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lunedì 18 gennaio 2010

Siuna, H1N1 bufala?

L'influenza A, le cui conseguenze per settimane hanno tenuto in allarme milioni di persone, in realtà era una "falsa pandemia" orchestrata dalle case farmaceutiche pronte a fare miliardi di euro con la vendita del vaccino: l'accusa arriva da Wolfang Wodarg, il presidente tedesco della commissione Sanità del Consiglio d'Europa.

Wodarg ha anche accusato esplicitamente le industrie farmaceutiche di aver influenzato la decisione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di dichiarare la pandemia. Pesante il j'accuse di Wodarg, ex membro dell'Spd, medico ed epidemiologo, secondo cui le multinazionali del farmaco hanno accumulato "enormi guadagni" senza alcun rischio finanziario, mentre i governi di tutto il mondo prosciugavano i magri bilanci sanitari spendendo milioni nell'acquisto di vaccini contro un'infezione che in realtà era poco aggressiva.

Wodarg ha fatto approvare una risoluzione nel Consiglio d'Europa che chiede un'inchiesta sul ruolo delle case farmaceutiche; e sulla questione il Consiglio d'Europa terrà un dibattito a fine mese. La denuncia, riportata con grande evidenza dal Daily Mail, arriva qualche giorno dopo quella secondo cui i governi di mezzo mondo stanno cercando di sbarazzarsi delle milioni di dosi di vaccino, ordinate all'apice della crisi. Il Mail ricorda che, in Gran Bretagna, il ministero della salute aveva previsto 65.000 decessi, creato una linea-verde e un sito web per dare consigli, sospeso la regola che vieta di vendere anti-virali senza prescrizione medica; furono allertati gli obitori e persino l'esercito, che doveva essere pronto a entrare in campo qualora si fossero verificati tumulti tra la popolazione a caccia dei farmaci.

Secondo Wodarg, il caso dell'influenza suina è stato "uno dei più grandi scandali sanitari" del secolo. Le maggiori aziende farmaceutiche, secondo Wodarg, sono riuscite a piazzare "i propri uomini" negli "ingranaggi" dell'Oms e di altre influenti organizzazioni; e in tal modo potrebbero aver persino convinto l'organizzazione Onu ad ammorbidire la definizione di pandemia, il che poi portò, nel giugno scorso, alla dichiarazione di pandemia in tutto il mondo.

"Per promuovere i loro farmaci brevettati e i vaccini contro l'influenza, le case farmaceutiche hanno influenzato scienziati e organismi ufficiali, competenti in materia sanitaria, e così allarmato i governi di tutto il mondo: li hanno spinti a sperperare le ristrette risorse finanziari per strategie di vaccinazione inefficaci e hanno esposto inutilmente milioni di persone al rischio di effetti collaterali sconosciuti per vaccini non sufficientemente testati".

Wodarg non fa alcun nome esplicito di persona in conflitto di interessi; ma lo scorso anno il Daily Mail aveva rivelato che Sir Roy Anderson, uno scienziato consulente del governo britannico sull'influenza suina, fa parte del consiglio d'amministrazione della GlaxoSmithKline. L'azienda farmaceutica, che produce antinfluenzali e vaccini, ha immediatamente replicato alle accuse, definendole "sbagliate e infondate".

Fonte AGI

martedì 21 luglio 2009

Ancora sulla pandemia dell'influenza suina

Abbiamo seguito su questo blog, l'evolversi della nuova influenza che poco a poco, fa salire l'allarme nel pianeta. Ma cos'è in sostanza questa malattia e quali sono le sue specifiche e pericolosità? Vediamole semplificando.

L’influenza suina è una malattia respiratoria acuta, altamente contagiosa, causata da un virus dell’influenza suina di tipo A. La morbilità tende ad essere alta e la mortalità bassa ( 1-4% ). Il virus diffonde tra i maiali mediante aerosol.

Le epidemie influenzali tra i maiali avvengono ogni anno, con una maggiore incidenza in autunno ed in inverno nelle aree temperate. Molti Paesi vaccinano, di routine, la popolazione suina contro il virus dell’influenza suina.

I virus dell’influenza suina appartengono comunemente al sottotipo H1N1, ma altri sottotipi circolano tra i maiali ( es N1N2, H3N1, H3N1 ).

I maiali sono anche infettati con i virus influenzali aviari ed i virus dell’influenza stagionale umana. Si ritiene che il virus suino H3N2, originariamente, sia stato introdotto nei maiali dall’uomo.

Talvolta i maiali possono essere infettati con più di un tipo virale, permettendo ai geni di questi virus di mischiarsi, dando pertanto vita ad un virus riassortito.
Sebbene i virus dell’influenza suina siano normalmente specie-specifici ed infettino solo i maiali, talvolta superano la barriera di specie, causando malattia anche negli esseri umani.

Implicazioni per la salute degli esseri umani

Occasionalmente sono state riportate epidemie e infezioni sporadiche nell’uomo con il virus influenzale suino. Generalmente i sintomi clinici sono simili all’influenza stagionale, ma la presentazione clinica può variare ampiamente passando dall’infezione asintomatica alla grave polmonite con esito talora fatale.

Poiché la presentazione clinica tipica dell’infezione dell’influenza suina ricorda l’influenza stagionale ed altre infezioni acute del tratto respiratorio superiore, la maggior parte dei casi sono stati identificati in modo casuale mediante la sorveglianza dell’influenza stagionale. Forme lievi o asintomatiche possono essere sfuggite al controllo; pertanto la vera entità di questa malattia tra gli esseri umani è sconosciuta.

Modalità di infezione negli esseri umani

Le persone generalmente contraggono l’influenza suina dai maiali infettati, tuttavia, in alcuni esseri umani non c’è riscontro di un contatto con questi animali o di ambienti dove i maiali vengono allevati. In alcuni casi si ha trasmissione tra esseri umani, ma questa diffusione è limitata ai contatti ravvicinati e a gruppi ristretti di persone.

Non è stata dimostrata la trasmissione dell’influenza suina con l’assunzione di carne di maiale o di prodotti derivati. Il virus dell’influenza suina viene ucciso dalla cottura alla temperatura di 70°C.

Rischio di pandemia

E’ probabile che la maggior parte delle persone, soprattutto quelle che non hanno regolare contatto con i maiali, non abbiano immunità nei confronti dei virus dell’influenza suina, e pertanto non siano in grado di prevenire questa infezione virale. Qualora un virus suino riesca a stabilire un’efficiente trasmissione uomo-a-uomo, esso sarebbe in grado di causare un’influenza pandemica.

L’impatto di una pandemia causata da un tale virus è difficile da predire: dipende dalla virulenza del virus dall’esistente immunità tra le persone, dalla protezione crociata esercitata dagli anticorpi acquisiti dall’infezione prodotta dai virus influenzali stagionali, e dai fattori dell’ospite.

