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venerdì 23 ottobre 2009

Nuove applicazioni della leva semplice

In tempi di crisi si sa, tutto può tornar comodo. Come se fosse l'uovo di Colombo, un ristoratore propone un nuovo tipo d'attacco per trasmettere il moto all'autovettura, a suo dire molto meno dispendioso che dell'attuale. In sostanza si applicherebbe il principio della leva dove il fulcro, è l'asse della ruota, il braccio il suo diametro mentre il punto d'applicazione viene a trovarsi sulla sua circonferenza.

Ci sarebbe da chiedersi come mai non si sia mai pensato ad una soluzione apparentemente semplice, al punto che nemmeno Leonardo ci sarebbe arrivato. Forse che le leggi della fisica trovano qualche discrepanza e non vengano valutati tutti i parametri della questione?

Per il momento i tecnici dell'officina Gran Prix Service, stanno valutando il sistema a loro proposto dal ristoratore e sembra che già una nota casa tedesca d'automobili, stia valutando costi/benefici di quella che si potrebbe presentare come una buona soluzione tecnica.

Le spiegazioni di come e perché il sistema potrebbe funzionare, le trovate qui, mentre vi propongo il GR3 che ne riporta la notizia.



martedì 21 luglio 2009

Reti Neurali - I.A.

Una vasta branca dell'intelligenza artificiale cerca di costruire sistemi che affrontino problemi difficili per gli algoritmi classici dei sistemi esperti usando, invece, reti neurali che si ispirano, ma molto alla lontana, all'elaborazione dell'informazione nel nostro sistema nervoso.

Il principio fondamentale è che invece di scrivere un programma di calcolo con istruzioni esplicite, esempio di calcolo simbolico, si cerca, con apposite procedure di addestramento, di ottenere una rete con connessioni fra le unità i cui valori consentano alla rete di risolvere il compito per cui è stata addestrata in maniera implicita, con semplici calcoli analogici come il computo del livello di attivazione di ciascuna unità.

Fra le numerose applicazioni ingegneristiche di sistemi artificiali basati su reti neurali ve ne sono alcune in ambito medico, ad esempio per aiutare medici umani o sistemi esperti tradizionali nelle diagnosi di patologie specifiche da un insieme di sintomi e dati sul paziente. La rete li confronta, con un' impressione per così dire visuale piuttosto che logico- simbolica, con il quadro presentato da altri pazienti di cui è già nota la diagnosi corretta, e che viene fornito alla rete in fase di addestramento.

Queste applicazioni delle reti neurali hanno avuto un grado variabile di successo pratico, ma in generale ci si scontra con due caratteristiche dei sistemi artificiali fondamentalmente differenti da quelle del sistema nervoso:

1) le unità di calcolo di un sistema artificiale possono operare con estrema velocità, milioni di volte più veloci dei neuroni che costituiscono le unità di calcolo del nostro sistema nervoso

2) bisogna però spiegar loro cosa fare, almeno al livello di fornirgli richieste precise in fase di addestramento, mentre le reti neurali naturali sfruttano meccanismi di apprendimento basati sulla modifica spontanea e indipendente di un numero enorme di connessioni sinaptiche (ne abbiamo circa un milione di miliardi nel nostro cervello) fra i singoli neuroni.

Anche se crediamo adesso di comprendere, in prima approssimazione, i principi della plasticità sinaptica, non riusciamo per ora a convincere nessun sistema artificiale, da noi costruito, a modificare spontaneamente un milione di miliardi di variabili, senza che gli diciamo noi come fare.

Esiste poi una branca in forte espansione nell'ambito delle neuroscienze, che studia i processi naturali di calcolo neurale, realizzati nelle reti del nostro sistema nervoso. Questo è un campo affatto diverso e per me affascinante, i cui rudimenti ho cercato di spiegare in un libriccino introduttivo edito dalla Bruno Mondadori, Come funziona la memoria (1999).

Anche qui si ha a che fare, in un certo senso, con la medicina, ma si affrontano, ben prima delle patologie, questioni fondamentali della ricerca di base del tipo: a cosa corrispondono, nel nostro cervello, i processi mentali, il pensiero?Le reti neurali (o neuronali) sono una delle aree più interessanti della ricerca in Intelligenza Artificiale. Nonostante la loro ideazione risalga ai primi anni '60, solo di recente si sono avuti notevoli risvolti applicativi e teorici.

L'idea che sta alla base delle reti neurali è quella di "imitare" in funzionamento del cervello, utilizzando un certo numero di semplici elementi di calcolo fortemente interconnessi tra loro per elaborare dati.

Gli elementi di calcolo semplici vengono chiamati neuroni. In una rete neurale alcuni neuroni sono utilizzati come ingressi, altri come uscite, altri ancora (non sempre presenti) non sono connessi con l'esterno e svolgono una funzione di "calcolo" e vengono chiamati neuroni "nascosti" (hidden).

La grande differenza rispetto ad altri sistemi di calcolo consiste nel fatto che la rete non è programmata per svolgere un determinato compito, ma viene "addestrata" mostrandole degli esempi (sotto forma di coppie ingresso-uscita), la rete impara così ad associare ad ogni ingresso un'uscita e anche in una certa misura a generalizzare quello che ha imparato per ingressi che non le erano stati presentati in fase di addestramento. Così per ottenere l'uscita voluta è sufficiente che l'ingresso "somigli" a quello originario. Questa proprietà rende le reti neurali adatta a tutti i compiti che hanno a che fare con il riconoscimento e classificazione di input (caratteri, immagini, suoni...).

Le capacità della rete sono determinate sia dal numero di neuroni, sia soprattutto dalla topologia (cioè da come sono collegati tra loro i neuroni). Esistono infinite topologie possibili, ma le più utilizzate si possono schematizzare in due classi: le reti alimentate in avanti (feed forward) e le reti ricorrenti (o ricorsive).

Nelle prime non esiste nessun collegamento che riporti in qualche modo le uscite in ingresso, questo le rende abbastanza semplici da studiare ed addestrare ma non gli permette di mantenere uno "stato" interno, cioè una memoria di quello che è successo nel passato. Questo tipo di rete è il più studiato ed utilizzato.
Le reti ricorrenti hanno delle capacità più estese però non sono state in generale ancora ben comprese e non si conosce sempre un metodo adatto per addestrarle.

Percettrone multi livello (Multi Layer Perceptron)
Una delle reti di più utilizzate è il cosiddetto "percettrone multi livello".

Questa rete ha uno strato di neuroni di ingresso, uno strato di neuroni di uscita, e a volte uno o più strati di neuroni nascosti. Per addestrare la rete si fanno variare i coefficienti associati a ciascun collegamento (è questo che rende possibile l'apprendimento nella rete). Ogni neurone riceve diversi ingressi ed ha una sola uscita (la cosiddetta "attivazione" del neurone) che è funzione degli ingressi.

Per permettere alla rete di apprendere funzioni non lineari è necessario usare una funzione non lineare. Le funzioni più utilizzate sono la funzione "gradino", e la funzione "sigmoide" (nota anche come funzione di Fermi). La prima viene utilizzata quando è necessaria una risposta "digitale" (cioè di tipo on/off), la seconda quando invece l'uscita deve assumere valori continui compresi in un intervallo limitato.

Tipicamente l'argomento della funzione di attivazione è la somma degli ingressi del neurone pesati ciascuno col peso della connessione corrispondente. Le attivazioni dei neuroni d'ingresso sono gli input (vengono imposte dall'esterno, in un certo senso non sono quindi dei veri neuroni...), l'attivazione dei neuroni d'uscita rappresenta l'uscita della rete.

Ottenere il valore dell'uscita dati gli ingressi si riduce a fare propagare in avanti il segnale, cioè a calcolare in successione tutte le varie attivazioni partendo dagli ingressi.

L'addestramento della rete risulta un pò più complesso: all'inizio la rete non contiene nessuna informazione, si assegnano i valori dei pesi in modo casuale (ad esempio con valori compresi tra -0.5 e 0.5), successivamente si presentano gli ingressi, si calcola l'uscita della rete, si calcola l'errore, come differenza tra il valore ottenuto e i valori che si volevano, e si aggiustano i pesi in modo da fare diminuire l'errore.


Per aggiustare i pesi esistono diverse regole a seconda del tipo di rete, per una rete senza strati nascosti si utilizzano la formula seguente:

Wj = Wj + alj * (T-O)

dove Wj è il peso del collegamento j-esimo, alfa è una costante chiamata "velocità di apprendimento" (learning rate), Ij è l'ingresso j-esimo, T è l'uscita i-esima desiderata e O è l'uscita i-esima della rete. La costante alfa viene utilizzata per diminuire la velocità di convergenza, in modo da limitare oscillazioni attorno al minimo di errore (l'errore è rappresentato da T-O).

Reti di questo tipo con funzioni di attivazione lineari (chiamate adalines) vengono impiegate spesso nel riconoscimento dei caratteri o nella costruzione di filtri adattivi.

