutti
«La paura è democratica», afferma Giorgio Nardone, psicologo, psicoterapeuta e direttore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo (un istituto di ricerca, training e cura di queste patologie), «in 15 anni di terapia ho incontrato oltre 10 mila pazienti, il 52% dei quali donne, il 48% uomini. Non c’è quindi una differenza significativa tra sessi, né tra ceti sociali. Neppure medici e psicologi, che con le fobie hanno a che fare ogni giorno, ne sono immuni».

Insomma se eravate rimasti alla paura per ragni e serpenti, è ora di aggiornare il glossario. Chi ha provato a catalogare una per una tutte le fobie più strane infatti, è riuscito a contarne oltre un migliaio, accatastate in lunghi dizionari online che spesso più che offrire un valido sostegno terapeutico a chi è affetto da questi disturbi, soddisfano la curiosità degli utenti "sani

Qualcuno sulle fobie più bizzarre ci specula, altri ci scherzano, quasi tutti ci incuriosiamo. Eppure si tratta di patologie che possono rendere la vita di chi ne soffre particolarmente dura. Sì perché se alcune paure sono più facilmente condivisibili, altre sembrano troppo fuori dalle righe per essere accettate.

Paure "accettabili"...
Provate a pensare di rimanere bloccati in ascensore, in bilico tra due piani alti. Bè in una simile circostanza, nessuno si stupirebbe più di tanto, se vi venisse un attacco di claustrofobia. Ma che pensereste se un vostro collega vi confessasse di avere una paura tremenda di scale e gradini (batmofobia)? O se ogni giorno dopo inutili tentativi e crisi di panico, vi implorasse di fare quella telefonata al posto suo perché solo a comporre il numero, si sente venir meno?

.. e difficili da accettare
Difficile confessare ad amici e conoscenti di avere il terrore di oggetti e situazioni apparentemente così "innocui". Si rischierebbe, è il primo pensiero di chi è affetto da disturbi tanto specifici, di venir presi per matti. O di essere considerati dei deboli o dei viziati.
E in effetti, come reagireste se scopriste che a bloccare in casa un vostro parente, è una paura smisurata per le raffiche di vento (anemofobia)? O un timore incontrollabile per le ombre (sciofobia), che lo costringe a rinchiudersi in una stanza buia evitando così ogni contatto con l’esterno?
E che dire dei malati di ciberfobia (paura dei Pc) che non riuscirebbero a compiere un sempre maggior numero di lavori e professioni?

Malati come gli altri
Eppure chi è affetto da simili disturbi non soffre meno di un "normale" claustrofobico, o di un più "popolare" aracnofobico. Tachicardia, nausea, vertigini, tremori, paura di svenire, morire o perdere il controllo, panico e senso di costrizione al petto sono sintomi comuni nei fobici, indipendentemente dagli incubi che li tormentano. Comune è il tentativo di scansare in tutti i modi possibili oggetti e situazioni temute (ciò che gli esperti chiamano "evitamento fobico").

"Paura" di chiedere aiuto
E comune è anche una certa riluttanza a rivolgersi a uno specialista, soprattutto per i fobici colpiti da disturbi più inusuali, che cercano di nascondere il più a lungo possibile le proprie paure. Tanto che patologie di questo tipo sfuggono anche alle statistiche mediche ufficiali.

Da dove nascono le fobie? Su questo punto gli esperti ancora si dividono. C’è chi, come lo studioso spagnolo Xavier Estivill, pensa che su questi disturbi pesi in parte una componente genetica. Esaminando il DNA di un gruppo di persone affette da attacchi di panico, fobie e altri disturbi d’ansia, lo scienziato ha notato che il 97% di loro presentava una duplicazione del materiale genetico presente in un particolare cromosoma, il 15. È quindi possibile, ipotizza Estivill, che i geni siano in qualche modo coinvolti nell’origine di queste incontrollabili paure.