Vaccinazione

Non esiste ad oggi nessun vaccino che contenga l’attuale virus dell’influenza suina, che è causa di malattia anche negli esseri umani. Non è noto se gli attuali vaccini contro l’influenza stagionale per l’uomo siano protettivi. I virus dell’influenza cambiano molto rapidamente.

Trattamento farmacologico

I farmaci antivirali per l’influenza stagionale sono disponibili in alcuni Paesi e sono in grado di prevenire e di trattare in modo efficace la malattia.
Esistono due classi di farmaci: 1) adamantani ( Amantadina, Rimantadina ); 2) inibitori della neuraminidasi ( Oseltamivir, Zanamivir ).

La maggior parte dei casi di influenza suina, riportati in precedenza, sono guariti completamente senza richiedere un intervento medico e senza l’impiego di farmaci antivirali.

Alcuni virus sviluppano resistenza nei confronti dei farmaci antivirali, limitando l’efficacia della chemioprofilassi e del trattamento. I virus che hanno causato casi umani di influenza suina negli Stati Uniti erano sensibili ad Oseltamivir ( Tamiflu ) e a Zanamivir ( Relenza ), ma resistenti all’Amantadina ( Symmetrel ) e Rimantadina ( Flumadine ).

L’informazione è insufficiente per fare raccomandazioni sull’uso degli antivirali nella prevenzione e trattamento dell’infezione da virus dell’influenza suina. I medici devono prendere decisioni sulla base della valutazione clinica ed epidemiologica, e soppesare il rischio/beneficio della profilassi e del trattamento.

Riguardo all’epidemia, in corso, di influenza suina negli Stati Uniti e in Mexico, le Autorità sanitarie di quei Paesi stanno raccomandando di assumere Oseltamivir e Zanamivir per il trattamento e la prevenzione della malattia sulla base del profilo di sensibilità del virus. ( Xagena Medicina )

Fonte: WHO, 2009

giovedì 11 giugno 2009

Farmaci tumorali...

L’EMEA - European Agency for the Evalutation of Medical Products - è l’ente preposto a concedere l’autorizzazione per l’immissione sul mercato di nuovi farmaci in Europa, dopo aver fornito una prima valutazione scientifica sulla qualità, sicurezza ed efficacia [Quanto un intervento si dimostra capace di causare un effetto specifico in una condizione sperimentale.] del nuovo trattamento (al pari della Food and Drug Administration negli Stati Uniti).

Per i farmaci antitumorali le linee guida adottate dall’Agenzia europea richiedono che sia stato condotto almeno uno studio comparativo randomizzato di fase III.

In questo tipo di sperimentazione la nuova terapia viene confrontata con un trattamento comunemente utilizzato per una data malattia, considerando sia l’efficacia sia gli effetti collaterali, e in questo modo si può dimostrare se la nuova molecola comporta benefici per i pazienti rispetto a quelle già in vendita, o se non aggiunge nulla di nuovo.

In pratica questi principi richiedono che un farmaco sia approvato solo dopo una completa e confermata verifica del suo beneficio clinico (in termini di qualità, tossicità [Effetto tossico o avverso di un farmaco.] ed efficacia), tranne poche o comunque eccezionali circostanze.

Nonostante i recenti progressi nella comprensione dei fattori molecolari che stanno alla base dello sviluppo del tumore e il miglioramento nella risposta del tumore ai nuovi farmaci, la sopravvivenza a lungo termine per le persone malate di tumore è ancora scoraggiante per i tumori solidi più frequenti.

Questo può dipendere dal fatto che solo una piccola parte del miglioramento effettivamente osservati in termini di mortalità in Europa e in America è il risultato dei nuovi farmaci scoperti e commercializzati di recente.

La maggior parte dei miglioramenti in termini di mortalità nell’Unione europea è probabilmente dovuta alla prevenzione primaria (adozione di strategie e misure che portano ad eliminare la causa dei tumori, ad esempio il fumo di sigaretta per il tumore del polmone) e secondaria (diagnosi precoce dei tumori, ad esempio la mammografia per il tumore del seno), mentre i miglioramenti in termini di sopravvivenza ottenuti grazie ai farmaci per i comuni tumori in fase avanzata sono dell’ordine di grandezza di mesi, non di anni.

Sono stati inoltre avanzati dubbi da parte della comunità scientifica sul valore aggiunto delle nuove molecole “personalizzate” sul profilo genetico dell’individuo rispetto ai classici e meno costosi farmaci anti tumorali.

Perché i ricercatori hanno condotto questo studio?

L'obiettivo dello studio è verificare con un approccio sistematico se la decisione di approvare i farmaci anti tumorali da parte dell’EMEA, in un certo periodo (1995 anno di nascita - 2004), fosse in regola con alcuni principi generali da essa stessa sviluppati, e suggerire potenziali miglioramenti.

Cosa è stato indagato e come?

La valutazione è stata fatta sui farmaci anti tumorali valutati dall’EMEA dal 1995 al 2004, utilizzando le informazioni disponibili nei dossier informativi dei farmaci al momento della sottomissione all’EMEA, rese pubbliche dalla stessa Agenzia attraverso un sito accessibile a tutti (European Public Assessment Report -EPAR ).

Sono state raccolte informazioni su: nome della sostanza attiva, anno di approvazione, indicazione per cui è stato approvato il farmaco, disegno degli studi condotti, numero di pazienti inclusi in ogni studio, end point primari e secondari utilizzati a supporto dell’approvazione, e differenza nella sopravvivenza tra i due gruppi di trattamento (quello che ha ricevuto il farmaco e quello di controllo), quando disponibili.

Cosa hanno trovato i ricercatori?

Sono stati approvati dall’EMEA nei 10 anni considerati dall’indagine 14 farmaci anti tumorali per 27 differenti indicazioni (14 nuove applicazioni e 13 estensioni di indicazioni precedenti).

Molti farmaci non sono supportati da studi clinici controllati [Uno studio clinico comporta la somministrazione di un trattamento da studiare. È uno studio di tipo sperimentale. Con il termine studio clinico si raggruppano una grande varietà di studi sulla salute e sulla cura, sia controllati sia non controllati.

Gli studi includono studi non controllati, gli studi clinici controllati (CCT), gli studi fatti nella comunità non ospedalizzata e gli studi randomizzati controllati (RCT). Uno studio clinico a volte può essere chiamato anche ] randomizzati (RCT [Studio in cui i partecipanti sono assegnati in modo casuale (randomizzato) a ricevere il trattamento sperimentale o il trattamento di controllo.

Quando gli studi clinici controllati e randomizzati sono condotti in modo appropriato, l'effetto dei trattamenti può essere studiato in gruppi di persone che sono simili all'inizio e trattati allo stesso modo, eccetto che per l'intervento in studio. Quindi qualsiasi differenza vista alla fine nei gruppi può essere attribuita esclusivamente al trattamento e non a errori sistematici o al caso. ] ) e l’end point più utilizzato è la riduzione della massa tumorale in risposta al farmaco, e non la sopravvivenza.