Se la rete contiene strati di neuroni nascosti è necessario utilizzare per l'addestramento la tecnica di "backpropagation", grazie alla quale si riesce a suddividere l'errore all'uscita tra i neuroni dei livelli nascosti e quindi a variare i pesi in modo da minimizzare l'errore.

Nell'addestramento di una rete neurale è importante presentare tutte le coppie di ingresso-uscita diverse volte. Ciascuna presentazione viene chiamata "epoca" di addestramento. Se l'addestramento procede correttamente ad ogni epoca l'errore (quadratico) medio su tutte le uscite dovrebbe diminuire.

L'algoritmo di addestramento può essere schematizzato come segue:

;Ripeti per n epoche
Per ogni esempio di addestramento
Presenta ingressi
Propaga in avanti
calcola errore (T-O)
Ritocca pesi
Fine ciclo esempi
Fine ciclo epoche

Per utilizzare una rete neurale nella risoluzione di un particolare problema è opportuno cercare di identificare gli ingressi e le uscite che riescano a caratterizzare bene il problema. Riguardo alla topologia della rete da usare non si può dire molto, in quanto non sono ancora disponibili teorie riguardo al numero ottimale di neuroni e collegamenti da utilizzare.

Un risultato importante è che le reti con un solo livello nascosto riescono a rappresentare tutte le funzioni continue, mentre le reti con due livelli riescono a rappresentare anche quelle discontinue. Le prestazioni di tutte le reti neurali dipendono molto dal set di addestramento: più il set è rappresentativo del problema e più è completo più le prestazioni saranno migliori e la anche la capacità di generalizzare della rete sarà migliore.

Esempio. La rete della prima figura è un rete che viene utilizzata di solito nel riconoscimento di caratteri. In questo caso numero delle uscite sono tante quante i caratteri da riconoscere (un neurone per ogni carattere). Gli ingressi ricevono la luminosità media di un certo numero di aree dell'immagine (normalmente disposte a griglia). Il neurone che ha attivazione più alta in uscita viene considerato come risposta della rete.

Atri tipi di reti neurali
Tra i numerosi tipi di reti neurali esistenti sono da ricordare le reti di Hopfield e le self organizing nets di Kohonen.

Le prime sono delle reti ricorrenti formate da un solo strato di neuroni. Ciascun uscita è collegata agli ingressi di tutti gli altri neuroni. Questa rete viene addestrata utilizzando delle particolari formule lineari e può funzionare come rete auto associativa. Dopo la fase di allenamento la rete è in grado di riconoscere una configurazione che ha imparato (anche se parzialmente corrotta) e di presentare in uscita la versione originale (quindi integra). La rete viene utilizzata ad esempio per riconoscere immagini ad un solo bit colore. Un risultato teorico interessante è che la rete può memorizzare in maniera affidabile fino a 0.138N esempi, dove N è il numero di neuroni della rete.

Le reti di Kohonen invece costituiscono un esempio di reti che sono in grado di apprendere senza bisogno di supervisione, cioè hanno la capacità di ricevere diverse configurazioni in ingresso e di classificarle per somiglianza. Anche in questo caso le formule usate nell'addestramento sono diverse da quelle usate per i percettroni.


lunedì 13 luglio 2009

Corso di Hacker

Un Hacker è una persona che si impegna nell'affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte, non limitatamente ai suoi ambiti d'interesse ( che di solito comprendono l'informatica o l'ingegneria elettronica ), ma in tutti gli aspetti della sua vita.

Il progetto Hacker High School é finalizzato a fornire materiali informativi su come difendersi in rete stimolando l'interesse dell' Hacker che c'è in tutti noi.

L'obbiettivo é quello di sviluppare una conoscenza sull' Hacking per identificare autonomamente i problemi di sicurezza e di privacy, imparando ad assumere decisioni responsabili in materia di sicurezza.

L’ Hacking é intrigante per la natura illegale dell'accesso ai computer, per questo é importante conoscerlo meglio per esserne piú consapevoli e avvisare gli altri dei problemi di sicurezza e renderli pubblici, senza la preoccupazione di finire in carcere per averlo fatto.

Queste 12 lezioni ( in formato .pdf ) sull' uso sicuro delle risorse informatiche e su internet, sono disponibili in sei lingue europee, seguono i link diretti in italiano :

Hacker High School è un progetto ISECOM, una associazione internazionale che si occupa di tecniche e metodologie della sicurezza.


venerdì 19 giugno 2009

Linux è pronto per USB 3.0

Mi ricordo che ai tempi di USB 2.0, c'erano molte difficoltà a trovare driver che funzionassero decentemente su Linux. Ci si rassegnava ad averlo 1.0, con tutte le conseguenze del caso; molte periferiche erano ignorate, molte funzioni non accessibili.

Forse in base anche a quanto sopra, la comunità Linux, non se ne è stata con le mani in mano questa volta, o forse la tecnologia è arrivata per tempo con le delucidazioni del caso, fatto sta che Linux sbaraglia tutti, proponendosi come il primo sistema operativo capace di gestire le nuove specifiche USB 3.0

Alla fine del 2008 erano state rilasciate dall’USB Implementers Forum le specifiche del nuovo protocollo USB 3.0 (Universal Serial Bus). Questo è compatibile con lo standard USB 2.0, e presenterà un throughput di trasmissione di quasi 300MB/s, a costo però di cambiare il tipo di cavo (avrà 2 fili in più) e il tipo di connettore (avrà 5 contatti in più).

La corsa alla produzione delle prime schede per PC in grado di offrire la nuova connettività USB era iniziata quasi immediatamente. Il 20 maggio 2009 l’azienda Fresco Logic ha annunciato la disponibilità della prima scheda PCI Express con connettore USB 3.0. Al Computex di Taipei la stessa Asus avrebbe annunciato la disponibilità quasi immediata di nuove motherboard P55 con supporto USB 3.0.

Nec ha annunciato la produzione di circa un milione di Controllori xHCI (Extensible Host Controller Interface, ovvero quelli USB 3.0) per schede PCI Express entro il mese di settembre.

Linux? Non è rimasto a guardare. Sarah Sharp, sviluppatrice della Intel, ha annunciato la disponibilità di un primo driver Linux per il controllore xHCI. Il nuovo driver è in lista di approvazione per la versione del Kernel Linux 2.6.31, che dovrebbe vedere la luce proprio ad inizio del mese di settembre. Purtroppo non si è riusciti ad inserire il lavoro nel rilascio 2.6.30, ma nulla di cui preoccuparsi, Linux è comunque in anticipo.

C’è da dire che Intel, che ha proprio la direzione dell’USB Implementers Forum, sta spingendo molto per il supporto Linux all’USB 3.0. Keve Gabbert, sempre di Intel, sta collaborando con Canonical (Ubuntu) e Red Hat per includere il driver nelle prossime distribuzioni.

Linux sarà il primo sistema operativo a supportare USB 3.0, e giusto in tempo per la produzione dei componenti annunciata da NEC. Sebbene in commercio ancora non ci siano dispositivi USB 3.0, c’è da dire che quando questi arriveranno Linux sarà già pronto da tempo.

Mi rimane solo un piccolo quesito: come avranno potuto testare le nuove specifiche senza che vi siano ancora componenti sul mercato? Non sarà una lunghissima fase dove vedranno gli utilizzatori del sistema come beta tester?

martedì 16 giugno 2009

Carburanti alternativi

Nei discorsi che si fanno fra amici, ma non solo, sempre più spesso capita di tessere un argomento sui biocarburanti; molto in voga oggi, vista la crisi (speculativa) del petrolio, il suo inquinamento e i suoi risvolti sull'economia mondiale.

Non ne faremo un articolo teso a sottolineare gli aspetti di bottega ma vediamo di capire meglio di cosa si tratta, a seconda del carburante che ci venga proposto come tema di conversazione:

Il BIODIESEL
Il cosiddetto biodiesel deriva da sostanze vegetali o dalla trasformazione sintetica di olio vegetale, in pratica possiamo dire che il biodiesel deriva dall’olio di colza. L’olio di colza è usato per friggere i cibi e a sua volta deriva direttamente dalla spremitura dei semi di colza, ed e solo con un processo chimico denominato transestererificazione che diventa biodiesel in grado di alimentare motori a scoppio.

Da uno studio condotto dall’Università di Siena nel 2005 si è appurato che con 2,5 tonnellate di semi di colza si può produrre una tonnellata di biodiesel. Solo che questo combustibile in effetti non è ancora utilizzato in quanto da tale utilizzo ne deriverebbero minori accise sui carburanti da parte dello Stato. Ma non è solo questo aspetto che non fa decollare il biodiesel, infatti, anche il costo di produzione elevato ha rallentato la produzione di questo biocarburante.

Le scelte effettuate pero dovrebbero tenere anche conto, secondo il nostro punto di vista, dei benefici che l’ambiente ne trarrebbe e dei nuovi posti di lavoro che si potrebbero sviluppare intorno a questa produzione, Infatti, sempre nello studio condotto dall’Università di Siena è stato stimato che l’impatto occupazionale si aggirerebbe in circa 5000 nuovi posti di lavoro nel rapporto di un nuovo posto di lavoro ogni 70 tonnellate di biodiesel prodotto annualmente.