Educati ad aver paura
Secondo un orientamento più relazionale invece, le fobie si "apprendono" con l’età, attraverso il rapporto con genitori e altri educatori. «Chi proviene da una famiglia iperprotettiva è più frequentemente a rischio di incorrere, nel corso della sua vita, in simili disturbi. Quando incontrerà ostacoli più grandi di quelli che è abituato ad affrontare, non avrà gli strumenti per superarli", spiega Nardone.

Ipotesi psicoanalitica
Più incentrata sull’individuo la teoria di Sigmund Freud: osservando il caso del piccolo Hans - un bambino di 5 anni terrorizzato dall’idea di essere morso o investito da un cavallo - il padre della psicanalisi ipotizzò che le fobie altro non fossero che tentativi di "spostare" l’attenzione da un disagio interiore a un oggetto esterno e più facilmente controllabile (a impaurire Hans per Freud, era in realtà una forte soggezione verso il padre).

Opportunisti paurosi
Infine, ipotizzano alcuni studiosi, le fobie potrebbero essere lette come tentativi inconsapevoli di ottenere dagli altri piccoli "vantaggi": se abbiamo paura di guidare, in fondo ci sarà sempre qualcuno costretto a scarrozzarci, salvandoci dallo stress di code e parcheggi.

Armi di sopravvivenza
Qualunque sia la sua origine, la paura è una zavorra che ci portiamo dietro da sempre. Anche i nostri antenati preistorici probabilmente, soffrivano di ceraunofobia, avevano cioè una terrore incontrollato dei fulmini. Fu proprio quest’istinto primitivo - quasi un "sistema d’allarme" che allerta i sensi e prepara il corpo a reagire - che insegnò loro come schivarli. «La paura è la migliore arma di sopravvivenza che abbiamo», continua Nardone, «il problema è se la reattività sale oltre un certo livello, arrivando a bloccarci». Nessuna sorpresa dunque, se tra gli stimoli fobici più comuni compaiono il sangue, l’altezza e gli animali (cioè le stesse paure che tormentavano i nostri progenitori). In particolare tra gli animali più temuti, troviamo i serpenti. Fatto strano visto che attualmente, è molto più facile morire in un incidente d’auto che per il morso di un cobra. Ma tutto torna ipotizzando che nella nostra "memoria evolutiva", sia rimasta traccia dei pericoli che circondavano i nostri antichi predecessori.

Evoluzione delle paure
In cima alla lista delle zoofobie più diffuse, comunque, c’è oggi quella per i piccioni: segno che le paure cambiano nel tempo, proprio come le mode. Molto diffuse anche le patofobie, timori immotivati di essere affetti da un male incurabile. Secondo una recente rilevazione empirica condotta su scala nazionale, questi malati immaginari, che si sottopongono a esami diagnostici continui e invasivi, sono il 6-7% della popolazione italiana. Oltre 2 milioni di persone che oltre a provare un forte disagio personale, aggravano il bilancio del servizio sanitario dello stato.

D’accordo la fobia delle lontre (lutrafobia) per chi abita in città, può non essere particolarmente invalidante: basta evitare fiumi e parchi naturali e il problema non si pone. Ma il punto è che dietro a questa e altre paure così specifiche, si nasconde spesso un disagio personale più serio.

Perché allora non provare a risolverlo? Gli approcci terapeutici non mancano.
La psicoterapia cognitivo comportamentale ad esempio, propone una progressiva "desensibilizzazione" dallo stimolo fobico, che porta gradualmente il paziente a scontrarsi con ciò che fa paura. Si comincia con la presa di coscienza della situazione temuta e la si avvicina a poco a poco per arrivare, se la cura ha successo, a viverla realmente (ma questa volta, liberi dal panico).

Un’altra possibile strada è la terapia breve strategica di Giorgio Nardone, che combatte le fobie attraverso efficaci "rituali scaccia paura", prescritti al paziente con un linguaggio ipnotico. Un esempio? A un ragazzo terrorizzato dall’idea di poter sbattere il naso contro gli specchi, il terapeuta ha consigliato di proteggersi con un casco da motocross. Tutto preso da questo nuovo compito, il giovane ha ripreso quasi senza accorgersene abitudini abbandonate da tempo a causa del suo disturbo. Riuscendo in breve ad abbandonare il terrore degli specchi (e il casco). In questo caso la fobia è stata sconfitta "solcando il mare all’insaputa del cielo", cioè "spostando l’attenzione dal tentativo di controllare la paura all’esecuzione di un compito distraente".