Più in particolare, su 48 studi presenti nei dossier dei farmaci approvati, solo 25 sono studi clnici randomizzati, e riguardano la metà delle relative indicazioni. Gli altri sono studi clinici non randomizzati (senza assegnazione casuale dei pazienti al trattamento e senza gruppo di controllo) e studi clinici randomizzati non comparativi.

Per quanto riguarda gli end point utilizzati, solo per due indicazioni è stato considerato come obiettivo primario la sopravvivenza, negli altri casi è valutata la risposta del tumore al farmaco (cioè la riduzione della massa tumorale) o la sopravvivenza libera da malattia, cioè l’intervallo tra l’intervento terapeutico e la ricomparsa della malattia.

Quali limiti ha questo studio?

La valutazione verte solo sui farmaci anti tumorali approvati dall’EMEA secondo la procedura centralizzata: alcuni importanti farmaci anti tumorali approvati in Europa durante il periodo di studio usando procedure regolatorie alternative (cioè attraverso l’approvazione degli enti regolatori di un paese membro dell’UE con obbligo di estensione agli altri paesi membri, senza passare per la valutazione centralizzata dell’EMEA) non sono stati valutati in questo studio.

In secondo luogo, manca un’analisi del gruppo di farmaci che non sono stati approvati dall’EMEA, o che sono stati volontariamente ritirati dalle industrie farmaceutiche, che potrebbe permettere una valutazione più completa: sfortunatamente, queste informazioni non sono disponibili in quanto sono confidenziali e non esiste la possibilità di rintracciarle.

In terzo luogo, la valutazione è basata solo su informazioni di farmaci per tumori solidi, quindi risultati e commenti di questo studio non possono essere trasferiti ai farmaci per altri tumori (come ad esempio quelli del sangue).

Infine, i dati usati in questa valutazione provengono da documenti resi disponibili al pubblico dall’EPAR; di solito sono documenti non standardizzati, che differiscono per lunghezza, completezza, quantità di dettagli tecnici riportati, rendendo così difficile identificare e rintracciare le informazioni richieste per la valutazione del farmaco: l’eterogeneità in struttura, contenuti e organizzazione dei documenti potrebbe aver introdotto nell’indagine alcuni fattori confondenti.

Quali conclusioni hanno tratto i ricercatori e che implicazioni hanno i risultati di questo studio?

Nonostante le raccomandazioni delle attuali linee guida dell’EMEA, l’approvazione di nuovi farmaci anti tumorali è spesso ancora basata su piccoli studi singoli non randomizzati, senza gruppo di confronto [In uno studio clinico controllato, gruppo di soggetti che assume il trattamento standard o placebo invece del trattamento sperimentale. In uno studio caso-controllo, gruppo che non ha la condizione in studio.] , che non permettono una valutazione del profilo di tossicità accettabile e ampiamente documentato, o su end point come la riduzione della massa tumorale in risposta al farmaco, che il più delle volte non si traduce in un aumento della sopravivenza significativo, o la sopravvivenza libera da malattia, e non la sopravvivenza a tre o cinque anni.

Le attuali linee guida per l’approvazione dei farmaci possono essere considerate accettabili per gli studi in fase III, a condizione che questi non siano solo studi “confermativi”, come accade oggi, ma anche “comparativi”: non dovrebbero cioè solo confermare i risultati dei precedenti studi di fase II [La classificazione degli studi sui farmaci per fasi prevede una sequenza dagli studi di fase zero (in provetta o su animale) a quelli di fase quattro, che si distinguono anche per gli obiettivi, il disegno sperimentale e la tipologia dei pazienti coinvolti.

Fase II: terapeutica esplorativa. Lo scopo è fornire le prime valutazioni sulla efficacia (attività) del principio attivo, confermare il profilo di sicurezza e tossicità del farmaco su un numero più grande di persone, identificare la dose migliore da sperimentare nelle fasi successive, e determinare l'attività del farmaco su alcuni parametri legati alla salute del paziente. Vedi anche Studi di fase 0-I-III-IV.] (studi su campioni più piccoli e mirati a valutare i benefici terapeutici del farmaco), ma anche condurre un confronto con terapie standard già in commercio che conduca a differenze significative tra i due gruppi.

Un disegno di studio che abbia come obiettivo la dimostrazione della non inferiorità del nuovo farmaco rispetto al farmaco standard utilizzato non dà garanzie sulle nuove opportunità terapeutiche offerte dal farmaco e sulla sua efficacia, dato anche che il margine per dimostrare la non inferiorità è solitamente ampio (tra il 15% e il 20%), e perciò facile da portare a termine.

Infine l’end point preferito dovrebbe essere la sopravvivenza complessiva.
Posto che l’approvazione dei nuovi farmaci anti tumorali dovrebbe basarsi quindi su studi clinici randomizzati comparativi con end point di effettivo interesse per il paziente (come la sopravvivenza) occorre considerare che qualche volta gli studi di fase III, attualmente confermativi, sono difficili da disegnare e condurre per ragioni etiche o di fattibilità.

Questo ha implicazioni etiche legate al fatto che la maggior parte dei pazienti con tumore in fase avanzata non può aspettare che l’intera procedura per una piena approvazione venga conclusa, dal momento che necessita il prima possibile di una terapia utile.

Questo dilemma può essere risolto in parte anche coinvolgendo associazioni di pazienti in modo che i pazienti stessi siano rappresentati nel processo di valutazione dell’EMEA, per decidere insieme quali farmaci possono essere approvati con procedura accelerata, e promuovere iniziative di informazione e comunicazione a livello nazionale per preparare i pazienti ad assumersi il rischio [Probabilità che l'evento accada in un intervallo di tempo prefissato.] di una terapia solo parzialmente dimostrata.

Le eccezioni che permettono un’approvazione accelerata sono previste solo in circostanze del tutto particolari e sulla base di studi di fase due (non comparativi) che abbiano dato risultati inequivocabili di benefici per i pazienti (casi molto rari); nonostante questo, l’industria farmaceutica sempre più spesso sperimenta le nuove molecole in gruppi particolari di persone refrattarie ad altri trattamenti, per ottenere lo stato di circostanza eccezionale e quindi un’approvazione veloce. Questo significa che la maggior parte dei farmaci anti tumorali sottoposti a valutazione sono alla fine commercializzati sulla base di prove premature o poco valide.

La tendenza dell’EMEA ad anticipare l’approvazione il più possibile può essere considerata sia un passo importante verso un nuovo modo di proteggere la salute pubblica che assicuri che i farmaci utili siano resi disponibili il più velocemente possibile, sia una tendenza pericolosa per la salute dei consumatori, a cui possono essere prescritti e venduti farmaci non sicuri o non efficaci. I farmaci dovrebbero essere autorizzati rapidamente per quei pazienti che ne hanno bisogno, ma non alle spese di una conoscenza adeguata della loro reale utilità ed efficacia.