All’estero e precisamente in Brasile gia dal 1978 si sono iniziati degli studi sui biocarburanti, infatti, in collaborazione con la FIAT brasiliana si è iniziati a produrre dei motori che andassero a alcool derivato dalla canna da zucchero e gasolio derivato dai datteri delle palme tropicali o all’olio di dende che alimenta i motori di grossi camion.


L’IDROGENO
L’idrogeno, considerato fino a pochi anni fa come il carburante in grado di risolvere i problemi legati all’inquinamento, ultimamente la sperimentazione su questo tipo di biocarburante sta incontrando una serie di problematiche di non facile risoluzione, nonostante grandi case automobilistiche hanno investito molto sulle cosiddette “auto del futuro” ovvero le auto alimentate ad idrogeno, i problemi sono sorti sia sotto l’aspetto della produzione dell’idrogeno e sia sotto l’aspetto dell’ingabbiamento, basti solo pensare che per conservare l’idrogeno allo stato liquido per 15 giorni ci vuole un serbatoio robustissimo in grado di scendere a -273 gradi centigradi.

Quindi è molto difficile che si vedranno auto alimentate ad idrogeno prima del 2020.


Il METANO e il GPL
Anche se non considerati dei biocarburanti “puri”, meritano una particolare menzione il GPL ed il Metano, infatti questi carburanti risultano essere molto meno inquinati della benzina e del gasolio. Proprio per il loro basso impatto ecologico nel passato sono stati erogati incentivi sia da parte dello Stato che da parte degli Enti Locali ai proprietari di veicoli che attuavano una conversione verso questi sistemi di alimentazione. Infatti, il 2005 sarà sempre ricordato come l’anno in cui vi è stato il più alto numero di immatricolazioni di veicoli alimentati a gas.


Il BIOETANOLO
Come gia accennato in precedenza l’etanolo, gia utilizzato in altri paesi, si adatta facilmente all’utilizzo nei mezzi di trasporto, con un costo inferiore alla benzina quantificabile in un 25%.

Ma anche per questo biocarburante bisogna fare lo stesso discorso fatto in precedenza per il biodiesel, in pratica la produzione e l’utilizzo stenta a decollare sia per gli alti costi di produzione e sia per il discorso legato alle accise dello Stato.

In Europa i paesi più avanzati sull’utilizzo dell’etanolo sono la Svezia e la Francia non a caso paesi che attuano una politica ecologica coerente con le tematiche ambientali attuali.


Il BIOMETANO
Il biometano può essere considerato uno dei biocombustibili, se non il biocombustibile, più ecologico tra quelli finora elencati, infatti il biometano a differenza del metano che è di origine fossile è prodotto attraverso processi di decomposizione naturale di sostanze organiche, sia in presenza che in assenza di ossigeno.

Il biometano, infatti, non è altro quel gas che si sprigiona, per intenderci, dalla massificazione e dalla decomposizione dai rifiuti solidi urbani e con precisione dalla frazione umida di questi scarti. Quindi oltre a riciclare questi scarti, ha un alto valore energetico che in alcuni casi supera quello del gas di natura fossile.

Quindi un biocombustibile che potrebbe in un futuro non remoto trovare il suo campo d’applicazione proprio nel settore automobilistico.

Concludiamo raggruppando quanto sopra esposto, secondo pregi e difetti dei nuovi carburanti che forse, sostituiranno l'attuale alimentazione delle nostre autovetture.

BIODIESEL
PREGI
  • Biodegradabilità
  • Assenza di Zolfo e riduzione delle emissioni inquinanti
  • Si può utilizzare negli attuali motori Diesel senza particolari modifiche
DIFETTI
  • Costi di produzione elevati
  • Potere corrosivo
  • Altri usi delle risorse di partenza più redditizi
BIOETANOLO
PREGI
  • Attualmente utilizzabile con i motori a benzina in miscela al 5% con benzina verde
  • Maggiore potenza e maggiore coppia motore
  • Biodegradabile con riduzione delle emissioni nocive
DIFETTI
  • Maggior costo rispetto alla benzina
  • Difficoltà nelle partenze a freddo
  • Altri utilizzi più redditizi
BIOMETANO
PREGI
  • Utilizzabile negli attuali motori senza modifiche
  • Si può produrlo localmente senza ricorrere all’importazione
  • Si può facilmente produrre con vari materiali di fonte rinnovabile
DIFETTI
  • Maggior costo rispetto al gas naturale
  • Necessita di avviare la raccolta differenziata delle risorse da cui ricavarlo
  • Realizzazione di impianti di produzione

Acqua da bere

Abbiamo visto come l'acqua, elemento vitale, è sempre più oggetto d'interessi economici che non sempre si allineano con l'etica di una necessità se non come una merce di profitto.

Nel caos in cui sembra ci siamo arenati, vediamo d'analizzare meglio cosa beviamo, cosa dice la legge e verso dove andremo.

Malgrado l’Italia dispone di una grande quantità di acqua agli italiani l’acqua gratis del rubinetto proprio non gli piace. Gli italiani restano i leader indiscussi di consumatori d’acqua con i suoi circa 172 litri a testa il che comporta una spesa annuale di circa 260 euro.

Occorre sottolineare che la legislazione italiana è molto attenta sulle modalita di conservazione, commercializzazione delle acque potabili e in bottiglia, infatti pone una serie di parametri molto restrittivi, circa 200, per l’acqua di rubinetto mentre solo 48 per l’acqua minerale.

La differenza sta sostanzialmente nel prezzo, infatti secondo i dati riportari da lega ambiente : un metro cubo di acqua potabile costa in media tra 0,51 e 1,08 euro mentre una bottiglia di acqua minerale contenente 1,5 litri può costare tra i 20 e i 50 centesimi di euro. Ma un altro fattore a discapito delle acque minerali in bottiglia, é i costi sia in termini di denaro che di inquinamento ambientale per lo smaltimento delle bottiglie di plastica. È pur vero, che il PET ovvero il tipo di plastica utilizzato per imbottigliare l’acqua è sicuro, ma dipende molto dalla temperatura cui queste vengono conservate.

Se ad esempio siamo una torrida giornata d’estate dove la temperatura è molto elevata, c’e il pericolo che si possono disciogliere sostanze nell’acqua. Tesi fortemente avvalorata dalle numerose sentenze della Corte di Cassazione(1), nei confronti di distributori o rivenditori che depositavano pile di acque al sole.

Premesso che tutte le acque potabili contengono sali e che qualsiasi trattamento chimico che alteri la composizione dell'acqua è vietato: le acque minerali, sia di rubinetto che in bottiglia, devono essere batteriologicamente pure e prive di inquinanti, infatti anche le acque in commercio devono essere imbottigliate come sgorgano dalla sorgente. L'unico trattamento previsto è l'aggiunta di anidride carbonica per renderle frizzanti, a seconda dei gusti dei consumatori.

Occorre puntualizzare il 25 dicembre del 2003 sono entrate in vigore regole che disciplinano le acque del rubinetto. Il nostro legislatore ha introdotto la possibilita di commercializzare acque, contenenti alcune sostanze chimiche causate dall’inquinamento che prima erano vietate. In altre parole tale decreto ha introdotto una “soglia di tolleranza” per alcune sostanze tossiche e come sostiene il ministro Loredana De Pertis, senatrice dei Verdi “ … grazie alla quale le grandi aziende produttrici possono continuare ad immettere sul mercato prodotti altrimenti fuori legge”.

Un piccolo aneddoto , recentemente la Coca Cola ha davuto ammettere che per preparare la sua famosa bevanda utilizzava la sua acqua in bottiglia Dasani, e che altro non era acqua di rubinetto! Ma fin qui niente di eclatante poiche l’acqua di rubinetto era buona se non fosse stata trattata con del bromato per purificarla e immeterla in commercio, una sostanza cargerogena, e ritirata dal mercato!

Ma cosa ci si aspetta di trovare nell'acqua?
Consultare le caratteristiche fisiologiche delle acque per in nostro consumatore é abbastanza semplice ed immediato. Infatti come previsto dalla legge ciascuna bottiglia deve avere una etichetta dove sono riportate in maniera chiara e visibile, oltre alle informazioni relative al produttore le caratteristiche e i parametri chimici e fisici contenute in esse.

Classificazione delle acque:
  • Residuo fisso ≤ 50 mg/l
    Classificazione: minimamente mineralizzate
    Proprietà: facilitano la diuresi
  • Residuo fisso 50 ≤ 500 mg/l
    Classificazione: oligominerali
    Proprietà: adatte a tavola, uso quotidiano
  • Residuo fisso 500 ≤ 1500mg/l
    Classificazione: minerali
    Proprietà: particolari applicazioni
  • Residuo fisso oltre 1500 ml
    Classificazione: ricche di sali minerali
    Proprietà: solo a scopo curativo e su consiglio medico

Questo ci fa subito capire che le acque non sono tutte uguali, ci sono acque con maggiore quantità di sodio, di calcio, potassio...insomma il mercato italiano offre una elevata gamma di acque, capace di soddisfare i diversi gusti e bisogni dei consumatori.