Combattere le fobie sociali
Diverso è il metodo psichiatrico che prevede, per alcuni tipi di fobie sociali – disturbi che portano chi ne soffre a rinchiudersi in se stesso evitando il contatto con gli altri – il trattamento con farmaci antidepressivi come la paroxetina.
Questi farmaci riducono i sintomi esterni del disturbo, non ne combattono le cause alla radice. E in più presentano il rischio di dipendenza.

Doping sociale
E anche i non fobici possono abusare di queste sostanze per compiere le loro attività quotidiane: parlare davanti a una platea metterebbe un po’ in soggezione chiunque e, nella maggioranza dei casi, non si tratterebbe di una fobia e neppure di ansia sociale. Ma ricorrere a un farmaco per affrontare meglio questa realtà è una scorciatoia. Molto pericolosa.


domenica 7 giugno 2009

Cospirazione fra i ghiacci

Di Roberto La Paglia

Esiste realmente la misteriosa Base 211? Quali sono i suoi segreti e quali i fatti che lasciano sospettare una terribile verità? Ma, soprattutto, quale è oggi il suo reale pericolo?


Operazione Nuova Svezia

Base 211 è il codice che indicherebbe una installazione sotterranea, costruita segretamente ma con le sotterranee convivenze di alcuni governi, in Nuova Svevia (Antartide). Le voci intorno a questa misteriosa installazione iniziano a circolare dopo lo svolgimento dell'Operazione Paperclip, e subito dopo che alcuni U-boot partirono per l'Antartide non facendo ritorno.

L’Operazione Paperclip, conosciuta anche come Progetto Paperclip, era il nome in codice sotto il quale l'intelligence e i servizi militari degli Stati Uniti portarono via gli scienziati tedeschi dalla Germania nazista, durante e dopo le fasi finali della seconda guerra mondiale.

La spedizione Nuova Svevia, fu una missione esplorativa finanziata dalla Germania e diretta verso le regioni antartiche, si svolse tra il 1938-1939 e venne affidata al comando di Alfred Ritscher.

Il 17 dicembre 1938 la nave Schwabenland salpa da Amburgo; si tratta di un cargo attrezzato con una catapulta per far decollare idrovolanti. La spedizione si compone di 33 scienziati oltre ai 24 membri dell'equipaggio della nave.

Nel gennaio 1939 la nave raggiunge un'area già rivendicata dalla Norvegia nel 1938 con il nome di Dronning Maud Land e inizia a cartografare la regione. Nelle settimane successive vengono effettuati circa 15 voli di ricognizione, coprendo un'area di circa 600.000 km² e scattando oltre 16.000 foto aeree.

La spedizione lascia lungo la costa tre bandiere tedesche e ne paracaduta almeno 13 all'interno, lo scopo è quello di rivendicare il territorio esplorato con il nome di Neu-Schwabenland; vengono inoltre effettuate escursioni per rivendicare colline e altri punti significativi.

La nave Schwabenland farà ritorno ad Amburgo nel 1939, al suo arrivo Ritscher trova già programmate altre due spedizioni in Antartide: la prima per l'estate 1939-40 e la seconda per quella 1940-41. Entrambe hanno come obiettivi l'individuazione di siti idonei all'impianto di basi baleniere e, più importante, di estendere la rivendicazione tedesca in Antartide. La seconda in particolare aveva uno scopo più militare e prevedeva la costruzione di una base navale nei pressi del canale di Drake per il controllo del transito tra l'oceano Atlantico e quello Indiano.

Entrambe le missioni vennero in seguito annullate a causa della seconda guerra mondiale.