L’urgenza dell’industria di ottenere una fetta di mercato fiorente deve essere bilanciata dalla necessità di rendere disponibili farmaci che rispondano a bisogni reali e a criteri di appropriatezza, senza pesare indebitamente sui servizi sanitari nazionali.
In conclusione, alla luce di questa indagine e delle procedure seguite dall’EMEA, è importante che i documenti di indirizzo sulla regolamentazione dei farmaci siano non solo rivisti, ma anche applicati in modo rigoroso.

Attuali linee guida che regolano l’approvazione e l’immissione in commercio dei farmaci anti tumorali

Secondo le linee guida, trial randomizzati controllati di fase III sono generalmente richiesti per l’autorizzazione alla commercializzazione di un nuovo farmaco.
Il requisito minimo è normalmente un trial controllato con risultati clinicamente rilevanti e statisticamente convincenti. Dato che c’è una richiesta generale per la replica [Ripetere lo stesso esperimento per vedere se si ottengono gli stessi risultati ed essere così in grado di valutarne l'affidabilità.] di risultati scientifici, di solito si raccomanda di pianificare un programma con più di uno studio in fase III.

La CPMP, linea guida sulla valutazione dei farmaci anti tumorali negli esseri umani (Evaluation of anticancer medicinal products in man - CPMP/EWP/205/95 rev.2, 19 settembre 2002) è pensata per assistere i richiedenti in circostanze regolari ed eccezionali (http://www.emea.eu.int/).

Essa definisce gli studi di fase III come disease-oriented -orientati alla malattia- confermativi, che cercano cioè di confermare l’attività del farmaco vista negli studi in fase II, esplorativi, per l’indicazione richiesta, e chiarisce che uno studio di fase III [La classificazione degli studi sui farmaci per fasi prevede una sequenza dagli studi di fase zero (in provetta o su animale) a quelli di fase quattro, che si distinguono anche per gli obiettivi, il disegno sperimentale e la tipologia dei pazienti coinvolti. Fase 3: terapeutica confermativa.

L'obiettivo di questa fase è definire il rapporto sicurezza (rischio)-efficacia del farmaco, anche attraverso un confronto con un altro farmaco di riferimento. Il nuovo farmaco viene confrontato formalmente con il comparatore appropriato: un placebo, nessun trattamento, un altro farmaco.

Da parte delle agenzie regolatorie (registrazione del farmaco): terminata la fase 3, tutti i dati derivati dalle valutazioni precliniche e cliniche sono raccolti in un dossier che viene sottoposto alla competente autorità (per gli Stati Uniti l'FDA, Food and drug administration; per l'Unione europea l'EMEA, European agency for the evalutation of medical products; per l'Italia l'AIFA, Agenzia italiana del farmaco), per ottenere la registrazione e l'autorizzazione alla commercializzazione del nuovo farmaco. Vedi anche Studi di fase 0-I-II-IV] è comparativo per sua stessa definizione, e deve permettere una piena valutazione del farmaco (principio attivo) selezionato alla fine della fase II. Una volta stabilito il farmaco comparatore, sono possibili studi di non inferiorità. In caso contrario, è normalmente richiesto uno studio di superiorità.

Passando agli end point, quelli di efficacia appropriata includono sopravvivenza libera da malattia, sopravvivenza complessiva, tasso di risposta (riduzione dalla massa tumorale) e controllo dei sintomi/qualità della vita. L’end point primario dovrebbe essere selezionato a priori e giustificato sulla base della rilevanza clinica e di considerazioni metodologiche.

Normalmente sono sempre richiesti studi (clinici) randomizzati controllati; gli studi non controllati vengono considerati accettabili solo nel caso di pazienti pre trattati, quando non esistono regimi stabiliti.

La direttiva 75/318/EEC offre la possibilità di conferire l’autorizzazione al commercio in circostanze eccezionali, quando, nello stato attuale delle conoscenze scientifiche, non possano essere fornite informazioni globali su efficacia e sicurezza in condizioni normali di utilizzo. In questa situazione, un richiedente dovrebbe considerare che gli studi di fase II abbiano inequivocabilmente stabilito benefici rilevanti del nuovo farmaco per i pazienti a cui è rivolto; il richiedente deve pienamente giustificare questa posizione prima che l’autorizzazione possa essere conferita.


lunedì 8 giugno 2009

La salute: quando prevenire significano analisi

Ecco a voi un altro esempio di informazione “venduta”. Hanno bisogno dell’orecchio benevolo (o ignorante) dei giornalisti anche le cliniche private che campano, e lucrano, sulla paura vendendo diagnosi precoci non solo inutili, ma anche pericolose.

Spaventato dallo spauracchio agitato ad arte, illuso che la diagnosi precoce possa salvargli la vita, il cittadino sano si sottopone a ogni tipo di esame. Spesso però si tratta di bufale: dietro la diagnosi precoce non c’è una migliore prognosi e la vita non si allunga.

Un esempio emblematico è la diagnosi precoce del tumore al polmone dei fumatori, di gran moda in questi ultimi 5 anni.

Agli inizi di marzo di quest’anno nelle redazioni di quotidiani, settimanali e mensili viene recapitato un invito della Fondazione Istituto nazionale dei tumori di Milano. Di lì a poco, e per la precisione il 7 marzo, sarebbero stati presentati i risultati del follow up di 3 studi condotti da ricercatori americani e italiani. Relatori: Ugo Pastorino, direttore della chirurgia toracica dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano; Carlo La Vecchia, epidemiologo dell’Università di Milano e Piergiorgio Zuccaio dell’Istituto Superiore di sanità. Cosa dicevano gli studi? I dati erano pubblicati quel giorno sulla prestigiosa rivista scientifica Journal of American Medical Association (1) e venivano ripresi da tutta la stampa internazionale, Economist e New York Times in testa (2) (3).

I dati infatti dimostravano per l’ennesima volta che la diagnosi precoce del tumore al polmone, in qualsiasi modo venga fatta (con radiografia, esame dello sputo o Tac spirale), non allunga la vita.

Anzi, lo studio pubblicato su Jama e l’editoriale pubblicato contemporaneamente dimostravano infatti che la diagnosi precoce nel caso del tumore al polmone aumenta addirittura il rischio di morte dei fumatori.

Confrontando la sopravvivenza dei fumatori esaminati rispetto a quelli non esaminati si dimostrava che lo screening trovava sì più tumori di quanti ne vengono diagnosticati in un campione di popolazione altrettanto grande (144 contro 44), faceva anche aumentare gli interventi chirurgici (109 contro 11), ma non riduceva il numero di coloro che morivano della malattia (38 contro 39: differenza non statisticamente significativa). Non solo.