Bere acqua oligominerale aiuta la diuresi, consigliata quindi per eliminare i calcoli renali. Mentre chi é particolarmente attento ad una dieta disintossicativa e appropriato bere un litro e mezza di acqua oligominerale, favorendo cosi l’eliminazione di scorie dalle urine. La difficoltà alla digestione può essere aiutata bevendo acqua minerale che contiene sali minerali come il bicarbonato e il solfato; i quali favorisco un’abbassamento di acidità dell’intestino.

Per chi soffre di ipertensione, occorre un’acqua che aiuta la diuresi, in modo da espellere il sodio in eccesso.

E l'uso?
Le acque minerali non vanno conservate in luoghi esposti alla luce solare, questo perché il calore può alterare e quindi influire sull’equilibrio della flora batterica del nostro organismo.
Inoltre é preferibile bere acqua a temperatura ambiente ed é di notevole importanza il controllo dela data di scadenza ,riportato sulla stessa etichetta della bottiglia.

Una volta aperta l’acqua occorre fare attenzione a chiuderla correttamente, in modo tale da non farle perdere le caratteristiche originali.

Non c’é una regola fissa, ma l’ideale sarebbe di bere almeno 1 e mezzo durante la giornata.

Una buona abitudine é quella di bere 1 o 2 bicchieri appena svegli e prima di dormire
Per concludere si può asserire che nella maggior parte dei casi pur tenendo conto delle non sempre ottimali condizioni degli acquedotti, la scelta appare quasi scontata ovvero l’acqua del rubinetto è preferibile a quella in bottiglia, è sana ed è gratis!

mercoledì 10 giugno 2009

Vedere sul Pc o su TV?

Grazie alla diffusione delle reti p2p e dello streaming, i computer vengono utilizzati sempre più per gustarsi, da soli o in compagnia, un film o una serie televisiva. L’unica nota dolente di tutta questa operazione è la ridotta visuale offerta da monitor piccoli o con prestazioni limitate.

In queste occasioni risulta necessaria la possibilità di poter collegare il proprio computer, sia esso un desktop, un notebook o un netbook, al proprio impanto TV, al fine di riuscire ad apprezzare al meglio la fotografia e gli eventuali effetti speciali presenti nel video.

La prima operazione da effettuare è quella di reperire un apposito cavo che possa consentire il collegamento fisico dal computer al televisore. I collegamenti più utilizzati sono di tipo HDMI, DVI, VGA ed S-Video, rispettivamente in ordine di qualità delle immagini che garantiscono.

Una volta effettuata la connessione fisica è necessario impostare la condivisione anche dal Sistema Operativo scegliendo, laddove possibile, di sdoppiare il canale video o dirottarlo interamente verso la TV. Tutto questo viene facilmente impostato attraverso opportuni parametri della scheda video accessibili attraverso il proprio software di controllo.

martedì 9 giugno 2009

Lampadine 2.0

L’annuncio forse è prematuro, ma sembra proprio questa la prospettiva schiusa da una nuova scoperta effettuata nel laboratori di fisica dell’università di Rochester, negli Stati Uniti.

Proprio quando sta per scattare la messa al bando dell’Unione Europea per le lampade col filamento da settembre prossimo, progressivamente, a partire dai wattaggi più elevati, saranno ritirate dal commercio, fino alla completa cancellazione nel 2016-, una ricerca in corso di pubblicazione sulla rivista scientifica internazionale Physical Review Letters, le riabilita e sembra assicurare ad esse una seconda vita, nel rispetto del risparmio e della sostenibilità.

Infatti nel 2012 l’Europa dirà definitivamente addio alle poco efficienti lampadine ad incandescenza e darà il benvenuto solo alle lampadine a fluorescenza.

Già dal primo settembre di quest’anno diventeranno introvabili nei negozi le classiche lampadine da 100W, poi entro il 2010 saranno tolte dal commercio quella da 75W.

Dal 2011 invece spariranno completamente anche le lampadine da 60W in modo da lasciare tutto il mercato in mano alle ecologiche lampade a fluorescenza, campionesse nel risparmio energetico.

Le lampadine a fluorescenza, anche se più costose permettono risparmi energetici anche dell’80%. La Comunità Europea ha quindi deciso di investire in nuove tecnologie anche nell’illuminazione; maggior risparmio per le famiglie e per le Amministrazioni, maggiori efficienze e di conseguenza drastica riduzione delle emissioni termiche.

LA SCOPERTA
Il miracolo tecnologico è stato compiuto da un gruppo di ricercatori americani specializzati in ottica fisica i quali sperimentavano da tempo le trasformazioni indotte, su scala microscopica, dall’esposizione di alcuni metalli a un nuovo tipo di laser di potenza.

Racconta Chunlei Guo, professore associato di Ottica all’università di Rochester, e uno degli autori della scoperta: «Mentre stavamo effettuando alcuni esperimenti con il laser ultraveloce, ci siamo chiesti che cosa sarebbe successo se lo avessimo puntato sul filamento di una lampadina. E così abbiamo fatto passare un sottile raggio attraverso il bulbo di vetro e abbiamo colpito solo un segmento di filamento. Ebbene, ci siamo resi conto che quel tratto di filamento colpito emetteva molta più luce rispetto al resto, e tutto ciò senza che la lampada assorbisse più energiA».

Che cosa era successo? Come hanno potuto constatare gli scienziati di Rochester, il laser ultraveloce aveva variato la struttura elementare del metallo tungsteno di cui è fatto il filamento, riorganizzandola in una fila di nano strutture che ne fanno aumentare il rendimento luminoso.

APPLICAZIONI
Insomma, pare che basterebbe trattare in questo modo i filamenti delle lampade a incandescenza per far sì, tanto per fare un esempio concreto, che una da 60 watt emetta una luce equivalente a 100 watt, senza richiedere per questo maggiore energia elettrica.

Se il trasferimento tecnologico di questa scoperta sarà praticabile e porterà alla commercializzazione di lampade a incandescenza più efficienti, interrogativi che ancora sono senza risposta, allora potremmo assistere a un capovolgimento della situazione a sfavore delle lampade fluorescenti.

Quest’ultime, infatti, a fronte dell’indubbio risparmio, presentano il problema dell’inquinamento da mercurio, in un contesto in cui spesso non viene assicurato un corretto smaltimento dei prodotti giunti a fine vita.

Per altro, molti utenti, pur riconoscendo l’attuale inefficienza energetica delle lampade a incandescenza, ne rimpiangono la qualità dell’illuminazione che è la più simile alla luce naturale del Sole.


giovedì 4 giugno 2009

Superattivare il cervello

Oggi i tappi nelle orecchie, domani il laser. Come aiutare il cervello a rimanere assorto
di JOHN TIERNEY

Si può impazzire cercando di continuare a svolgere più mansioni insieme. O si può ammettere che le capacità cerebrali che abbiamo per elaborare le informazioni sono limitate, e accentuarne l'aspetto positivo, raggiungendo le soddisfazioni di quella che Winifred Gallagher, autrice di una guida sulla scienza della concentrazione, chiama "una vita concentrata".

Quando accade qualcosa di interessante, ciò tende ad avere la meglio sull'attenzione del cervello, anche se quell'involontario impulso dal basso può essere volontariamente superato da un processo dall'alto che Robert Desimone, direttore del McGovern Institute for Brain Research all'Mit, definisce "concorrenza innata".

Desimone e i suoi colleghi hanno scoperto che i neuroni della corteccia prefrontale - il centro di programmazione del cervello - iniziano a oscillare all'unisono e inviano segnali che impongono alla corteccia visiva di prestare attenzione ad altro. Queste oscillazioni (onde gamma) sono create dall'accensione e dallo spegnimento in contemporanea dei neuroni.

Entrambi questi segnali, però, incontrano difficoltà nel loro percorso se l'ambiente è molto rumoroso. Ora si inizia a riflettere sulle possibili terapie per rafforzare l'attenzione. Sul numero in edicola di Nature, alcuni ricercatori dell'Mit, di Penn e Stanford illustrano in un articolo in che modo hanno indotto queste onde gamma nei topi utilizzando fasci di luci laser con sottili fibre ottiche direttamente all'interno di neuroni geneticamente modificati. Su Neuron, poi, Desimone ha riferito i progressi ottenuti utilizzando queste tecniche "optogenetiche" nelle scimmie.

Un giorno potrebbe essere possibile migliorare la concentrazione con pulsazioni luminose sincronizzate inviate direttamente ai neuroni. Sfruttando una luce a onde corte, l'utente potrebbe indossare un piccolo dispositivo wireless controllato a distanza. In un futuro più vicino, comunque, i neuroscienziati potranno aiutare a concentrarsi di più osservando l'attività cerebrale e dando dei biofeedback.