I pionieri dell’antartide

L’interesse della Germania per la regione antartica risaliva a molto tempo prima della spedizione guidata da Alfred Ritscher; nel 1873 Sir Eduard Dallman aveva scoperto nuove rotte con la nave Gronland e nei successivi 60 anni, altre due esplorazioni si mossero tra i ghiacci: la prima nel 1910 guidata da Wilhem Filchner con la nave Deutschland, e la seconda nel 1925 con la nave Meteor comandata da Albert Merz.

Quella che sembra essere una vera e propria ossessione tedesca diventa quasi una priorità per Hitler, ansioso di avere una posizione di predominio sull’Antartide, non solo per la propaganda politica che ne sarebbe derivata ma soprattutto come ulteriore dimostrazione della superpotenza tedesca. Questa continua ossessione si sarebbe presto tramutata in una occasione unica per proteggere esperimenti segreti e armi che nessuno doveva conoscere; ma quelle immense e deserte distese di ghiaccio erano già state scelte da altri come luoghi ideali per misteriose attività e qualcun altro stava già da tempo nascondendosi tra il bianco accecante degli immensi ghiacciai.

Quale era il vero interesse dei nazisti? Fonti documentate e documenti declassificati parlano sempre più spesso delle misteriose “macchine volanti” progettate dagli scienziati tedeschi, macchine che avrebbero stupito e colto di sorpresa il nemico; queste macchine non volarono mai se non per test di prova effettuati in gran segreto, ma la cosa più importante rimane quella di stabilire in che modo i nazisti riuscirono ad impossessarsi di una tecnologia e, soprattutto, di una idea che aveva numerosi quanto misteriosi precedenti? E’ possibile sospettare una complicità che andò oltre i confini tedeschi?

Antartide connection

Poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, circolarono con insistenza molte voci in merito a tre grosse imbarcazioni naziste dirette verso l’Antartide con a bordo i pezzi di una nuova, sofisticata macchina da guerra. Questo tipo di trasporto, curato nella più assoluta segretezza, doveva sicuramente avere come meta una base riparata, un luogo nascosto nel quale depositare il prezioso carico, un luogo sicuro.

Il 19 marzo del 1943 le forze Alleate denunciano movimenti sospetti in Antartide, operazioni clandestine che hanno come protagonisti i servizi tedeschi, oltre che un considerevole movimento di sottomarini nazisti in direzione sud atlantico.

In effetti nel 1938 la Germania nazista aveva inviato una spedizione in Antartide, ufficialmente per reclamare una parte di territorio, in realtà si cercava un luogo sicuro per una futura base che avrebbe ospitato gli Haunebu, i misteriosi “ UFO nazisti” e forse alti gerarchi e lo stesso Hitler nel caso che il conflitto avrebbe riservato sgradite sorprese. La base in questione è conosciuta come Base 211e la sua esistenza non è certo un parto della fantasia se gli alleati stessi si prodigarono in grande stile per individuarne l’esistenza, scomodando addirittura i più alti vertici della Marina Militare Americana.

Nove anni più tardi infatti, Richard E. Byrd, diventato nel frattempo ammiraglio della Marina Americana, e che in passato aveva offerto la propria consulenza per l’esplorazione antartica nazista, viene inviato in missione tra i ghiacci insieme alla più grande task force mai realizzata, al fine di localizzare e distruggere il segreto nazista. La missione aveva il nome in codice di Highjump ed era principalmente di natura militare; 4.000 uomini tra americani, inglesi e australiani, partiti il 2 dicembre 1946 da Norfolk solo per trovare giacimenti di carbone?

A cosa si riferiva esattamente Byrd quando diceva che “.......bisogna affrontare l’amara realtà che un giorno gli Stati Uniti possano essere attaccati da oggetti che potrebbero volare da polo a polo a velocità incredibile”?

Malgrado siano in tanti a rifiutare l’ipotesi di una Germania tecnologicamente evoluta è indiscutibile che i tedeschi, subito prima il secondo conflitto mondiale e durante, possedevano una conoscenza bellica troppo avanzata rispetto ai canoni degli altri paesi e non si può escludere che l’obiettivo della missione polare americana fosse proprio questo. Da dove proveniva questa tecnologia?