Considerato che l’intervento chirurgico è invasivo e richiede l’apertura della gabbia toracica, la diagnosi precoce si confermava come più dannosa che utile perchè il 5% dei pazienti decede per l’intervento e che un altro 20-40% ne ricava complicazioni gravi.

Ma quello stesso 7 marzo a pagina 34 di Repubblica (4), un giornalista che di solito non si occupa di salute intervistava su 5 colonne (a richiesta dell’interessata?) Giulia Veronesi, figlia del noto chirurgo e direttore dell’Istituto Europeo di Oncologia, cioè la concorrenza privata del pubblico Istituto dei tumori, che ribadiva la tesi contraria: sosteneva infatti la ricercatrice che «con la tac spirale e con la Pet, la Tomografia a emissione di positroni è possibile diagnosticare i tumori del polmone nella loro fase iniziale, quando le possibilità di guarigione sono molto elevate» e ancora che «il 90% dei tumori scoperti è risultato operabile e che il 70% dei tumori identificati sono allo stadio uno, lo stadio a miglior prognosi; correlato a una sopravvivenza dei pazienti tra l’80 e il 90%». Da dove avesse attinto quei dati non si sa, ma certo il giornalista non era in grado di confutarli.

Non solo in Italia
L’informazione a dir poco approssimativa non è un’eccezione italiana se nel 2000 uno studio pubblicato sul New England Journal of medicine (5) (6) analizzava 207 articoli riguardanti tre farmaci apparsi sui maggiori media americani (Wall Street Journal, New York Times e Washington Post) e altri 33 giornali: nel 40% degli articoli mancavano dati e cifre sull’asserita efficacia dei farmaci tanto che chi leggeva non poteva farsi un’idea della loro utilità.

L’83% del restante 60% degli articoli fornivano dati sull’utilità relativa. Di un farmaco sull’osteoporosi per esempio si affermava che riduceva il rischio di frattura dell’osso iliaco del 50%, “quasi miracoloso”. Su 100 persone che non avevano assunto il farmaco 2 si rompevano il femore. Quindi la riduzione del 50% consisteva nel passaggio da 2 a 1 frattura in coloro che assumevano per anni il farmaco, ma questo non era scritto in nessun articolo.

Per chiudere, una riflessione
Nel 1890 John Swainton, caporedattore del New York Times disse ai colleghi che festeggiavano il suo pensionamento «Non c’è nessuno fra voi che oserebbe scrivere quello che pensa onestamente.

Oggi l’attività del giornalista consiste nel distruggere la verità, nel mentire spudoratamente, per pervertire, umiliare, nell’onorare Mammona e vendersi per il pane quotidiano. Siamo strumenti, vasi di potenti che sono dietro le scene,

… Loro tirano i fili e noi danziamo. I nostri talenti, la nostre possibilità, le nostre vite sono di proprietà di costoro. Siamo tutti prostitute intellettuali»(7)


(1) Bach PB, Jett JR, Pastorino U, Tockman MS, Szensen SJ, Begg CB: Computed tomography screening and lung cancer outcomes. JAMA 2007 Mar 7;297(9):953-61. Cancer Screening. Seeing is not always relieving, Screening for lung cancer may do more harm than good the Economist mar 8th, 2007
(2)
http://www.economist.com/science/PrinterFriendly.cfm?story_id=8810972
(3) Gina Kolata Researchers Dispute Benefits of CT Scans for Lung Cancer New York Times march 7, 2007
(4) Carlo Brambilla Tumore al polmone, così si batte. Repubblica 7 marzo 2007 p 34
(5) Moynihan R, Bero L, Ross-Degnan D, et al. Coverage by the news media of the benefits and risks of medications. N Engl J Med 2000;342:1645-1650
(6) Steinbrook R. Medical journals and medical reporting. N Engl J Med 2000; 342: 1668-1671
(7) Citato in INDEX on Censorship, Vol. 30, No. 1, January 2001, p. 10.


giovedì 4 giugno 2009

Lo stress ossidativo si ritrova nei geni

In una serie di esperimenti, si è riusciti a identificare un nuovo fattore di trascrizione, chiamato Mga2, cruciale per il meccanismo di adattamento alla presenza di bassi livelli di composti ossidativi.

Lo stress ossidativo, sia nella letteratura scientifica sia nella pubblicistica, è stato spesso legato all'invecchiamento, all'insorgenza dei tumori e di altre malattie. Paradossalmente, alcuni studi hanno trovato che una piccola esposizione a composti ossidativi può in realtà offrire una protezione dalla presenza di dosi più massicce.

Ora i ricercatori dell'Università della California a San Diego hanno scoperto il gene responsabile di tale effetto: il lavoro pubblicato sull'ultimo numero della rivista on-line ad accesso libero PLoS Genetics spiega il meccanismo sottostante al processo che previene il danno cellulare da parte dei derivati reattivi dell'ossigeno (reactive oxygen species, ROS).

"Possiamo bere succo di melagrana per combattere i radicali liberi o seguire una dieta a basso introito calorico per essere più longevi", ha commentato Trey Ideker, capo della divisione di genetica del Dipartimento di medicina della UC San Diego e professore di bioingegneria della Jacobs School of Engineering. "Ma ora i nostri studi suggeriscono che effettivamente gli esseri umani sono in grado di prolungare la propria vita esponendo il proprio corpo a minime quantità di ossidanti."

I ROS sono ioni che si formano come prodotto di scarto naturale del metabolismo dell'ossigeno e rivestono un ruolo importante nei processi di segnalazione molecolare all'interno delle cellule. Questa classe di piccole molecole include gli ioni ossigeno, i radicali liberi e i perossidi. Tuttavia, in condizioni di stress ambientale - per esempio, per l'esposizione alla radiazione ultravioletta, al calore o a sostanze chimiche nocive - i livelli di ROS possono aumentare drasticamente. Tale effetto, a sua volta, può determinare un significativo danno cellulare a carico delle molecole di DNA e di RNA e delle proteine con effetti cumulativi che vanno sotto il nome di stress ossidativo.

Uno dei maggiori contributi a a quest'ultimo è dato dal perossido d'idrogeno derivato da un tipo di radicali prodotti dai mitocondri con la produzione d'energia. Sebbene la cellula abbia un metodo per minimizzare gli effetti dannosi del perossido d'drogeno, convertendolo in ossigeno e acqua, tale processo non riesce nel 100 per cento dei casi.


Ideker e colleghi hanno così cominciato a studiare nei lieviti i processi coinvolti nel processo di adattamento della cellula alla presenza di perossido d'idrogeno, cercando di chiarire in che modo avviene l'ormesi, il fenomeno per il quale una sostanza tossica agisce come stimolante in piccole dosi e come un inibitore a grandi dosi.