I ricercatori hanno già osservato livelli più alti di sincronia cerebrale in chi è abituato a praticare con regolarità la meditazione.
Compreso quanto sia difficile per il cervello non prestare attenzione ai suoni, Gallagher si porta sempre dietro dei normali tappi per le orecchie.

E raccomanda di iniziare la giornata lavorativa concentrandosi per un'ora e mezzo sugli impegni più importanti: a quel punto la corteccia prefrontale avrà bisogno di rilassarsi: è il momento buono per rispondere alle mail, fare telefonate, bere caffè (la caffeina aiuta la concentrazione), prima di tornare a concentrarsi su altro.

Dopo un'interruzione possono occorrere anche 20 minuti prima che il cervello torni a concentrarsi a pieno regime. "Il multitasking è una leggenda - spiega l'autrice del manuale - il meccanismo dell'attenzione è fortemente selettivo: o si fa una cosa o un'altra".

"L'attenzione - dice Gallagher - è una risorsa limitata, proprio come i soldi. Occorre scegliere dunque se investire le proprie risorse cognitive usando di continuo Twitter, navigando su Internet o standosene a guardare la televisione. In ogni istante si deve scegliere e le nostre scelte determinano la nostra esperienza".
c.2009 New York Times
News Service

martedì 2 giugno 2009

Brevi su SATA 3

Il 27 maggio, sono state rilasciate le pubblicazioni definitive per le specifiche del SATA 3.0 che elimineranno il collo di bottiglia key data transfer e darà la possibilità di raddoppiare la velocità di trasferimento dati.

Questo potrebbe trovare enorme giovamento per i SSD (Solid State Disk - Dischi a Stato Solido) poichè la loro natura offre una velocità che viene quasi sempre rallentata di molto a causa del fatto che le interfacce SATA precedenti rallentavano il trasferimento dati che poi venivano girati attraverso alla RAM.

La nuova interfaccia punta quindi ad accelerare al massimo questo trasferimento dati poichè potrà arrivare fino al trasferimento massimo di 6 Gbps e quindi non ci saranno più ulteriori colli di bottiglia che rallentino i vari trasferimenti dati.

Con l’interfaccia SATA 3.0 i SSD avrano un trasferimento dati lineare di circa 250/260 MB/s (MegaByte al secondo) ed ovviamente saranno completamente retrocompatibili con le “vecchie” interfacce SATA.

lunedì 25 maggio 2009

PIC: il basso costo rivoluzionario

L’evoluzione delle tecniche computazionali e di processamento dati moderne ha radici profonde nello sviluppo della tecnologia di processori sempre più complessi che si sono succeduti a ritmi forsennati nell’ultimo ventennio. Ma quello che viene ricordato come il primo microcontrollore programmabile a basso costo è il PIC (Peripheral Interface Controller), acronimo noto in ambiente elettronico per la sua semplicità, occupazione limitatissima di spazio e basso costo.

L’idea originaria del PIC venne fuori dalla General Instruments, storica società della Pennsylvania, USA che già negli anni cinquanta e sessanta produceva diodi e componenti elettronici avanzati. L’introduzione progressiva di chip logici avvenne negli anni sessanta, mentre il progetto del PIC (che originariamente era chiamato Programmable Intelligent Computer) fu del 1976.

Tutta la linea di microprocessori General Instruments venne nel 1989 trasferita in una nuova società dedicata e ultraspecializzata, la Microchip Technology Inc creata appositamente per sfruttarne il successo e che ne mantiene il famoso marchio fino ai giorni d’oggi.

I microcontrollori PIC erano basati su una architettura RISC (reduced instruction set code) che consentiva un efficiente uso di una istruzione per ciclo alla frequenza di clock di 20 MHz. Con bus dati e controllo da 8 bit e alta corrente (attorno a 20ma, oltre 10 volte superiore a quella dei concorrenti del tempo) su ogni pin di ingresso e uscita, tempo di latenza bassissimo (3 cicli di istruzioni) questo controller entrò sul mercato ad un prezzo basso e attirò subito un grandissimo interesse. Al modello iniziale Microchip iniziò ad aggiungere varianti e funzionalità avanzate, come una versione con convertitore A/D, comparatori e interrupts, una versione a 14 bit di optcode, successivamente (nel 2000) una versione a 16 bit e di recente una a 32 bit. La famiglia PIC10 venne sostituita progressivamente dalla PIC12, dalla PIC16 (ad oggi ancora forse la più famosa con i gloriosi PIC16×84), la PIC18, PIC24 e infine la recente PIC32.

Il grande successo dei PIC fu alimentato anche da una serie di tool di sviluppo sia ufficiali (l’emulatore PICMaster, il programmatore PIC pro II, l’IDE MPLAB) che sviluppati da una crescente comunità di appassionati (FreeRTOS, GPSIM, Ktechlab ecc). Si sono evolute nel tempo diverse versioni a partire da quella a ROM mascherata (non riprogrammabili), per arrivare a quelle CMOS OTP (one time programmable) fino alle più flessibili versioni con EPROM che consentiva la cancellazione tramite raggi ultravioletti e riprogrammazione, fino alle ultime con memoria flash riprogrammabile. I PIC sono al giorno d’oggi facilmente programmabili via seriale senza alcuna complessità e offrono un set da 35 istruzioni (per le versioni a basso costo) ad 80 istruzioni (per i PIC più avanzati).

Microchip ha con orgoglio annunciato l’anno scorso l’enorme traguardo del seimiliardesimo chip PIC venduto al febbraio 2008, in quella che ormai oggi è una famiglia di 500 microcontrollori usati in ogni genere di prodotti elettronici. È del mese scorso la notizia che la famosa rivista elettronica EE Times ha assegnato alla Microchip il premio come “Società dell’anno” nei premi 2009 Annual Creativity in Electronics. A 33 anni dall’uscita sul mercato del primo PIC un successo così lungo, costante e altisonante va accolto con un plauso per una fra le più grandi innovazioni fra i componenti a basso costo nei tempi moderni.


venerdì 22 maggio 2009

Dove si va? Spiegazione del GPS

Sfatiamo subito la leggenda metropolitana secondo cui con il GPS “i satelliti sanno dove ci troviamo”, e quindi l’uso di un ricevitore GPS sarebbe un rischio per la privacy. A differenza di quanto avviene con i telefoni cellulari, con i quali, per la natura stessa della rete, è presente e anzi sfruttata la possibilità di localizzare i terminali purché vengano tenuti accesi, con i GPS questo è impossibile.

Innanzitutto, la comunicazione è unidirezionale: i sensori GPS non trasmettono segnali ai satelliti (fra l’altro, non avrebbero né una potenza né un’antenna adatte per farlo), ma funzionano solo come ricevitori.

Si potrebbe quindi pensare che siano i satelliti a comunicare a ogni ricevitore in ascolto la sua posizione. Eppure non sono i satelliti a dire al ricevitore qual è la sua posizione, perché non la conoscono; anzi, i satelliti non sono nemmeno a conoscenza dell’esistenza stessa o del numero di ricevitori attivi. Ogni satellite trasmette continuamente un unico segnale che è, quindi, identico per tutti i ricevitori in ascolto. Devono essere i ricevitori, collocati in luoghi diversi, a ricostruire le proprie rispettive posizioni sulla base dei segnali ricevuti, che sono gli stessi per tutti.

È possibile fare ciò abbinando una tecnica di elaborazione digitale dei segnali a un procedimento di triangolazione. Innanzitutto, i segnali emessi da ciascun satellite sono riconoscibili da quelli emessi dagli altri satelliti della costellazione. Il ricevitore capta quindi impulsi che rileva come provenienti da punti distinti dello spazio orbitale terrestre.

Nel segnale che emette ripetendolo continuamente, ogni satellite include le seguenti informazioni basilari: la propria identità; la propria posizione; l’ora esatta rilevata con la massima precisione nel momento in cui il segnale viene emesso dal satellite.
Se il ricevitore dispone anch’esso di un orologio precisissimo, dal confronto fra l’ora di emissione del segnale e l’ora di ricezione esso potrà rilevare il tempo (brevissimo, ma misurabile) che il segnale ha impiegato per percorrere la distanza fra il satellite e il ricevitore stesso. Da questa misura, e tenendo conto della velocità di propagazione delle onde radio, è possibile ricavare la distanza che separa il ricevitore dal satellite che ha emesso il segnale. Ripetendo questo calcolo per ognuno dei satelliti di cui sta captando i segnali, il ricevitore riesce a farsi un’idea delle N distanze fra sè e gli N satelliti “in vista”
Fin dall'antichità uno dei problemi dell'uomo è stato quello di orientarsi. Pensate a chi intraprendeva traversate transoceaniche o a chi eplorava nuovi e sterminati territori. Perdersi significava morire! Per questo motivo saper leggere una mappa, una bussola oppure saper osservare le stelle era fondamentale.

Le cose sono molto cambiate al giorno d'oggi in cui con meno di 100 euro è possibile acquistare un ricevitore GPS tascabile che in ogni momento ci può fornire la nostra esatta posizione sul pianeta!