Sarebbe plausibile pensare, magari stravolgendo alcune cronologie care all’ufologia ufficiale, che i nazisti possedevano già tecnologia aliena ancor prima degli americani, che la fuga di cervelli negli Stati Uniti fosse un modo per impadronirsi di questa tecnologia così come lo fu l’Operazione Highjump, che l’incidente di Roswell sia stato di secondaria importanza rispetto a quello del 1938 al quale accenneremo più avanti e che, soltanto in seguito, caduto il potere nazista, si strinse un vero e proprio patto personale tra forze militari statunitensi e visitatori galattici già insediati nel nostro pianeta, un patto con una razza differente la quale, come si scoprirà in seguito, non aveva le stesse intenzioni di quella che collaborò con i nazisti.

Ufo crash

Anno 1938, località Czernica (Jielenia Gora); un UFO si schianta rovinosamente al suolo. Il disco verrà recuperato dai nazisti dopo l’invasione polacca, nel 1939; un altro UFO crash era avvenuto nel 1909 a ovest di Chicago, ma l’oggetto non venne mai ritrovata; presupponendo che i fatti si svolsero effettivamente come riportato dai giornali dell’epoca, l’evento del 1938 segnò la svolta per l’ingegneria tedesca.

L’incidente del 1938 non rovinò completamente i meccanismi di funzionamento dell’astronave (cosa che invece avvenne a Roswell), ciò permise ai nazisti di avvantaggiarsi in una ricerca che gli Stati Uniti avrebbero potuto condurre soltanto dopo il 1947.

Nel periodo compreso tra il 1939 e il 1945, sorgono in Germania quasi miracolosamente decine di piccole imprese impegnate nel campo aereonautico e in quello della progettazione militare; molti dei prototipi usciti da queste fabbriche vennero in seguito ricopiati dall’aereonautica americana, tra questi il “Flying Wing”.

Ma ritorniamo alla missione dell’ammiraglio Byrd; l’America doveva certo avere questioni molti gravi in sospeso se decise in tutta fretta di allestire una missione in un paio di settimane con destinazione l’Antartide. Doveva di sicuro trattarsi di qualcosa che rivestiva la massima importanza, tanto che mobilitò quasi tutta la US Navy e richiamò in servizio un gran numero di riservisti, rischiando di lasciare esposto il fianco ad un improvviso attacco nemico.

Le istruzioni ufficiali rilasciate al capo della spedizione, Chester W. Nimitz furono nell’ordine:

· Formazione del personale e addestramento ad operare con temperature artiche.

· Consolidare ed estendere la sovranità americana.

· Determinare la fattibilità relativa alla creazione di basi e installazioni in Antartide.

· Indagare su basi già esistenti.

· Sviluppare tecniche per il mantenimento di basi in loco, con particolare attenzione alla successiva applicazione di tale progetto in Groenlandia.

Nessuna informazione, oltre a quelle appena riportate, trapelò all’esterno; il capo delle operazioni navali aveva il preciso ordine di trattare solo con le agenzie governative, tutti gli osservatori stranieri e le agenzie di stampa vennero infatti diplomaticamente estromesse dal progetto.

Nonostante ciò, sia grazie a numerose indiscrezioni, sia per la declassificazione di alcuni documenti, esistono forti dubbi in merito allo scopo finale di questa missione. Come giustificare infatti l’impiego di mezzi militari altamente attrezzati se alla fine si trattava soltanto di mappare una zona, cercare nuovi giacimenti e fare rilevamenti fotografici?

E che dire dei numerosi e sofisticati magnetometri usati per trovare, come affermò l’ammiraglio Byrd “.....posti vuoti sotto la superficie di ghiaccio o di terra.....”; durante una di queste ricognizioni, l’ammiraglio mancò all’appello per circa tre ore; ufficialmente si parlò di avarie al motore ma nessuno ha mai dato una spiegazione adeguata a questa improvvisa scomparsa.

Se in quelle tre ore avvenne un incontro segreto, questo segnò l’inizio di una nuova era ma anche la fine del sogno nazista; la verità è ancora celata tra i ghiacci!

Fonte:

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