Si è così proceduto a trattare le cellule con una piccola dose di perossido d'idrogeno seguita da una alta dose cercando al contempo i geni candidati a controllare questo meccanismo di adattamento, per il quale è risultato cruciale un nuovo fattore di trascrizione chiamato Mga2.

"Si è trattato di un risultato sorprendente perché Mga2 si trova in un 'posto di controllo' di un cammino completamente differente di rispetto a quelli che rispondono a una esposizione acuta ad agenti ossidativi: questo secondo cammino è attivo solo alle più basse dosi", ha concluso Ideker.

Fonte:

martedì 2 giugno 2009

Medico di famiglia

Vi ricordate il vecchio medico condotto oppure il medico della mutua , che anche se avevi la febbre per un'influenza, veniva a casa a trovarti, e doveva essere tutto messo a posto e pulito, perchè : ARRIVA IL DOTTORE; STA' BUONO IN LETTO.

Ti visitava , ti curava veramente, era preparato , anche se non era aggiornato sulle ultime novità di questa e di quella CASA FARMACEUTICA ...

Adesso non esiste più, adesso c'e' solamente un burocrate che scrive sul computer tutti i tuoi esami e referti, scrive al computer le ricette per i medicinali, ti prescrive sempre al computer gli esami del sangue e le visite specialistiche.

A visitarti, a consigliarti neanche l'ombra.

Volevo sapere a cosa serve una persona cosi' e per di piu' laureato.

Sarebbe piu' utile e meno dispendioso per la comunità, assumere infermieri professionali assunti a tempo indeterminato a paga fissa sindacale per effettuare lo stesso lavoro e mandare tutti questi medici all'interno degli ospedali, degli ambulatori, e soprattutto nei PRONTO SOCCORSO.

Voi direte ma perchè hai il dente avvelenato con i medici di famiglia, adesso vi racconto un fatto realmente accaduto in questi ultimi giorni .

Non metterò nè nomi nè cognomi.
PROTAGONISTI DEL FATTO :
DR = MEDICO DI FAMIGLIA
OC = OCULISTA
PZ = PAZIENTE

La storia inizia circa 5 mesi fa quando PZ , a causa di disturbi agli occhi va' in visita privata da OC, viene diagnosticata una UVEITE (L'uveite è una infiammazione di parte o di tutta la tunica media (vascolare) dell'occhio. Il termine si riferisce, inoltre, all'infiammazione che interessa le altre tuniche (sclera, cornea e retina).

Viene curato con antinfiammatori , cortisone e atropina ( tutti questi colliri a pagamento, non mutuabili ). Vengono prescritti alcuni esami del sangue , riferiti a probabili cause derivate da malattie autoimmuni.

Il DR prescrive a stento questi esami, ( chiedo io : un MEDICO SPECIALISTA avrà più esperienza nel suo campo rispetto al MEDICO DI FAMIGLIA?? ).

La malattia non regredisce e 15 giorni fa , OC per essere sicuro prescrive a PZ : ecografia della tiroide, Cortisone compresse, Holter pressorio ( apparecchio che registra la pressione ad intervalli regolari e molto vicini per 24 ore ) e altri esami sanguigni riguardanti la funzionalità tiroidea.

L'uveite (se non curata porta alla cecità nel 90% dei casi) può essere correlata a disfunzioni della tiroide, e in questo periodo moltissime donne accusano problemi seri alla tiroide.

PZ va' da DR con la richiesta di OC, e la risposta di DR è :
"La pressione è 145/90 che la sua normalmente è 120/60 , quindi non ci sono sbalzi non le occorre fare la prova dell'holter (COME NON CI SONO SBALZI ???), a seguito dei precedenti esami del sangue risultati negativi riguardo alla funzionalità e negativi anche gli anticorpi della tiroide non le prescrivo l'ecografia, perchè se gli esami sono negativi non serve l'ecografia e poi a tatto ho sentito che non c'è nessun problema."

La ricetta per il Cortisone compresse rimane nel filo tra il computer e la stampante, quindi nessuna ricetta per il cortisone.....

Dopo 2 giorni , PZ ritorna da OC che gli chiede ragguagli riguardo all'ecografia, e PZ cosa puo' rispondere ???.

Quindi PZ decide di fare l'ecografia in privato ( 110,00 euro ) , risultato :
CI SONO 8 NODULI DI CUI 3 DELLA GRANDEZZA SUPERIORE AL CENTIMETRO.
Sapete cosa ha fatto PZ ??

Ha immediatamente cambiato Medico di Famiglia, il nuovo medico ha richiesto una visita urgente da un Endocrinologo, fatta oggi ( 2 giorni dopo la richiesta ), che ha richiesto SCINTIGRAFIA, AGO ASPIRATO, E ALTRI ESAMI DEL SANGUE PIU' APPROFONDITI. Nella visita al tatto l'endocrinologo a sentito distintamente al tatto le cisti....

Cosa dire del vecchio MEDICO DI FAMIGLIA....

lunedì 4 maggio 2009

Abbassa il colesterolo, che ti viene il cancro!


Negli ultimi 50 anni il terrore creato attorno ai livelli di colesterolo del sangue ha fatto guadagnare a molti davvero tanti bei miliardi di dollari. Nella strenua ricerca di nuovi farmaci per abbassare il colesterolo in modo sempre più efficace, l’industria farmaceutica ha inventato un altro farmaco (Inegy ®, Vytorin®) basato sull’ associazione tra una nota statina, la simvastatina (Sivastin® e Sinvacor®), e un nuovo farmaco, l’ezetimibe (Zetia): le statine bloccano la sintesi del colesterolo a livello del fegato, mentre l’ezetimibe ne riduce l’assorbimento intestinale.

Questa intelligente trovata abbassa le LDL in modo più efficace delle sole statine e apre nuovi orizzonti commerciali. Tuttavia, e per fortuna, la Food and Drug Administration (FDA) americana si è anche accorta che le persone avevano le LDL più basse, ma crepavano anche più facilmente di tumore.

Il fatto che abbassare troppo il colesterolo del sangue faccia aumentare il rischio di tumore è cosa arcinota. Diversi studi con le statine hanno mostrato questa terribile verità, ma far soldi sulla pelle della gente è un vizio assai diffuso in medicina. E’ così che, in barba all’evidenza, nel 2004 gli esperti del U.S. government's National Cholesterol Education Program hanno arbitrariamente abbassato ulteriormente i livelli di LDL (il colesterolo cosiddetto “cattivo”): da 130mg/dl a 100mg/dl e, in alcuni casi, perfino a 70 mg/dl. Et voilà, nuovi pazienti da mettere sotto statine. Una vera manna per l’industria del farmaco, che come ci si poteva immaginare, è stata tutt’altro che estranea a questa decisione, dato che 8 dei 9 membri della commissione di "esperti" che ha redatto le nuove linee guida anti-colesterolo erano nei loro libri paga.