In questo articolo vedremo come funziona il GPS (Global Positioning System), quale costosissima tecnologia c'è alle sue spalle e quale semplice concetto viene invece usato per determinare la posizione del ricevitore.

Il GPS è un sistema di posizionamento terrestre particolarmento preciso creato dal Ministero della Difesa Americano per fini militari ed in seguito utilizzato anche per scopi civili.

Il funzionamento del GPS è legato a 27 satelliti orbitanti di cui 24 effettivamente operativi e tre di riserva. Le orbite sono circolari su 6 piani orbitali paralleli inclinati di 55° rispetto al piano equatoriale.

Ogni satellite si trova a circa 20 Km dalla terra e compie due rotazioni del pianeta al giorno (il periodo di rivoluzione è di 11 ore e 58 minuti). Le orbite dei satelliti sono state studiate in modo che in ogni momento ogni punto della terra venga visto da almeno 4 satelliti contemporaneamente.

Gran parte dei satelliti sono stati lanciati per mezzo di razzi (a perdere) del tipo Delta II. Era stato previsto che fosse anche lo Shuttle a portarne in orbita alcuni, ma il programma fu sospeso dopo l'incidente del Challenger.

Oltre ai satelliti, ci sono anche 4 stazioni di controllo a terra che si occupano costantemente di verificare lo stato dei satelliti, di correggere i loro orologi atomici e la loro posizione orbitale. Senza queste stazioni terrestri il sistema non sarebbe in grado di funzionare.

La manutenzione del sistema deve essere costante ed infatti si calcola che un eventuale sospensione della stessa provocherebbe un decadimento del sistema nel giro di pochi giorni e la sua completa inutilità dopo circa 2 settimane.

Il resto del lavoro viene fatto dal GPS receiver che esegue le seguenti operazioni:
  • Localizza 4 o più satelliti
  • Calcola la distanza da ognuno dei satelliti
  • Usa i dati ricevuti per calcolare la propria posizione mediante il processo di trilateriazione
Processo di trilateriazione
La trilaterazione è il metodo usato per il calcolo effettivo della posizione. Vediamo come funziona nell'esempio seguente basato su un spazio bidimensionale per facilitarne la comprensione. Quello effettivo ovviamente lavora sullo spazio tridimensionale ed usa lo stesso concetto.

Supponiamo di esserci persi e di voler capire qual'è la nostra posizione. Chiediamo aiuto ad un passante che ci dice "Ti trovi esattamente a 215 Km da Napoli". Possiamo rappresentare questa informazione nel modo seguente:
Se Napoli è al centro, significa che possiamo essere su un qualsiasi punto della circonferenza visto che ogni punto si trova proprio a 215 Km.

Supponiamo di incontrare un altro passante che ci fornisce un altra indicazione: "Ti trovi esattamente a 271 Km da Firenze". Rappresentando graficamente anche questa informazione avremo la seguente situazione:Considerando le due informazioni, possiamo essere sicuri di essere in un punto che dista 271 Km da Firenze e 215 da Napoli. Come si vede nella figura, solo 2 punti (quelli cerchiati in blue) rispondono a queste caratteristiche. Per capire in quale dei due punti effettivamente mi trovo ho bisogno quindi di una terza informazione.

Incontro un terzo passante che mi dice "Ti trovi esattamente a 80 Km da Roma" e posso a questo punto capire senza il minimo dubbio dove mi trovo, nell'unico punto al mondo che dista 271 Km da Firenze, 215 da Napoli e 80 da Roma (precisamente a Rieti)Nella realtà, come abbiamo già detto in precedenza, il calcolo viene fatto nello spazio tridimensionale (e usando 4 misurazioni) per cui invece dei cerchi dobbiamo immaginare delle sfere che si intersecano tra loro fino ad identificare un unico punto.

Calcolo della distanza
Riportando l'esempio precedente alla realtà, avremo in pratica un receiver GPS che riceve dai satelliti (almeno 4 ) la loro distanza con cui è in grado di ricavare la propria posizione.

Il GPS riesce a comunicare con i satelliti analizzando le alte frequenze con cui essi trasmettono segnali a terra (le bande usate sono 1575.42 Mhz e 1227.60 Mhz). Per capire la distanza tra il receiver ed il satellite viene misurato il tempo che un segnale impiega per arrivare a terra. La cosa sembra semplice ma in realtà non lo è. Ecco come avviene il processo di misurazione.

Ad un ora prestabilita (supponiamo le 12:00) il satellite genera un codice (detto pseudo random code) e lo invia sulla terra. Sempre alle 12:00 anche il receiver GPS genera lo stesso identico codice per cui, quando il segnale dal satellite arriva a terra e viene letto dal receiver, questo lo riconosce ed è in grado di misurare quanto tempo ha impiegato il segnale per arrivare.

Moltiplicando il tempo per la velocità della luce (300.000 km/s) otterremo la distanza tra il satellite ed il receiver GPS.

Il calcolo matematico è ovviamente abbastanza semplice. Tutto quello che dobbiamo sapere è quando esattamente il segnale è partito dal satellite. E lo dobbiamo sapere con una precisione estrema visto che un solo millesimo di secondo di differenza potrebbe penalizzare la rilevazione con un errore nell’ordine dei 300 Km!

Per ottenere una precisione del genere, ogni satellite imbarca quattro costosissimi orologi atomici (del costo di circa 160.000 €), che sfruttano le oscillazioni degli atomi di cesio e rubidio e che garantiscono uno standard di precisione assoluto (addirittura la possibilità di errore è di un secondo ogni 30000 anni).

E' ovvio che in un sistema così preciso anche il receiver deve avere degli standard di un certo livello. Considerando che un ricevitore non può montare orologi atomici da 160.000 Euro, si è pensato di usare orologi capaci di mantenere un estrema precisione per brevi periodi che però nel tempo vanno spesso corretti sfruttando direttamente i segnali dei satelliti.

Quanto è preciso?
Il sistema GPS è disponibile in due versioni, PPS (Precision Positioning Service) e SPS(Standard Positioning Service).

Il sistema PPS, secondo i dati ufficiali ha un accuratezza nell'ordine dei 30 metri. Il sistema SPS, potrebbe tranquillamente arrivare agli stessi risultati se non fosse per la cosiddetta disponibilità selettiva.

La disponibilità selettiva non è altro che un errore nella misurazione indotto dal Ministero della Difesa degli Stati Uniti. In pratica viene intenzionalmente modificata l'accuratezza dell'orologio a scapito della precisione della misurazione.

Il motivo di questo comportamento da parte degli Stati Uniti è incomprensibile ma ufficialmente il governo ha ribadito che i motivi sono legati alla sicurezza del paese.

Il sistema GLONASS
Il GLONASS (GLObal NAvigation Satellite System) è un sistema satellitare di individuazione della posizione realizzato dall’ Unione Sovietica più o meno in concomitanza con quello americano.

Anche questo sistema è dotato di 24 satelliti, ma suddivisi in tre orbite distanti 120° fra loro e ad una quota leggermente maggiore di quella dei satelliti GPS.

Nonostante le considerevoli differenze tecniche tra GPS e GLONASS, esistono alcuni ricevitori GPS in grado di ricevere informazioni da entrambi i sistemi e riuscendo così ad ottenere una precisione complessiva con uno scarto di appena 50 cm!

Applicazione
Una volta che il GPS receiver ha effettuato i suoi calcoli, può determinare le seguenti informazioni:

  • Longitudine
  • Latitudine
  • Altitudine

Usando queste informazioni su una mappa è possibile capire perfettamente dove ci si trova, in quale città, in quale strada e perfino in quale senso di marcia si sta andando.

Non a caso, una delle applicazioni più frequenti della tecnologia GPS è proprio nel campo della navigazione guidata. Piccoli computer portatili dotati di memoria possono infatti contenere migliaia di mappe ed essere usati addirittura per ricevere suggerimenti vocali sull'itinerario da seguire.Un altra applicazione del GPS è nella telesorveglianza, usata soprattutto a protezione dei TIR.

Il TIR viene dotato di un ricevitore satellitare GPS (accuratamente nascosto) che ne determina istante per istante la posizione ritrasmettendola continuamente alla centrale operativa antirapina che ha il compito di verificarla e di gestire eventuali problemi.

martedì 19 maggio 2009

Energia dai batteri

Possono permettere lo sfruttamento degli scarti delle biomasse di cellulosa

Un Anaerocellum batterio in grado di trasformare le biomasse da cellulosa in zuccheri
Un Anaerocellum batterio in grado di trasformare le biomasse da cellulosa in zuccheri
MILANO - Energia o cibo? La rivoluzione dei biocarburanti continua ad attirarsi molte critiche dal momento che la coltivazione intensiva di cereali per la produzione di energia ha fatto crescere a dismisura i prezzi di grano e mais per scopi alimentari. Diversi gruppi di ricerca stanno ora mettendo a punto sistemi alternativi, in grado di generare biocarburanti da sostanze solitamente considerate di scarto e tralasciando, quindi, quelle parti dei cereali (amido, chicchi) che restano fondamentali per l'alimentazione, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

ENERGIA DAI PIOPPI - La scommessa dei biocarburanti può ora fare affidamento su un nuovo alleato: batteri in grado di trasformare in etanolo la cellulosa presente nei residui del legno (segatura), negli scarti delle cartiere e della raccolta differenziata, o nelle parti non commestibili dei cereali (foglia, gambo, etc). In uno studio presentato all'ultimo Convegno dell'American Society for Microbiology, ricercatori dell'università del Wisconsin hanno illustrato una nuova tecnologia in grado di analizzare rapidamente gli alberi di pioppo per testare la loro capacità di rilasciare zuccheri. Su 1.300 alberi analizzati, molti esemplari si sono dimostrati facili da digerire da parte dei microrganismi. E' il caso dell'Anaerocellum, un batterio in grado di trasformare le biomasse da cellulosa in zuccheri e di fermentarle poi in acetato ed etanolo, con costi molto ridotti rispetto a quelli richiesti dalle attuali tecnologie. «Al momento è molto costoso trasformare le biomasse da cellulosa. Ed è per questo che ancora non disponiamo di un'industria sostenibile dei biocarburanti», ha sottolineato l'autore dello studio.

LAPTOP AD IDROGENO - Non solo bioetanolo e biodiesel, comunque. Un altro fronte della ricerca guarda in direzione della produzione di idrogeno da fonti rinnovabili. Anche qui si fa ricorso ad un batterio (Rhodobacter sphaeroides) che si è dimostrato in grado di produrre idrogeno dalla cellulosa attraverso la fotosintesi. L'Università del Wisconsin ha già messo a punto una serie di «batterie microbiche» che, quando vengono esposte al sole, sono in grado di produrre l'energia necessaria per ricaricare un computer portatile.

Nicola Bruno

Cosa cerchi? Cerchiamo di capirci.


Wolfram Alpha è come un vino: lo si può descrivere ed osservare, ma per capirlo fino in fondo occorre assaggiarlo. Non è un caso, forse, se è stato fondato in California presso "Champaign", ove la vaga assonanza con le bollicine francesi probabilmente ha creato fantasia ed ebrezza tali da suggerire di osare la sfida al colosso Google. Wolfram Alpha nasce tra mille promesse ed ampi tappetini rossi, accolto da un mercato che sarebbe forse lieto di dare il benvenuto ad un vero anti-Google. Ma nessun ci crede fino in fondo, e questo va detto fin da subito. Perché se Wolfram Alpha è un curioso esperimento, per raggiungere la qualità del diretto concorrente servirà ben altro che non qualche piccola risposta, sia pur se stupefacente. Il primo passo, però, è nella direzione giusta. E da oggi chiunque può annusare, osservare ed assaggiare: la bottiglia è stappata, Wolfram Alpha è pronto alla degustazione.

Wolfram Alpha parte da un presupposto completamente differente rispetto a Google, ed è questo il suo punto di forza: non è così costretto ad un raffronto diretto, può vantare cardini innovativi e, soprattutto, soltanto grazie ad una sostanziale differenziazione può ambire un giorno a rivoluzionare un settore ormai cristallizzatosi attorno ai laboratori di Mountain View. L'esperimento parte da San Jose, dalla mente e dal lavoro di Stephen Wolfram. Tra il motore e l'utente si instaura fin da subito un rapporto intimo, un tentativo di capirsi, come se le parti dovessero ancora concordare un codice comunicativo. Ma dopo qualche query ci si inizia ad intendere, e con il passare delle prove si inizia ad osare: ed è a questo punto che Wolfram Alpha inizia a stupire.

«How old is Barack Obama?»: trattasi di una domanda impossibile per Google, poiché il motore tenderebbe a cercare un documento online riportante medesime parole e l'utente dovrebbe partecipare alla ricerca scorrendo la SERP, scegliendo un risultato papabile, cliccando e quindi analizzando il testo di un nuovo documento. Wolfram Alpha, invece, racchiude tutta questa procedura in un solo click, e la risposta è immediata: «47 years 9 months 14 days». Wolfram Alpha, insomma, ha compiuto un passo fondamentale: ha capito. Ha inteso il significato vero della domanda e non ha fornito una serie di possibili riferimenti ove reperire la risposta, ma ha compiuto l'intero percorso in autonomia fino a restituire una risposta precisa ed inequivocabile.

venerdì 15 maggio 2009

ADblock: ora anche per IE 8

Adblock, add-on conosciutissimo dagli utenti del browser Firefox, ora può essere installato anche in Internet Explorer 8. Questo componente aggiuntivo permette di bloccare gli annunci nelle pagine web, e rimuovere elementi di troppo che rallentano e minano la sicurezza della navigazione.

Adblock IE si scarica come un normale programma, e durante il setup installa un Browser Helper Object in Internet Explorer 8 che gestisce il blocco degli annunci nel browser. Adblock per Internet Explorer 8 è ancora in fase iniziale, il che significa che per il momento non fornisce l’accesso ad una interfaccia grafica o ad eventuali opzioni. Il suo lavoro però lo fa bene, bloccando gli annunci presenti nelle pagine web.

I piani dello sviluppatore sono quelli di estendere il supporto di Adblock Plus e NoScript, anche per Internet Explorer 8, per il momento gli utenti del nuovo browser Microsoft potranno beneficiare di questo componente aggiuntivo che rende più piacevole e veloce la navigazione.

Adblock IE è compatibile con Internet Explorer 8 e richiede Microsoft. NET Framework 3.5

mercoledì 22 aprile 2009

Linux; 10 modi per eseguire velocemente da BASH


Chi utilizza spesso sistemi Linux, magari per lavoro, si trova fin troppo spesso a necessitare della Shell (normalmente la Bash) per eseguire qualche operazione, magari in modo piu' rapido che non eseguendo comandi standard uno dopo l'altro.
Il problema e' che non sempre si ha l'occasione di conoscere i segreti piu' intrinseci della Bash, e quindi o si chiede ad amici, colleghi e conoscenti, oppure si resta, fondamentalmente, a piedi (e con un server che, magari, in piedi non sta).

Come risolvere il problema?


1. Un metodo semplice per redirezionare Output ed Errori
Per inviare l'output e gli errori di un comando in un file, utilizzate questo comando:
command &> file
Molto comodo anche con l'strace:
strace badapp &> errors_and_output

2. Parallelizza i tuoi Loop
Molto utile, se avete da compiere la stessa operazione ad esempio su piu' macchine, e magari anche in contemporanea:
for HOST in $(cat ListOfHosts); do ssh $HOST ’sudo apt-get update’ & done
E perche' non usarlo magari anche per un bel tunnel? :P
for HOST in $(cat ListOfHosts); do ssh -C -N -R 80:localhost:80 $HOST & done

3. Identificare Memory Leaks con Top via Cron
Non sempre si puo' stare davanti alla macchina a vedere cosa la fa bombare, e il crontab in questo aiuta molto, specie se puoi utilizzarlo per schedulare un top:
crontab - <<< ‘*/15 * * * * top -n 1 -b’
Questo li ordina per utilizzo di memoria, in modo da scoprire cosa vi sta succhiando tutta la ram.
Ogni 15 minuti.
Allarmi via mail :)

4. Standard In direttamente dalla Linea di Comando
Nel comando precedente abbiamo usato <<<, che permette di inviare lo stdin direttamente alla riga di comando.

5. Impostare una Password iniziale da cambiare al primo login
Da verificare, raramente ho necessita' di fare cose del genere:
umask u=rw,go=
openssl rand -base64 6 | tee -a PasswordFile | passwd –stdin joe
chage -d 0 joe

6. Aggiungi la tua Chiave Pubblica su Macchine Remote in Modo Semplice
Quando avete piu' chiavi pubbliche abilitate alla connessione su un server via ssh, la cosa diventa noiosa, piu' che altro scomoda, da fare a manina santa ogni volta.
Questo risolve il problema:
ssh-copy-id -i .ssh/id_rsa.pub hostname
(e mi serve al lavoro)

7. Estrarre un RPM senza Software aggiuntivo
Utile se volete avere solo dei pezzi di un pacchetto e non tutta la baracca, soprattutto quello da cui quel pacchetto dipende.
mkdir /tmp/deleteme
rpm -ivh –root /tmp/deleteme –nodeps –noscripts package.rpm
Ve lo piazza li', e potete cancellarlo quando vi pare (non rientra nel database RPM di sistema)

8. Controllare le modifiche ad un file rispetto ai default
Utilizzando il trucchetto precedente, potete, successivamente, eseguire questo comando per vedere in che cosa differiscono i due file, quello originale e quello vostro:
diff /etc/foo/foo.conf /tmp/deleteme/etc/foo/foo.conf

9. Annulla i tuoi script di rete se ti chiudi fuori
Capita a tutti, prima o poi.
La regola sbagliata nel momento sbagliato in iptables.
E siete tagliati fuori dalla macchina, che magari sta anche lontano da dove siete voi.
Prima di eseguire quindi un comando che vi possa causare il problema di cui sopra, potreste fare una cosa del genere:
at now + 5 minutes <<< ‘cp /etc/ssh/sshd_config.old /etc/ssh/sshd_config; service sshd restart’
Ovviamente dovete fare il backup dei file, e ricordarvi di eseguire questo comando prima di chiudervi fuori davvero.
Cancellatelo dall'at se riuscite a rientrare, prima che venga eseguito sul serio quando non serve.