In un recente studio, si è visto che livelli di LDL pari a 107 mg/dl sono associati ad un aumento del 33 % del rischio di tumore e di morte, mentre livelli di 87 mg/dl lo aumentano del 50%! Nel nostro Paese, dove la medicina spesso e volentieri recepisce in modo supino le decisioni prese oltreoceano ed è pesantemente influenzata dal business del farmaco, si considera “ottimale” e “sicuro” un valore delle LDL inferiore ai 100 mg/dl (linee del Ministero della Salute). Valori, che stando ai recenti studi sarebbero pericolosamente bassi.

Dr Francesco Perugini Billi

Bibliografia


www.dailymail.co.uk/health/article-1048233/Cholesterol-pill-taken-thousands-linked-increased-risk-cancer.html?ITO=1490


lunedì 13 aprile 2009

Speranze dalle ricerche sul cancro

Oscar è un cagnolino, di razza Bichon Frisè, che è diventato famoso in tutto il mondo. Non perchè ha partecipato come protagonista in qualche film o per quale curiosità particolare: Oscar è diventato famoso perchè è il primo cane malato di tumore, che è guarito in seguito alla terapia di un farmaco.

Oscar era malato di un adenocarcinoma dell’intestino, un tumore particolarmente maligno, che lo ha bloccato. Le speranze di vita erano di tre mesi. Anche la chemioterapia e la radioterapia non sono servite a nulla. Così l’idea di sperimentare proprio con lui un nuovo farmaco. E indovinate un po’? Il miracolo tanto atteso dai padroni è avvenuto e Oscar non solo non ha più il tumore, ma è anche tornato a camminare.

Oscar è stato curato da un gruppo di oncologi della Cleveland Clinic, che si trova in Ohio. Da tempo i dottori stavano mettendo a punto un farmaco capace di distruggere le cellule tumorali, entrando al loro interno. La nitrosilcobalamina non è altro che un mix di vitamina B12 e di monossido di azoto (NO). Che però funziona. Oscar è il primo cagnolino sul quale il farmaco ha funzionato. Ora verrà testato su altri cagnolini e presto la sperimentazione potrebbe avvenire proprio sugli esseri umani.

martedì 7 aprile 2009

Intestino pigro - Dieta senza muco


Pochi sanno che i cibi fatti con la farina bianca e i latticini in genere creano una specie di colla che, pian piano, aderisce alle pareti intestinali creando uno strato che impedisce ai nutrimenti di essere assorbiti ed avvelena quelli che riescono ad attraversarlo.

In questo articolo vi presentiamo la teoria del prof. Arnold Ehret's vissuto negli Stati Uniti e morto nel 1923. Considerando le conoscenze scientifiche dell'epoca le sue intuizioni sono state veramente stupefacenti e molti dei principi da lui enunciati si sono dimostrati validi nel tempo. Utilizzando come al solito il buon senso e un pizzico di analisi critica siamo certi che saprete ricavare anche voi delle informazioni interessanti.

Lo scopo non è effettuare del "terrorismo alimentare" ma semplicemente proporre al lettore differenti chiavi di lettura circa le "incrostazioni fecali" che, ricoprendo le pareti dell'intestino, limitano e inquinano l'assorbimento di alcuni importanti nutrienti.

Le teorie del Prof. Arnold Ehret's sono state riprese, aggiornate e approfondite in tempi recenti da un importante medico, il Dott. Bernard Jensen, che ha pubblicato i risultati dei suoi studi nel libro "Intestino libero" edito da Macro Edizioni che consigliamo vivamente a chiunque voglia approfondire l'argomento.

La tabella che segue è stata preparata da un esperto di fisiologia chimica ed indica, c un valore numerico, la capacità di creare o sciogliere il muco. Più il valore nella colonna "creare il muco" è alto e più l'alimento produce muco. Più è alto il valore ella colonna "sciogliere il muco" più l'alimento è in grado di eliminarlo.


CAPACITA'DI CREARE IL MUCO
CARNE
Manzo 38.61
Vitello 22.95
Pollo 24,32
Maiale 12,47
Lingua bovina 10,60
Prosciutto crudo 6.95
Lardo 4,33
PESCE
Molluschi 19,52
Salmone fresco 8.32
Pesce bianco 2,75
UOVA
Tuorlo 51,83
Intero 11.61
Albume 8,27
LATTICINI
Formaggi stagionati 17,49
Margarina 7,31
Burro 4,33
CEREALI
Fiocchi d'avena 20,71
Riso brillato 17,96
Dolciumi 12,31
Avena 11,31
Pane bianco 10,99
Orzo 10,58
Pane integrale 8,54
Pasta 5,11
Riso integrale 3,18
VEGETALI
Lenticchie 17,80
Cavolini di Bruxelles 13,15
Piselli secchi 9,70
Fagioli secchi 3,41
NOCI E SIMILARI
Arachidi 16,39
Castagne 9,62
Noci 9.22
Mandorle 2,19
BEVANDE
Cioccolato 8,10
Birra 0,28


CAPACITA' DI SCIOGLIERE IL MUCO
LATTICINI
Latte magro 4,89
Panna 2,66
Latte normale 1,69
VEGETALI
Spinaci crudi 28,01
Fagioli di soia 26.58
Indivia 14,51
Lattuga 14,12
Pomodori crudi 13,67
Cetriolo 13,50
Barbabietole 11,37
Rape bianche 10,80
Patate dolci 10,31
Fagiolini 8,71
Patate 5,95
Piselli freschi 5,15
Carciofi 4,31
Verza 4,02
Cavolfiore 3,04
Verza rossa 2,20
Cicoria 2,33
Funghi 1,81
Cipolla rossa 1,09
Asparagi 1,01
Zucca 0,28
FRUTTA
Fichi 27,81
Uva passa 15,10
Mandaranci e mandarini 11,77
Limoni 9,95
Arance 9,61
Uva 7,15
Mirtilli 7,14
Prugne 5,80
Datteri 5,50
Pesche 5,40
Lamponi 5,19
Albicocche 4,79
Banane 4,38
Amarene 4,33
Melograno 4,15
Ananas 3,59
Pere 3,26
Ciliege 2,57
Anguria 1,83
Fragole 1,76
Mele 1,38
NOCI E SIMILARI
Noce di cocco 4,09
VARIE
Olive 30,56
Zucchero di canna 14,57
BEVANDE
Te 25,49
Radice di cicoria 7,17
Caffè 5,60
Vino bianco 1,21
Vino rosso 0,59


Il prof. Arnold Ehret's ritiene che molte malattie dipendano dal muco accumulato in qualche organo o in qualche "conduttura", in quantità tale da alterarne il naturale funzionamento.

Tra di esse:
-Raffreddore: sforzo per eliminare i prodotti di rifiuto (muco) dalla testa, dalla gola e dai condotti bronchiali.
-Polmonite: il raffreddore è sceso in profondità, è presente uno sforzo per eliminare il muco dagli organi più spugnosi: i polmoni.
-Reumatismi e gotta: vi sono acidi urici e muco accumulati, la circolazione dell'energia vitale è pertanto carente.

-Foruncoli:evidente eliminazione di sostanze indesiderate.
-Sordità: accumulo di muco nei condotti uditivi.
-Stitichezza: accumulo dei rifiuti nel tratto intestinale.

Ognuno di noi, anche se crede di essere in buona salute, ha accumulato fin dalla prima infanzia una certa quantità di materiali di rifiuto in special misura sulle pareti intestinali. Si pensi al proposito che esami di autopsia hanno riscontrato che nel 50/60% dei colon esaminati (ultimo tratto intestinale) erano contenuti fino a 6-7 chilogrammi di rifiuti di cui alcune parti risalenti a diversi anni prima.

Risulta evidente che in questo caso le sostanze nutritive, prima di raggiungere il sangue, devono passare attraverso lo strato di rifiuti che agiscono come un "filtro" (purtroppo sporco), che tende a degradare anche un cibo di ottima qualità. Talvolta anche una fame continua, e mai soddisfatta potrebbe essere ricondotta alla situazione descritta, perché molti valori nutritivi vengono persi a causa del "filtro" descritto.

Inoltre, la dieta di molti è basata su cibi lenti da digerire, come la carne e i grassi, che possono provocare putrefazione e l'insorgere di batteri nocivi che impediscono l'assorbimento delle sostanze nutritive attraverso la parete intestinale.

Il comune raffreddore è un classico esempio di accumulo di muco nelle vie respiratorie e il muco crea il terreno ideale per la moltiplicazione dei microbi. Ricordiamo che ogni specie vivente necessita di "terreno adatto" ed il muco è quanto di meglio possiamo offrire per ospitare in noi i microorganismi apportatori di influenze, forme catarrali e così via.

SUGGERIMENTI PER RIDURRE IL MUCO INTESTINALE

-Iniziare la giornata con un bicchiere di acqua tiepida a cui sia stato aggiunto il succo di mezzo limone (si può dolcificare con poco fruttosio o zucchero di canna o miele). Questa bevanda, presa il mattino a digiuno, è un ottimo sistema per liberarsi del muco. Aspettare 5-10 minuti prima di iniziare la colazione.

-Evitare o ridurre drasticamente i cibi che creano il muco: farina bianca e derivati, riso brillato, uova, formaggi, carne, pesce, salumi e insaccati. (Vedi tabella).

-Utilizzare cibi che sciolgono il muco: agrumi, fichi freschi o secchi, uva passa, verdura e frutta cruda in genere. (Vedi tabella).

-Usare frutta e verdura cruda possibilmente di stagione e assumerla o per colazione o lontana dai pasti.

-Due cucchiaini di amaro svedese (si trova in farmacia) presi in acqua calda dopo il pranzo, rappresentano una cura assai valida per sciogliere il muco.

La nostra esperienza ci ha mostrato come il muco intestinale (oggi più modernamente definito "incrostazioni fecali") possa molto spesso essere la causa del mal di testa frontale di cui soffrono saltuariamente molte persone.

Può capitare che chi assume il succo degli agrumi o le fragole con il limone verifichi l'insorgenza di malesseri o dolore alla testa: i disturbi riscontrati altro non sono che l'effetto risultante dal muco sciolto che viene riassorbito nell'ultimo tratto dell'intestino immettendo nel sangue una notevole quantità di tossine.

Non è una buona ragione per farsi spaventare, anzi è un segnale inequivocabile che bisogna procedere consumando per qualche tempo cibi che sciolgono il muco.

venerdì 3 aprile 2009

Cura per l'AIDS..?


Ci sono nuove speranze per combattere il virus dell'Hiv, responsabile dell'Aids. E la ricerca è tutta italiana: i ricercatori del laboratorio di Virologia molecolare diretto da Giovanni Maga presso l'istituto di Genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia insieme al laboratorio di chimica farmaceutica dell'Università di Siena diretto da Maurizio Botta hanno scoperto una molecola farmacologicamente attiva, in grado di bloccare l'infezione poichè diretta contro un "enzima cellulare. La terapia attuale, invece, si basa invece su farmaci diretti contro "enzimi virali". I risultati dell'importantissima ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Medicinal Chemistry dell'American Chemical Society.

Gli studiosi hanno fatto ricorso a tecniche computerizzate per disegnare una molecola "su misura" per la proteina Ddx3, responsabile di portare le informazioni virali, che, successivamente sintetizzata e provata nei test biologici, si è dimostrata in grado di interferire con la sua azione, bloccandola. Dai risultati è emerso come il blocco dell'azione di Ddx3 determini l'interruzione della replicazione virale nelle cellule infette dal virus Hiv, senza danneggiare le cellule sane, che, al contrario del virus, posseggono meccanismi in grado di compensare la perdita di Ddx3.

Sarebbe davvero bello che senza tornaconto alcuno, si trovasse una cura per questa pandemia. Solitamente però, questi gran istituti di ricerca, pagati con fondi pubblici la maggior parte delle volte, puntano a nuovi businness nel mercato dei farmaci con buona pace dei rischi derivati da molecole chimicamente aggregate inserite in organismi umani.

A livello mondiale si vede questa infermità, come socialmente pericolosa e contro la costituzione della famiglia. Una modesta opinione derivata su alcune osservazioni, potrebbe invece metterla sul giusto piano.
All'inizio si sottolineava come questa infezione virale, sia strettamente correlata con omosessualità e uso di sostanze stupefacenti. Poi si sparse un poco di panico facendo trapelare che si poteva essere infettati anche solo stando in presenza di elementi contraenti il virus, causa il flug che ogni essere umano emette nell'aria. Alla fine si stabilì che sia direttamente collegate al sangue e derivati dello stesso.
Pare in sostanza, più una difesa della natura a pratiche sempre più accettate di atti non proprio in linea con la continuità della specie.
Non risulta infatti ad oggi, siano nati nuovi abitanti del pianeta a seguito di rapporti omosessuali. Solitamente se la natura decide per un termine della vita, lo fa a seguito di selezione e mantenimento della specie, poco importa se per questo si soffra per la mancanza dei nostri cari. La natura stessa, ha dotato ogni organismo delle sostanze adatte per l'elaborazione di elementi a mantenimento dello stesso; sembra che sostanze chimiche, allucinogene di sintesi, non siano fra queste.

Ci fu detto che la cura per l'AIDS, non verrà trovata, dato che questa è un castigo (causa) derivato da pratiche contro natura stessa.

Ad oggi l'ultimo comma, è rispettato aspettando di vedere come si evolverà l'incipit dell'articolo.

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