10. Controllare se una porta e' aperta
E qui viene in aiuto netcat, il "coltellino svizzero" del sistemista.
Per vedere se un sistema risponde su una porta, invece di telnettarci, provate cosi':
if nc -w 3 localhost 22 <<< ” &> /dev/null
then
echo ‘Port is open’
else
echo ‘Port is closed’
fi

Semplice e veloce no? :)

venerdì 3 aprile 2009

Mini Parabola


Un'antenna talmente banale da realizzare che non provarla sarebbe un delitto!
Ha due enormi vantaggi: non è necessario apportare modifiche e funziona a qualsiasi frequenza, perché si tratta di un semplice riflettore parabolico, dunque può funzionare anche con terminali GSM/UMTS.
Il grosso svantaggio è che è necessario posizionare l'antenna nel fuoco della parabola, cosa non sempre possibile o perché l'antenna ha una forma non adatta, oppure perchè semplicemente non c'è un'antenna esterna.

NOTA: benché la miniparabola sia di facile costruzione, se si vuole realizzare qualcosa di funzionante occorre una buona dose di pazienza ed una certa precisione…
Materiale necessario:
  • Una stampante
  • Del cartoncino
  • Foglio di materiale metallico, ad esempio della carta stagnola da cucina.
    o
    IN ALTERNATIVA:
    • contenitore di alluminio tipo domopack: più spesso ed efficace della normale carta stagnola da cucina.
    • il coperchio di una teglia in alluminio da forno tipo domopak (suggerito da Thundereo). Ne esistono anche di grosse, lunghe anche 30-40cm.
    • guantiere (=vassoi) per dolci (quelle usate per trasportare i dolci della domenica insomma, poco più spesse del coperchio domopack)
    • Lattina di birra da mezzo litro, opportunamente aperta
  • Forbici o taglia-balsa (o qualsiasi cosa che pensiate possa tagliare una sagoma di cartoncino)
  • Antenna a dipolo, possibilmente l'antennina originale del vostro Access point.
Il progetto di FreeAntennas.com prevede attualmente 2 modelli di riflettore: uno perfettamente parabolico ed uno “angolare”, cioè una approssimazione di una parabola. Il riflettore ad angolo è un poco più semplice da costruire, perché occorre un po' meno precisione; tuttavia fornisce 2 dB di guadagno in meno rispetto alla parabola. Dato il tipo di materiali usati (carta), questa antenna si usa principalmente all'interno. Le istruzioni per costruirla (per la versione parabolica)
  1. Scaricate il template da freeantennas.com
  2. Aprite l'immagine con MS Paint oppure col vostro programma preferito per stampare le immagini. Ridimensionate l'immagine secondo necessità, facendo però attenzione a mantenere le proporzioni (altrimenti non esce più una parabola!). Ridimensionare serve SOLO a rendere la mini-parabola adatta alla dimensione dell'antenna del vostro apparecchio.
  3. Stampate l'immagine su cartoncino (almeno 210g/mq), oppure lucido da proiezione se volete renderla più durevole. C'è chi ha usato il cartoncino della scatola dell'access point… Stampando a dimensioni più grandi otterrete guadagni maggiori (da 9 a 12 dB).
  4. Incollate il foglio di carta argentata da cucina (o qualsiasi cosa abbiate scelto come foglio metallico), SOLO sul riflettore, che è la parte dalla forma rettangolare; SE METTERETE LA STAGNOLA ANCHE SULL'ALTRO PEZZO NON FUNZIONERA' NULLA; è inoltre preferibile incollare nella parte posteriore (quella esterna), in modo che quando il riflettore viene incurvato la stagnola si tende (incollandolo dal lato opposto formerebbe delle pieghe che renderebbero la superficie irregolare).
    1. NOTA: Se state usando del cartoncino già ricoperto di una sfoglia metallica è preferibile stampare la sagoma su un foglio di carta normale e poi incollarlo sul cartoncino: in questo modo avrete la forma della sagoma e le posizioni precise in cui fare i tagli.
  5. Ritagliate lungo i bordi le due sagome.
  6. Forate le sei asole (gli slot sottili) con le forbici o meglio ancora un taglia-balsa.
  7. Fate dei taglietti in corrispondenza delle due croci, nella sagoma con le linguette; serve a formare dei buchi per l'antennina: fate in modo che infilandola ci rimanga incastrata.
  8. Montate insieme le due sagome, infilando le linguette nelle asole (è più facile a farsi che a dirsi: guardate le foto più sotto)
  9. Infilate l'antennina nei due buchi fatti in corrispondenza delle croci.
  10. Abbiate molta pazienza: occorre essere precisi, se arronzate potreste ottenere un papocchio che funziona peggio dell'antenna originale da sola… :)

Posizionare il riflettore sull'antennina: a che altezza? Piu' o meno al centro; non è una regola fissa, provate a variare e verificate i cambiamenti. Orientamento, ovvero: qual è il davanti!? Orientare la parte concava, cioè dove si trova l'antennina, nella direzione dell'apparato remoto.

mercoledì 18 marzo 2009

Una risposta ad una domanda... bizzarra


Tempo fa a mo' di battuta, mi fu proposto questo indovinello:
"Se il Teflon non aderisce a nulla, come si fa allora ad attaccarlo alle padelle?"
Così, sorpreso mi sono portato avanti il quesito come una domanda della cui risposta pareva solo una diceria commerciale atta all'ilaricità.
Ma oggi svelo il mistero:

Il TeflonR è un tipo di materiale ottenuto per polimerizzazione del tetrafluoro etilene (C2F4). Si ottiene un materiale plastico estremamente resistente alla tempertura (circa 250-260°C) al contrario delle altre plastiche. Inoltre è dotato di bassisima viscosità e questa caratteristica lo ha reso utilissimo per preparare oggetti che abbiano superfici scorrevoli ed antiaderenti (guarnizioni, lubrificanti solidi, pentole).

Il teflon non può essere fuso, perché ad alta temperatura si decompone anzichè fondere. Pertanto per la sua lavorazione si utilizza un processo di sinterizzazione a 400°C. La sinterizzazione è una fusione ad alta pressione e temperatura solo parziale in cui i cristalli/granuli del materiale non subiscono una fusione completa, ma i rispettivi bordi di grano si uniscono, aderiscono e si compenetrano. A questo punto il materiale, che prima era composto da granelli scorrevoli, è costituito da un solido più o meno liscio, omogeneo e poroso. Ovviamente la sua resistenza è inferiore al materiale che si otterrebbe con la fusione vera e propria.

Il processo di ricoprimento delle pentole viene effettuato tramite sinterizzazione diretta del teflon sulla superficie interna delle pentole. Il materiale (granuli/polvere fine di teflon) viene spruzzato sulla superficie delle pentole e riscaldato sotto pressione. Lo strato finale ha uno spessore variabile compreso tra 0,01 e 0,05 mm. Il processo di ricoprimento può essere effettuato più volte sulla stessa padella. Questo procedimento per strati conferisce una resistenza alla superficie finale superiore di quella che si otterrebbe se si producesse un unico strato di uguale spessore finale; si ottiene così una superficie multistrato.

Abbiamo già accennato al fatto che il teflon ha una bassa viscosità, che è una delle sue proprietà più utili. Se la sinterizzazione avvenisse su di una superficie molto liscia (acciaio trattato a specchio) la vita di una pentola sarebbe davvero breve, poiché la bassa aderenza del teflon farebbe staccare lo strato antiaderente alla minima sollecitazione (temperatura, colpi di cucchiaio, lavaggi, pulizia). Per aumentare l'aderenza, la pentola metallica (acciaio, alluminio) viene lavorata in modo che la sua superficie interna sia scabra (raschiatura, sabbiatura). In questo modo i granellini di teflon verranno compressi dentro le scabrosità e l'aderenza sarà aumentata per effetto delle rientranze sulla superficie metallica.


Come si vede dallo schema riportato nell'immagine sopra, lo strato di teflon sinterizzato su di una superficie liscia non avrà nessun appiglio alla superficie metallica.

A destra vediamo invece come una superficie scabra possegga della rientranze che si riempiono di granelli fini di teflon. Per successiva compressione e riscaldamento questi granellini si infiltrano anche nei pori e nelle scanalature più minute che offrono punti di appoggio e di presa più forti.

La superficie finale è resa comunque liscia dal processo di compressione con presse di sinterizzazione che riducono la scabrosità.

La superfice di teflon è comunque poco resitente agli urti ed ai graffi per cui i produttori raccomandano di utilizzare utensili in plastica e legno per la cottura e spugne non raschianti per la pulitura. L'antiaderenza infatti conferisce estrema semplicità di lavaggio di questo materiale.

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